Peña, Francisco

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Francisco Peña (Villarroya de los Pinares, ca. 1540 – Roma, 21 agosto 1612) è stato un giurista e canonista spagnolo, auditore e poi decano della Rota romana, consultore delle congregazioni dell’Indice e del Sant’Uffizio. Fu tra i maggiori sistematori del diritto inquisitoriale nell’età successiva al concilio di Trento. La sua fama è legata soprattutto alla riedizione commentata del Directorium inquisitorum di Nicolau Eymerich, ma la sua attività si estese alla revisione del diritto canonico, alla censura libraria, alle controversie sulla sovranità pontificia e alla politica religiosa della monarchia spagnola.

Vita e opere

Nacque intorno al 1540 a Villarroya de los Pinares, piccolo centro aragonese nei pressi di Teruel. Studiò inizialmente all’Università di Valencia, dove conseguì gradi accademici nelle arti e nella teologia. Si trasferì quindi a Bologna e fu accolto nel Collegio di Spagna, ambiente destinato alla formazione delle élites ecclesiastiche e amministrative della monarchia cattolica. Qui completò gli studi giuridici, conseguendo il dottorato in utroque iure, e tenne lezioni sul Digestum novum. Durante il soggiorno bolognese frequentò l’inquisitore Antonio Balducci e poté consultare documentazione conservata presso il tribunale della fede e il convento domenicano: un’esperienza che contribuì a orientarlo verso lo studio delle fonti inquisitoriali.

Peña non fu, propriamente, un inquisitore impegnato nella conduzione ordinaria dei processi. La sua funzione fu soprattutto quella del giurista, dell’editore di testi e del consulente di Curia. Il suo contributo alla storia dell’Inquisizione consistette nel ricondurre a un quadro dottrinale relativamente coerente un insieme stratificato di canoni medievali, bolle pontificie, consuetudini processuali e disposizioni emanate dai tribunali spagnoli e romani. In tal modo contribuì a trasformare la repressione dell’eresia in un settore specialistico della scienza giuridica.

Giunto a Roma negli anni settanta del Cinquecento, entrò nell’ambiente curiale durante il pontificato di Gregorio XIII. Erano gli anni della revisione delle grandi raccolte normative della Chiesa e della ridefinizione dei rapporti fra la Curia romana e le monarchie cattoliche. Peña collaborò alla preparazione dell’edizione ufficiale del Corpus iuris canonici, promulgata nel 1582, e partecipò ai lavori relativi alla revisione delle Decretali e alla progettata compilazione di un nuovo libro destinato a raccogliere la legislazione pontificia più recente. Le testimonianze coeve e la tradizione erudita gli attribuiscono inoltre una parte delle annotazioni apposte all’edizione romana delle fonti canoniche.

La sua opera principale nacque da un progetto insieme filologico, giuridico e istituzionale. Peña riprese il Directorium inquisitorum composto nel XIV secolo dall’inquisitore aragonese Nicolau Eymerich, ne confrontò il testo con più manoscritti, lo corresse e lo corredò di un vasto apparato di annotazioni. La prima edizione romana apparve nel 1578 presso la Stamperia del Popolo Romano; seguirono le edizioni ampliate del 1585 e del 1587, oltre a successive ristampe. Il frontespizio del 1578 presentava esplicitamente il testo come nuovamente emendato attraverso il confronto fra diversi esemplari e accresciuto mediante lettere apostoliche utili al Sant’Uffizio.

L’intervento di Peña modificava profondamente la natura dell’opera. Il manuale medievale rimaneva formalmente al centro del volume, ma veniva inglobato in un apparato molto più recente, composto da commenti, precisazioni procedurali, riferimenti alla legislazione pontificia e documenti relativi alle Inquisizioni moderne. Gli scholia, denominati poi commentaria, finirono così per costituire un trattato parallelo. Peña non si limitava a spiegare Eymerich: ne segnalava le parti ormai superate, distingueva tra discipline applicabili e norme cadute in disuso e confrontava frequentemente lo stile giudiziario romano con quello spagnolo.

In questa operazione emergeva una precisa concezione del diritto. Le norme inquisitoriali non costituivano, per Peña, un sistema immobile fissato nel Medioevo, ma una materia continuamente integrata dall’autorità pontificia. Bolle, brevi, decisioni delle congregazioni e istruzioni dei tribunali potevano correggere o sostituire la tradizione precedente. La storia delle fonti serviva quindi non a relativizzare l’istituzione, ma a dimostrare la capacità del pontefice di adattarne procedure e competenze alle necessità presenti.

