Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Filippo di Pietro Mocenigo (Venezia, sec. XV – post 1523) fu priore della Ca’ di Dio di Venezia (Hospitalis Domus Dei Venetiis) e autore di affermazioni considerate eretiche nel 1514. Era figlio naturale del doge Pietro Mocenigo (1406-1476), che lo ebbe da una schiava turca portata con sé dall’Oriente, dopo anni di campagne militari e vita lontana dalla laguna. Filippo ricoprì il ruolo di superiore dell’ospizio veneziano destinato ai pellegrini dal 1502 al 1523, un incarico di prestigio sul quale il Doge esercitava il giuspatronato esclusivo. Gli successe Alvise Gritti, figlio naturale del doge Andrea.
L'accusa e l'abiura
Il Mocenigo si trovò coinvolto in un procedimento inquisitoriale per via delle sue opinioni considerate offensive nei confronti della fede cattolica e, in particolare, del sacramento dell’eucaristia. Le sue affermazioni, pronunciate sia in pubblico sia per iscritto, avevano destato scandalo fra i fedeli e allarme tra le autorità ecclesiastiche.
Venerdì 21 aprile 1514 venne convocato nella camera privata (camera cubiculare) del patriarca Antonio Contarini alla presenza del francescano Gabriel Bruno, allora inquisitore generale a Venezia, e di una commissione composta dal vescovo di Kissamos (Creta) Domenico Aleppo, dal domenicano Girolamo da Monopoli, maestro in sacra pagina, e da un terzo frate "eius ordinis", non identificabile con certezza a causa della corruzione grafica della fonte. Testimoni dell'abiura anche Alessandro degli Agostini, pievano di San Felice e Tommaso Solarini, pievano di San Tomà.
Durante l’udienza, Filippo ammise subito le proprie colpe, rinunciò alle opinioni eretiche, si sottomise alla Chiesa cattolica e promise di non tornare a discutere di articoli di fede né in pubblico né in privato. Gli fu formalmente ingiunto di non parlare più contro i dogmi cattolici, e in particolare contro il sacramento dell’eucaristia, sotto pena di scomunica latae sententiae e di essere trattato, in caso di recidiva, come eretico e deviante dalla fede cattolica, secondo quanto stabilito dai canoni ecclesiastici.
Non si trattò di un vero e proprio processo, bensì di un solenne ammonimento formale, avvenuto in forma privata nella camera del patriarca, ma alla presenza di testimoni durante il quale Filippo Mocenigo, secondo la formula rituale, “detestò” le proprie opinioni eterodosse e promise di non sostenerle più in futuro.
Fonti
- Archivio Storico del Patriarcato di Venezia, Archivio Segreto, Criminalia Sanctae Inqusitionis, b. 1, fas. 14, "Contra dominum Philippum Mocenigo priorem hospitalis Domus Dei Venetiis", cc. 186r, 187v.
Bibliografia
- Flaminio Corner, Ecclesiae Venetae antiquis monumentis: nunc etiam primum editis illustratae ac in decades distributae. Ventiis, typis Jo. Baptistae Pasquali, 1749, p. 330.
- Giuseppe Gullino, Mocenigo, Pietro, in DBI, vol. 75 (2011).
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]