Baldacci, Giacomo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giacomo Baldacci (Roversano, 1581 ca. – post 1606) è stato un contadino romagnolo processato per pratiche magiche e sospetto di eresia dall'Inquisizione nel 1606.

Figlio di Giorgio Baldacci, viveva a Roversano, nel territorio della diocesi di Cesena. Le carte processuali lo indicano come venticinquenne nel 1606, dato dal quale si ricava una nascita intorno al 1581. Non sono noti altri dati biografici certi.

Il processo

Il procedimento contro Baldacci fu istruito nel 1606 presso la curia episcopale di Cesena. A formulare l'accusa furono fra Pietro Maria Fatigati, inquisitore generale per le diocesi di Faenza, Ravenna, Cesena, Forlì, Imola, Cervia, Sarsina e Bertinoro, e Andrea Perbenedetti da Camerino, vicario del vescovo di Cesena Camillo Gualandi. La documentazione presenta un'incertezza sulla provenienza di Fatigati: nel manoscritto il toponimo sembra essere «Urgnano», mentre Claudia Solfrini, sulla base delle indicazioni di Angelo Turchini, ritiene più probabile «Vignano».

La denuncia iniziale provenne da Francesca Medri, vicina di casa dei Baldacci, che accusò Giacomo di avere ammaliato la sorella minore Orsina con il pretesto di liberarla dal malocchio.

Nell'atto d'accusa, redatto in latino e in volgare, gli inquisitori attribuirono a Baldacci l'impiego di oggetti e formule sacramentali per pratiche magiche, la consultazione di uno «spirito barbuto» per rintracciare cose perdute o tesori e il possesso di scritti manoscritti contenenti esperimenti proibiti. Figuravano inoltre fra le imputazioni l'uso di candele sulle quali sarebbero stati scritti nomi di demoni, il ricorso a un unguento associato al «gioco delle streghe» e un presunto patto con il demonio. Si trattava delle accuse formalizzate nel processo, da distinguere dai fatti che la documentazione consente di accertare autonomamente.

Le deposizioni di Baldacci furono contraddittorie. In alcuni interrogatori negò di avere compiuto malefici o consultato lo spirito; in altri ammise di avere eseguito esperimenti per ritrovare oggetti perduti o sottratti e di avere posseduto scritti relativi a pratiche proibite. Claudia Solfrini considera possibile che alcune ritrattazioni fossero legate alla tortura, senza tuttavia presentare questa spiegazione come certa.

Gli atti riferiscono inoltre che Baldacci indicò altre persone dalle quali avrebbe appreso o ricevuto esperimenti. La denuncia di eventuali complici poteva incidere sulla posizione dell'imputato nel corso del procedimento.

Abiura e pena

Al termine del processo Baldacci fu giudicato «gravemente sospetto di eresia et apostasia» e pronunciò pubblicamente l'abiura. La formula lo impegnava a rinnegare il ricorso al demonio per conoscere cose occulte, l'abuso di acqua e candele benedette e la detenzione o diffusione di scritti proibiti.

Claudia Solfrini interpreta l'abiura come atto formale di riconciliazione con la Chiesa e osserva che, per quanto emerge dagli atti esaminati, non sembra essere stata estorta sotto minaccia di morte.

Le pene stabilite comprendevano due anni di esilio da Cesena, uno dei quali da trascorrere presso la Santa Casa di Loreto. Per cinque anni Baldacci avrebbe dovuto confessarsi e comunicarsi quattro volte l'anno, oltre a osservare il digiuno del venerdì per due anni.

Il procedimento non documenta una sua appartenenza a gruppi ereticali organizzati. Le imputazioni riguardavano essenzialmente pratiche magiche, divinatorie e superstiziose, che il tribunale ricondusse al sospetto di eresia e apostasia. Il caso costituisce una testimonianza significativa dell'intervento inquisitoriale sulla cultura magico-religiosa delle comunità rurali romagnole all'inizio del Seicento.

Fonti archivistiche

  • Archivio della Diocesi di Cesena-Sarsina, ms. senza segnatura, Processus fabricatus in curia episcopali Caesenatensi contra Iacobum Baldaccium de Riversano diocesis Caesenae. De experimentis magicis haereticalibus factis per dictum Iacobum. Anno Domini MDCVI, in particolare ff. 275r-279r (atti d'accusa e d'abiura pubblicati da Claudia Solfrini nel 2020).

Bibliografia

  • Arnaldo Ceccaroni, La frontiera di Roversano. Osservazioni sulla cultura di un lettore contadino del Seicento, in «Romagna arte e storia», 5/14, 1985, pp. 15-16.
  • Pier Giovanni Fabbri, Indemoniati a Roversano, uomini e donne in un processo per stregoneria ai primi del Seicento, in «Romagna arte e storia», 5/13, 1985, pp. 41-60.
  • Pier Giovanni Fabbri, Progetti e sventure di un "intellettuale contadino" ai primi del Seicento, in «Nuova rivista storica», 70/1-2, 1986, pp. 174-184.
  • Claudia Solfrini, Malìa dell'aghetto in un processo cesenate del 1606, in Le vite dei cesenati, vol. XIII, a cura di Giancarlo Cerasoli, Stampare, Cesena 2019, pp. 313-322.
  • Claudia Solfrini, La fine di un processo per atti di eresia: accusa e abiura. Cesena 1606, in Le vite dei cesenati, vol. XIV, a cura di Giancarlo Cerasoli, Stampare, Cesena 2020, pp. 145-154.
  • Angelo Turchini, Una regolata società. La chiesa di Cesena in età moderna, in Storia di Cesena, vol. III, La dominazione pontificia (secoli XVI, XVII, XVIII), a cura di Adriano Prosperi, Ghigi, Rimini 1989, pp. 199-202.
  • Angelo Turchini, Inquisitori e pastori. Considerazioni su popolazione romagnola, articolazione territoriale, competenza dell'Inquisizione faentina all'inizio del Seicento, Il Ponte Vecchio, Cesena 1994, in particolare p. 31.

Article written by Alessandro Giaquinto | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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