Peña utilizzò ampiamente anche la normativa dell’Inquisizione spagnola, in particolare le istruzioni emanate sotto l’inquisitore generale Fernando de Valdés. Il suo lavoro si collocò pertanto all’incrocio fra due modelli: l’organizzazione territoriale e burocratica della Suprema spagnola e la giurisdizione universale rivendicata dalla Congregazione romana del Sant’Uffizio. Il giurista aragonese non propose una semplice assimilazione tra i due sistemi. Riconobbe differenze significative nella disciplina delle pene, nella gestione dei pentiti, nelle confische e nell’esercizio della grazia, ma attribuì alla Sede apostolica l’ultima parola nelle questioni di fede.

La riflessione di Peña riguardò soprattutto gli aspetti procedurali e penali: la classificazione dei sospetti, il valore delle deposizioni, l’abiura, la recidiva, la contumacia, il trattamento degli eretici pentiti, la riconciliazione e la formulazione delle sentenze. Il volume forniva ai giudici anche modelli documentari e formule utilizzabili nella pratica. Proprio la combinazione fra dottrina, fonti e formulari spiega la lunga fortuna del Directorium, che divenne uno dei testi più citati nella letteratura inquisitoriale della prima età moderna. L’edizione definitiva del 1587 reca ormai nel titolo un esplicito riferimento ai commentaria Francisci Pegnae.

Peña affrontò precocemente tali problemi anche nel De poenis haereticorum, apostatarum eorumque credentium, receptatorum, defensorum ac fautorum, trattato rimasto manoscritto e incompiuto. Vi discusse la scomunica, l’infamia, la responsabilità dei familiari degli eretici e la punizione dei reati occulti. Particolarmente delicata era la questione del pentimento: Peña diffidava delle conversioni tardive dei recidivi e degli eretici già consegnati al potere secolare, ma riconosceva al Sant’Uffizio un margine di discrezionalità nel valutare la sincerità di chi si presentava spontaneamente.

La severità del suo pensiero non deve tuttavia essere ridotta a una meccanica richiesta di pene più dure. Il centro della sua riflessione era piuttosto l’arbitrium del giudice e, al di sopra di questo, la potestà del pontefice. La pena doveva proteggere l’unità religiosa, impedire lo scandalo e garantire l’autorità dell’istituzione; poteva perciò essere graduata, commutata o condonata quando lo richiedessero il bene della fede e le circostanze politiche. Tale flessibilità non introduceva una limitazione del potere inquisitoriale, ma ne confermava il carattere discrezionale.

Oltre a Eymerich, Peña pubblicò e annotò numerosi trattati sull’eresia e sulla procedura inquisitoriale. Curò scritti di Ambrogio Vignati, Paolo Grillando, Juan de Rojas, Bernardo Rategno da Como e altri, contribuendo alla loro inclusione nelle grandi raccolte cinquecentesche dei Tractatus universi iuris. Il suo lavoro editoriale rese disponibili in forma coordinata testi di provenienza ed epoca diverse e contribuì alla formazione di un canone della letteratura giuridica antiereticale. Le annotazioni a Vignati, Grillando e Rategno furono pubblicate a Roma tra il 1581 e il 1584.

Si occupò anche di magia e stregoneria. Ritenne che i patti diabolici, l’apostasia e le pratiche superstiziose con implicazioni religiose appartenessero alla competenza del foro ecclesiastico, anche quando risultava difficile provare la realtà materiale dei fatti attribuiti agli imputati. Più prudente si mostrò su alcuni aspetti della credenza sabbatica e sulle denunce a catena, che potevano produrre un numero incontrollabile di chiamate di correo. La sua posizione partecipava della tensione, tipica della giurisprudenza inquisitoriale romana, fra riconoscimento della realtà del crimine spirituale e cautela nella valutazione delle prove.

Dal 1587 Peña fu consultore della Congregazione dell’Indice. Anche in questo campo adottò una concezione eminentemente giuridica della censura: non si trattava soltanto di individuare proposizioni teologicamente erronee, ma di impedire la circolazione di dottrine capaci di indebolire la giurisdizione ecclesiastica. Nel parere De expungendis iurisconsultorum libris propose di intervenire sulle opere dei giuristi moderni, specialmente francesi e tedeschi, che contestavano l’autorità papale in materia di matrimonio, immunità, usura e potere temporale.

