Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Eustochio da Padova, al secolo Lucrezia Bellini (Padova, 1444 – 13 febbraio 1469), fu una monaca benedettina del monastero di San Prosdocimo. Coinvolta da educanda nel procedimento episcopale contro le religiose del cenobio nel 1460, compare nelle successive fonti agiografiche come vittima di persecuzione demoniaca. Accusata di maleficio dalle consorelle e sottoposta a reclusione, fu difesa dal confessore Girolamo Saligario, al quale si deve una parte fondamentale della sua memoria spirituale. Dopo la morte divenne oggetto di un culto locale, riconosciuto nel Settecento sotto il pontificato di Clemente XIII.
Origini e ingresso nella vita religiosa
Secondo la tradizione biografica, Lucrezia nacque nel 1444 dalla relazione tra Bartolomeo Bellini e Maddalena Cavalcabò, indicata come religiosa di San Prosdocimo. L’identità materna è tramandata dalle fonti narrative, ma non trova riscontro nella documentazione processuale qui considerata. Le circostanze della nascita assunsero un ruolo rilevante nelle successive biografie, che rappresentarono la sua vita sullo sfondo della trasgressione dei genitori e del superamento dello stigma delle origini.
Lucrezia crebbe nell’ambiente del monastero, attraversato a metà Quattrocento da tensioni disciplinari. Nel 1460 il procedimento promosso dal vescovo Jacopo Zeno precedette la riorganizzazione della comunità, affidata alla badessa Giustina de Lazara.
Rimasta a San Prosdocimo, Lucrezia chiese di essere ammessa alla vita religiosa. La tradizione descrive le iniziali esitazioni delle monache e il successivo assenso della badessa, sostenuto dal parere favorevole dell’autorità episcopale. Il 15 gennaio 1461 ricevette l’abito benedettino e assunse il nome di Eustochio. Una trascrizione settecentesca della professione monastica reca la data del 21 marzo 1465, mentre la successiva tradizione biografica indica anche il 25 marzo dello stesso anno.
Il processo contra moniales delinquentes di San Prosdocimo e il coinvolgimento di Lucrezia (1460)
Una testimonianza distinta dalle successive narrazioni agiografiche è costituita dal processo canonico promosso nel 1460 da Jacopo Zeno. Il fascicolo conserva interrogatori compresi tra il 9 settembre e l’8 ottobre e documenta l’intervento dell’autorità diocesana sulla condotta delle religiose e sui rapporti della comunità con persone esterne.
L’inchiesta fu affidata inizialmente al vicario Giovanni Francesco de Pavinis. Il mandato episcopale richiamava il deterioramento della disciplina regolare, la dissipazione dei beni del cenobio e gli scandali provocati da laici ed ecclesiastici che lo frequentavano. Si trattava di un procedimento episcopale di carattere disciplinare e criminale, nel quale emersero anche accuse di pratiche magiche e demoniache.
Tra le prime persone interrogate figuravano due educande, Cristina e Lucrezia Bellini. Le loro deposizioni descrissero relazioni sessuali delle monache, gravidanze clandestine, presunti infanticidi, appropriazioni di beni e conflitti per il controllo della comunità. Le accuse coinvolgevano soprattutto due religiose omonime, Marina da San Prosdocimo e Marina da San Bernardo, insieme ad altre consorelle.
Interrogata il 9 settembre e nuovamente due giorni dopo, Lucrezia riferì delle rivalità interne e dell’appropriazione delle insegne della badessa defunta. Indicò uomini, sacerdoti e religiosi che avrebbero frequentato gli ambienti della clausura. Attribuì inoltre ad alcune monache pratiche malefiche e descrisse cerimonie di evocazione demoniaca che si sarebbero svolte anche in una casa esterna al cenobio. Nella sua deposizione compariva il padre Bartolomeo Bellini, al quale erano attribuiti formule, gesti e offerte rituali.
