Gianavello, Giosuè

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
HOW TO CITE | EDITORIAL GUIDELINES | CODE OF CONDUCT | LIST OF ABREVIATIONS


Giosuè Gianavello (Liorato, val Pellice, 1617 - Ginevra, 5 marzo 1690) è stato uno dei comandanti della resistenza valdese nel corso delle guerre iniziate con le "Pasque Piemontesi", il massacro dei valdesi del Piemonte avvenuto nell'aprile del 1655. Il suo vero nome è Giosuè Gignous, il soprannome "Janavel" (dall'occitano giavanas con cui si indicava il gufo reale, anche italianizzato in "Gianavello") è attribuito al ramo della famiglia Gignous della quale Giosuè faceva parte.

Giosu%C3%A8_Janavel.jpg?utm_source=it.wikipedia.org&utm_campaign=imageinfo&utm_content=original

Biografia

Il paysan valdese (1617-1655)

Giosuè Gianavello era figlio dei coniugi Giovanni e Caterina Gignous-Janavel ed era il terzo dei quattro fratelli Gignous-Janavel: Margherita, Giacomo, Giosuè e Giuseppe. Una famiglia di contadini originaria dell'alta valle che nella prima metà del Seicento aveva acquistato numerose terre e case nella bassa val Pellice.

Alla morte della madre, nel 1639, Giosuè sposa Caterina Durand di Rorà e divide con il fratello Giacomo il patrimonio di famiglia. Insieme alla moglie, che gli darà quattro figli, Giosuè si stabilisce in una casa più a valle dove conduce un'azienda agricola e avvia un discreto commercio di miele e cera d'api. Il fratello minore, Giuseppe, resta invece sotto la tutela e amministrazione di Giosuè fino al compimento della maggiore età, nel 1647, quando riceve dal fratello la liquidazione della sua parte di eredità. Nel 1641 l'altro fratello Giacomo aveva acquistato a credito una cascina nel territorio di Luserna, ma dieci anni dopo fu costretto a venderne una parte per non essere riuscito a saldare tutto il suo debito.

Già prima del massacro del 1655, che gli avrebbe consegnato la leadership politico-militare sui comuni di valle, Gianavello partecipava attivamente alla vita civile della sua comunità: compare nei verbali del "Consiglio della Magnifica Università di San Giovanni", i registri notarili lo indicano preceduto dall'appellativo di "commendabile", e spesso viene eletto esattore delle taglie. Inoltre la sua sincera fede e la frequentazione assidua della chiesa riformata di San Giovanni, in val Pellice, gli valgono l'amicizia del pastore riformato Jean Léger, ministro di quella parrocchia e moderatore delle chiese valdesi. Nell'agosto del 1656, un anno dopo gli eventi bellici che lo videro protagonista, Gianavello fa testamento in compagnia della moglie Caterina ed entrambi affidano al pastore Léger la tutela dei quattro figli, esimendolo peraltro dal rendere conto per iscritto dell'amministrazione dei loro beni.

Il capitano della resistenza valdese (1655-1658)

Il 25 gennaio del 1655 l’auditore della Camera ducale Andrea Gastaldo pubblicò un ordine di sgombero dalla bassa val Pellice per tutti i riformati proprietari di terre e case nelle zone escluse dai "limiti di tolleranza" del culto riformato, pattuiti nel 1561. Giosuè Gianavello aveva trentotto anni, era un padre di famiglia impegnato nella conduzione della sua solida azienda agricola ed era un «capo di casa» ben inserito nel tessuto sociale e politico della sua comunità. Soprattutto era uno dei molti proprietari di terre e case nei territori oggetto dell'ordinanza, e come tale si trovò di fronte alla scelta fra la conversione al cattolicesimo - che gli avrebbe garantito la continuazione del possesso del suo patrimonio - e la vendita dei beni al Patrimonio Ducale. Gianavello fu uno dei tanti «irriducibili» che scelsero di disobbedire all’ordine anziché svendere le terre e – con esse – la possibilità di vivere in pace nella propria comunità.

Come tutti i suoi correligionari, nei giorni precedenti all'arrivo dei primi contingenti militari ducali, spediti per dare attuazione alle confische, Gianavello si era ritirato con la famiglia nei comuni dell'interno, e precisamente a Rorà, il villaggio di origine della moglie Caterina. Qui organizza una squadra di 18 uomini, armati di beidane, fucili, archibugi e fionde, che per una settimana tengono a freno gli assalti dei ducali, guidati dal marchese Cristoforo Manfredi di Luserna. Tuttavia il 25 aprile 1655 il marchese Carlo Emanuele Filiberto Giacinto Simiana di Pianezza, comandante delle truppe ducali, lancia un assalto in forze a tutte le roccaforti dei valdesi e ordina il saccheggio e l'incendio di tutte le case. L'operazione segna l'inizio dei massacri.