Le sue valutazioni non furono sempre prevedibili. Si oppose all’inclusione indiscriminata di Erasmo tra gli eretici, ma ostacolò la possibilità di pubblicare in forma espurgata la traduzione italiana della Démonomanie des sorciers di Jean Bodin, nella quale individuava errori religiosi e influenze giudicanti, pur condividendone la convinzione che la stregoneria dovesse essere repressa con fermezza. Peña apparteneva dunque all’ala rigorista degli apparati censori, ma il suo rigorismo dipendeva più dalla difesa dell’ordine giuridico ecclesiastico che da una semplice ostilità verso ogni forma di cultura non scolastica.

La carriera curiale fu favorita dalla monarchia spagnola. Nel 1588 divenne auditore della Rota per la Corona d’Aragona e il 14 giugno 1604 raggiunse il decanato del tribunale. Rimase a Roma sino alla morte, rifiutando le sedi episcopali di Tortosa e Albarracín che gli furono prospettate dalla corte spagnola. Le sue decisioni rotali, raccolte e pubblicate postume nel Seicento, testimoniano un’attività giudiziaria che andava molto oltre la materia inquisitoriale.

L’appartenenza alla rete spagnola in Curia condizionò in modo evidente le sue prese di posizione politiche. Peña fu tra gli oppositori più risoluti dell’assoluzione di Enrico di Borbone. Dopo la conversione del sovrano francese, contestò la possibilità che i vescovi di Francia potessero assolverlo da una scomunica riservata alla Sede apostolica. Nel 1595 pubblicò sotto pseudonimo la Responsio canonica contro gli argomenti dei sostenitori di Enrico IV e intervenne nella polemica seguita all’attentato di Jean Chastel, difendendo la Compagnia di Gesù dagli attacchi del Parlamento di Parigi.

La sua intransigenza, ormai in contrasto con la politica di Clemente VIII, orientata verso la riconciliazione con il re di Francia, gli costò una temporanea perdita di influenza. Nel 1596 il pontefice non accolse la richiesta spagnola di elevarlo al cardinalato. A ciò si aggiunsero i dissensi con la Compagnia di Gesù durante la controversia de auxiliis, nella quale Peña appoggiò le posizioni domenicane.

Tornò in primo piano durante il pontificato di Paolo V. Nella controversia dell’Interdetto veneziano difese una concezione molto estesa della giurisdizione ecclesiastica e attaccò le argomentazioni di Paolo Sarpi e dei giuristi della Repubblica. A suo giudizio, l’ordinamento politico cristiano non poteva sottrarsi all’autorità coercitiva del pontefice quando erano in gioco la religione, le immunità del clero e la disciplina della Chiesa.

Questa posizione lo condusse a polemizzare anche con Roberto Bellarmino. Peña giudicava insufficiente la teoria bellarminiana della potestas indirecta, secondo la quale il papa poteva intervenire nelle materie temporali soltanto in rapporto a un fine spirituale. Riteneva invece che tale limitazione fornisse argomenti ai principi e ai giuristi intenzionati a sottrarre spazi di giurisdizione alla Chiesa. Nel De temporali regno Christi, pubblicato nel 1611, sostenne una visione marcatamente ierocratica del potere pontificio. Il trattato costituisce il punto d’arrivo politico della sua riflessione: la difesa dell’Inquisizione, delle immunità ecclesiastiche e della censura libraria derivava da una medesima concezione della comunità cristiana, posta sotto la superiore giurisdizione del papa. L’opera è ricordata nelle bibliografie anche con il titolo De Regno Christi o De temporali regno Christi.

Peña partecipò inoltre a numerose cause di canonizzazione. Redasse o sottoscrisse relazioni riguardanti Diego d’Alcalá, Giacinto di Polonia, Raimondo di Peñafort, Francesca Romana e Carlo Borromeo. Anche questa attività aveva un carattere essenzialmente giudiziario: la santità veniva accertata mediante l’esame dei processi, delle testimonianze e dei miracoli, secondo procedure che nella Roma post-tridentina stavano assumendo una forma sempre più centralizzata.

Morì a Roma il 21 agosto 1612.

Peña rappresenta una figura di raccordo tra la tradizione dell’Inquisizione medievale e i grandi apparati congregazionali della Roma moderna. La sua opera non consistette semplicemente nel recuperare Eymerich, né può essere considerata una neutrale impresa editoriale. Attraverso la selezione delle fonti, l’aggiornamento delle norme e il confronto fra le prassi iberiche e romane, Peña contribuì a fornire al Sant’Uffizio una memoria giuridica e un linguaggio specialistico. Il suo progetto mirava a rendere utilizzabile il passato inquisitoriale entro un sistema ormai centralizzato, nel quale il diritto, la censura e la repressione dell’eresia erano strumenti della costruzione monarchica della Chiesa romana.