Il procedimento restituisce però una posizione di Lucrezia più complessa di quella di semplice testimone d’accusa. Il 20 settembre suor Filippa dichiarò che la giovane conosceva le pratiche paterne e che l’aveva coinvolta in un rito destinato a trasferire un’anima dall’inferno al paradiso. Il 25 settembre suor Imperatrice le attribuì, insieme al padre, pratiche magiche e invocazioni del demonio. Lucrezia emerge quindi all’interno di una rete di accuse e controaccuse, nella quale i rapporti familiari e le tensioni comunitarie condizionavano la rappresentazione dei comportamenti individuali.
Altre deposizioni richiamavano l’impiego rituale di salmi, la presenza di donne reputate esperte di magia e l’uso di un libro identificato da una testimone come Clavicula Salomonis. Tali dichiarazioni documentano i contenuti delle accuse e il linguaggio demonologico impiegato nell’inchiesta, senza permettere di verificare automaticamente ogni pratica descritta o l’identità del testo menzionato.
Il fascicolo si interrompe senza una decisione conclusiva: non è quindi possibile conoscere la valutazione giudiziaria delle singole accuse o le eventuali pene inflitte. Alla crisi seguì la riorganizzazione della comunità, con l’insediamento di Giustina de Lazara e di un nuovo nucleo di religiose. Lucrezia rimase nel monastero.
La documentazione del 1460 offre un precedente importante per lo studio della successiva fama di possessione di Eustochio. Non è dimostrabile che i conflitti posteriori fossero una conseguenza diretta delle sue deposizioni. Il processo attesta però che, prima della vestizione, la giovane era già inserita in un ambiente nel quale maleficio, evocazione demoniaca e trasgressione religiosa costituivano strumenti di accusa e di interpretazione del disordine comunitario.
Possessione, accuse di maleficio e reclusione
Le narrazioni sulla vita monastica di Eustochio descrivono fenomeni interpretati come vessazione e possessione demoniaca: grida, agitazione del corpo, comportamenti contrari alle osservanze e azioni che avrebbero turbato la comunità. La loro trasmissione dipende soprattutto da testi spirituali e agiografici, nei quali la ricostruzione degli episodi è inseparabile dall’affermazione della santità della protagonista.
Il confessore Girolamo Saligario interpretava questi fenomeni come una persecuzione involontariamente subita, distinguendoli dalla pratica consapevole del maleficio. Tale lettura permetteva di difendere Eustochio senza negare l’intervento demoniaco: i comportamenti attribuiti allo spirito maligno non esprimevano la volontà della religiosa, mentre la sua resistenza poteva testimoniare pazienza, obbedienza e fedeltà alla vocazione. Nelle Memorie questa interpretazione assume anche una funzione educativa, rivolta alla destinataria monastica dell’opera.
La lettura del confessore non era condivisa da tutte le consorelle. Secondo i biografi, alcune ritenevano che Eustochio simulasse i propri disturbi, cercasse di suscitare compassione o nascondesse una disposizione moralmente colpevole. Il contrasto investiva dunque la responsabilità della religiosa: vittima del demonio per i suoi difensori, possibile simulatrice o autrice di malefici per le accusatrici.
La tensione raggiunse il culmine durante una malattia della badessa Giustina de Lazara. Le fonti narrative riferiscono che l’inefficacia dei rimedi e il ritrovamento di oggetti sospetti alimentarono l’interpretazione del morbo come effetto di un maleficio. Eustochio fu indicata come responsabile e rinchiusa per circa tre mesi in una stanza del monastero. Alla vicenda fu associata anche una conversa di nome Paola, sospettata di complicità.
Alle privazioni della libertà si sarebbero aggiunte restrizioni alimentari. Secondo la tradizione, l’autorità episcopale, informata delle accuse, avrebbe disposto che ogni terzo giorno Eustochio fosse lasciata completamente a digiuno. I racconti insistono inoltre sulle ingiurie delle custodi e sull’ostilità diffusasi fuori dal monastero. Salio e Cordara descrivono una folla che ne avrebbe chiesto la condanna al rogo: un particolare della tradizione agiografica che non costituisce prova dell’avvio di una procedura capitale.