Gianavello perde i contatti con la moglie e le tre figlie, catturate dai ducali e deportate nelle prigioni della pianura piemontese. Insieme al figlio di otto anni e ai suoi compagni riesce ritagliarsi una via di fuga dalle linee nemiche e, mentre il villaggio è dato alle fiamme e i soldati ducali si abbandonano al massacro, il marchese di Pianezza invia un dispaccio a Gianavello ordinandogli di arrendersi e convertirsi, perché altrimenti sua moglie e le sue figlie sarebbero state uccise. Il capitano valdese rifiuta ogni resa e precisa che non ci sarebbe peggiore tormento dell'abiura, quindi si dirige con i superstiti verso la frontiera con la Francia, trovando infine asilo nelle terre del Queyras. Qui Gianavello si ferma per qualche giorno, mentre la sua squadra si ingrossa grazie all'arrivo di numerosi altri rifugiati. Dopo aver fatto rifornimenti di provviste e munizioni, gli uomini di Gianavello ripassano il confine e prendono posizione su un alpeggio fra i comuni di Villar e Bobbio, in alta val Pellice.

Frattanto anche coloro che avevano trovato rifugio nelle vallate adiacenti si erano riorganizzati. Già dal 27 aprile 1655 i pastori e i sindaci delle comunità tennero un'assemblea nelle terre della val Perosa, sotto il dominio francese, e decisero di proseguire con la linea della resistenza. Le milizie furono riorganizzate sotto il comando di Barthélemi Jahier, console della val Perosa, mentre anche sul versante della val Pellice Giosuè Gianavello si era mosso con i suoi riprendendo il controllo delle comunità della valle. Alla fine di maggio i due reparti si congiungono sulle alture di Angrogna e iniziano insieme una dura guerriglia che - anche grazie alle pressioni diplomatiche dei cantoni evangelici svizzeri, degli Stati Generali Olandesi e dell'Inghilterra di Cromwell - costringe il governo ducale a intavolare un negoziato di pace. Le Patenti di grazia e perdono pubblicate il 18 agosto 1655 segnano la fine delle ostilità e garantiscono a tutti i ribelli, quindi anche a Gianavello, l'amnistia da ogni procedimento giudiziario.

Gianavello il bandito (1658-1664)

La pace del 1655 aveva consentito a Gianavello di ricongiungersi con la famiglia e riprendere la conduzione delle sue terre, ma non aveva risolto i contrasti fra le comunità valdesi e il governo ducale. La ricostruzione del forte di Torre Pellice e la presenza della guarnigione alimentavano nuove tensioni, mentre restavano aperte le controversie sui luoghi di residenza e di culto. Gianavello continuava intanto a partecipare alla vita pubblica delle Valli: nel 1657 intervenne nelle trattative per la separazione del comune di San Giovanni da quello di Luserna e nel 1658 rappresentò la propria parrocchia nell'acquisto della «Casa delle Valli» a Torre Pellice, destinata a ospitare istituzioni ecclesiastiche e scolastiche.

Nell'autunno del 1658 ripresero gli scontri. Gianavello tornò a raccogliere uomini armati e a organizzare la resistenza, entrando nuovamente in conflitto con la giustizia sabauda. La condizione di «bandito», sancita dai provvedimenti ducali, lo esponeva alla cattura e alla perdita dei beni, ma non ne cancellava l'autorità presso i valligiani, fra i quali poteva contare su protezioni, rifornimenti e complicità.

La lotta si fece progressivamente più aspra. Gli uomini di Gianavello colpivano le truppe ducali, compivano razzie e punivano quanti erano sospettati di collaborare con il nemico. Il governo di Torino cercava invece di isolare i ricercati, minacciando anche coloro che offrivano loro assistenza. La contrapposizione investiva così le stesse comunità valdesi, combattute fra il sostegno ai propri difensori e la necessità di ottenere una pace che consentisse di coltivare le terre, commerciare e ricostruire le case.