Bibliografia essenziale

  • Agostino Borromeo, A proposito del "Directorium Inquisitorum" di Nicolás Eymerich e delle sue edizioni cinquecentesche, in «Critica Storica», 20, 1983, pp. 499-547.
  • Cesare Carena Tractatus de officio Sanctissimae Inquisitionis et modo procedendi in causis fidei, Cremonae, apud Io. Baptistam Belpierum, 1655.
  • Andrea Errera, "Processus in causa fidei". L'evoluzione dei manuali inquisitoriali nei secoli XVI-XVIII e il manuale inedito di un inquisitore perugino, Monduzzi, Bologna,2000.
  • Nicolau Eymerich, Directorium Inquisitorum. Denuo ex collatione plurium exemplarium emendatum, et accessione multarum literarum apostolicarum officio Sanctæ Inquisitionis deservientium locupletatum, cum scholiis seu annotationibus eruditissimis D. Francisci Pegnæ, Romae, in Aedibus Populi Romani, 1578 [più volte ristampato].
  • Nicolau Eymerich, Francisco Peña, Le manuel des inquisiteurs, éd. par Louis Sala-Molins, Mouton, Paris-La Haye 1973.
  • Vittorio Frajese, Regno ecclesiastico e stato moderno. La polemica tra Francisco Peña sull'esenzione dei chierici, in «Annali dell'Istituto Storico Italo-germanico di Trento», 14, 1988, pp. 273-339.
  • Frajese 2006.
  • Vittorio Frajese, Nascita dell'Indice. La censura ecclesiastica dal Rinascimento alla Controriforma, Morcelliana, Brescia 2006.
  • Peter Godman, The Saint as Censor. Robert Bellarmine between Inquisition and Index, Brill, Leiden-Boston 2000.
  • Vincenzo Lavenia, L'infamia e il perdono. Tributi, pene e confessione nella teologia morale della prima età moderna, Il Mulino, Bologna 2004.
  • Vincenzo Lavenia, Peña, Francisco, in DSI, vol. III, pp. 1186-1189.
  • Francisco Peña, De regno Christi liber vnus, Romae, apud Stephanum Paulinum, 1611.
  • Edward Peters, Editing Inquisitors' Manuals in the Sixteenth Century: Francisco Peña and the "Directorium Inquisitorum" of Nicholas Eymeric, in «The Library Chronicle of the University of Pennsylvania», 40, 1974, pp. 95-107.
  • Bernardo Rategno (Bernardus Comensis), Lucerna inquisitorum haereticae prauitatis et eiusdem Tractatus de strigibus cum annotationibus Francisci Pegnae. Additi sunt in hac impressione duo tractatus Ioannis Gersoni, vnus De protestatione circa materiam fidei, alter De signis pertinacia haereticae prauitatis. Romae, ex officina Bartholomaei Grassi, 1584.
  • Juan de Rojas, Singularia iuris in fauorem fidei, haeresisque detestationem, tractatus de haereticis, cum quinquaginta analyticis assertionibus, et priuilegijs inquisitorum. Cum annotationibus Francisci Pegnae. Adiectis quaestionibus 25 coram iudicibus fisci Sanctae Inquisitionis controuerti solitis. Authore Gabriele a Quemada, Venetiis, apud Franciscum Zilettum, 1583.
  • Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell'Italia della Controriforma, Sansoni, Firenze 1990.
  • Stefania Tutino, A Spanish Canonist in Rome: Notes on the Career of Francisco Peña, in «California Italian Studies», 5/1, 2014, pp. 414-430.
  • Michaela Valente, Bodin in Italia. La "Démonomanie des sorciers" e le vicende della sua traduzione, CET, Firenze 1999.
  • Emil van der Vekene, Die gedruckten Ausgaben des "Directorium Inquisitorum" des Nicolaus Eymerich, in «Gutenberg-Jahrbuch», 48, 1973, pp. 286-297.
  • Emil van der Vekene, Bibliotheca Bibliographica Historiae Sanctae Inquisitionis, 3 voll., Topos Verlag, Vaduz 1982-1992.
  • Ambrogio Vignati, Elegans ac utilis tractatus de haeresi […] cum commentariis Francisci Pegñae, Romae, apud Vincentium Accoltum, 1581.

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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