Nella primavera del 1663 Gianavello costituì un consiglio di guerra e rafforzò le difese della val Pellice, raccogliendo munizioni e viveri. Alle operazioni contro i presidi sabaudi si accompagnarono incursioni negli abitati del fondovalle e saccheggi che accrebbero le difficoltà dei rappresentanti comunitari impegnati nei negoziati. L'editto del 25 giugno 1663, rivolto contro quarantaquattro banditi, rese ancora più evidente la volontà ducale di separare la sorte delle Valli da quella dei combattenti. La resistenza armata, che aveva contribuito alla sopravvivenza delle comunità, diventava anche motivo di divisione sul prezzo da pagare per la pacificazione.

Le trattative si conclusero nel febbraio del 1664 con le Patenti di Torino. Gli accordi confermavano le concessioni precedenti, ma escludevano i banditi dall'amnistia. Gianavello dovette quindi abbandonare le Valli e prendere la strada di Ginevra: l'allontanamento del capitano e dei suoi compagni era diventato una delle condizioni della pace.

L'esilio a Ginevra (1664-1690)

A Ginevra Gianavello si mantenne con il commercio di acquavite e l'attività di oste. L'esilio lo aveva separato dalle sue terre, ma non dai legami costruiti durante gli anni della resistenza. La sua casa divenne un punto di riferimento per i valdesi di passaggio e per quanti, costretti a lasciare il Piemonte, cercavano assistenza e notizie dei propri familiari. Il capitano continuava così a occupare un posto nella vita delle Valli, pur senza poter più esercitare direttamente il comando.

La nuova persecuzione del 1686 e l'arrivo dei superstiti in terra svizzera riportarono al centro dei suoi pensieri la possibilità di una spedizione nelle Valli. Ormai anziano, Gianavello contribuì alla preparazione del ritorno attraverso consigli e istruzioni, mettendo a disposizione degli esuli la propria esperienza di combattente e la conoscenza dei luoghi. Quando nel 1689 gli uomini guidati dal pastore Henri Arnaud intrapresero il «Glorioso Rimpatrio», egli rimase a Ginevra. Morì il 5 marzo 1690, prima che il mutamento delle alleanze sabaude rendesse possibile il consolidamento del ritorno valdese.

Le sue Istruzioni uniscono indicazioni militari e disciplina religiosa. L'organizzazione delle compagnie, la scelta dei percorsi e la difesa delle posizioni montane si accompagnano alla preghiera e al richiamo alla responsabilità dei combattenti. La guerra vi è giustificata come difesa della fede e dei diritti della comunità, dopo avere inutilmente cercato ascolto presso il sovrano. Anche nell'uso delle armi devono valere limiti di comportamento, capaci di impedire che la lotta degeneri in violenza indiscriminata.

In questi scritti sopravvive soprattutto l'esperienza concreta dell'uomo delle Valli: la familiarità con sentieri, torrenti e passaggi montani diventa uno strumento da trasmettere a chi si prepara a riconquistare le proprie case. La vicenda personale del contadino trasformato in capitano si salda così alla storia della comunità perseguitata e dispersa, della quale Gianavello sarebbe rimasto una delle figure più rappresentative.

Bibliografia

  • Ferruccio Jalla, Gli scritti di Giosuè Janavel dal 1667 al 1688, in “Bollettino della Società di studi valdesi”, 161, 1987, pp. 27-53.
  • Ferruccio Jalla, Gli ultimi scritti di Giosuè Gianavello: le Istruzioni militari del 1688 e 1689, in “Bollettino della Società di studi valdesi”, 164, 1989, pp. 21-61.
  • Ferruccio Jalla, Giosuè Gianavello (1617-1690), Società di studi valdesi, Torre Pellice 1991.
  • Martino Laurenti, I confini della comunità. Conflitto europeo e guerra religiosa nelle comunità valdesi del Seicento, Claudiana, Torino 2015.
  • Sandra Migliore, Gianavello, Giosuè, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 54, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2000.
  • Arturo Pascal, Una istruzione militare inedita del grande condottiero valdese Giosuè Gianavello, in “Bulletin de la Société d'histoire vaudoise”, 49, 1927, pp. 36-55.
  • Bruna Peyrot, Giosuè Gianavello, Claudiana, Torino 2001.
  • Bruna Peyrot, Luca Perrone, Le Istruzioni di Giosuè Gianavello, Claudiana, Torino 2019.
  • Laura Ronchi De Michelis, Janavel, Giosuè, in DBI, vol. 62 (2004).

Article written by Martino Laurenti | Ereticopedia.org © 2014-2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

thumbnail?id=1_usu8DkYtjVJReospyXXSN9GsF3XV_bi&sz=w1000
The content of this website is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) License