L’accusa di maleficio trasformava il significato dei fenomeni attribuiti alla giovane. La presenza del demonio non veniva più considerata soltanto una sofferenza subita, ma il possibile segno di una capacità di nuocere alla superiora e alla comunità. Il sospetto poteva così legittimare l’isolamento e la coercizione all’interno del cenobio.
Per questo episodio non è disponibile, nelle fonti qui utilizzate, un autonomo fascicolo giudiziario paragonabile a quello del 1460. La durata e le circostanze della prigionia sono tramandate dai racconti biografici, che presentano Eustochio come vittima innocente di un’ingiusta persecuzione.
La tradizione attribuisce un intervento anche a Francesco de Lazara, fratello della badessa, che avrebbe prospettato alla religiosa il ritorno alla vita secolare. La sua risposta, tramandata in forma edificante, ribadiva la scelta monastica e interpretava le tribolazioni come parte del rapporto con Cristo. La liberazione e la successiva professione segnarono, nella costruzione biografica, il superamento della minaccia di esclusione. I biografi collegano a questo percorso anche il progressivo mutamento della sua reputazione: la monaca inizialmente sospettata ed emarginata sarebbe stata riconosciuta dalle consorelle come esempio di pazienza e virtù.
I tormenti corporei e spirituali
Le biografie descrivono i tormenti di Eustochio attraverso un repertorio di sofferenze fisiche e spirituali attribuite all’azione demoniaca. Questi racconti, trasmessi e rielaborati in epoche diverse, testimoniano le interpretazioni religiose del suo patire; non consentono invece di stabilire retrospettivamente l’origine delle lesioni o di formulare una diagnosi.
Un episodio anteriore alla reclusione riguarda una crisi durante la quale Eustochio sarebbe stata legata a una colonna per più giorni. I biografi descrivono grida, agitazione e percosse del corpo, interpretandole come manifestazioni dello spirito maligno. Alla spiegazione demonologica si accompagnavano dunque interventi materiali sulla religiosa: la sofferenza narrata comprendeva tanto i fenomeni attribuiti alla possessione quanto le misure adottate per contenerli.
La liberazione non avrebbe posto fine ai tormenti. Nelle rielaborazioni di Salio e Cordara il demonio è presentato come responsabile di trascinamenti, cadute, strette di funi, ferite prodotte con strumenti taglienti e abbondanti perdite di sangue. Sono ricordate incisioni della pelle e delle vene, sfinimenti e difficoltà a trattenere il cibo. L’accumulo di questi episodi costruisce l’immagine di un corpo continuamente esposto alla violenza.
Particolarmente significativo è il racconto del sollevamento di Eustochio fino alle travi del tetto, accompagnato dalla minaccia di lasciarla precipitare se non avesse ceduto la propria anima. L’episodio rende esplicita la distinzione su cui si fonda la sua difesa spirituale: la coercizione esercitata sul corpo non equivale al consenso dell’anima.
Accanto a Saligario compare la conversa Eufrasia, detta anche Eufrosina, che l’avrebbe assistita fino alla morte. Giberti riferisce che Eustochio le chiedeva, nei momenti di maggiore travaglio, di porle al collo una stola sacerdotale. Il racconto attribuisce all’oggetto una funzione di contenimento dello spirito maligno e presenta una forma di assistenza affidata anche a una consorella. Alla solitudine e al sospetto si contrapponeva una relazione quotidiana di compagnia e protezione.
Negli ultimi due anni di vita i biografi descrivono un progressivo deperimento: estrema debolezza, difficoltà a camminare e ripetute perdite di sangue. A queste sofferenze si affiancavano digiuni e veglie volontarie, ricordati come esercizi ascetici e da distinguere dalle privazioni imposte durante la reclusione.
Il tormento assumeva inoltre la forma dell’abbandono spirituale. Cordara riferisce che Saligario, in una fase avanzata della malattia, avrebbe diradato le visite, ascoltando la penitente con fastidio e rispondendole aspramente. Il biografo riconduce questa avversione a un’ulteriore insidia diabolica; altra documentazione richiamata negli studi ricorda invece l’impegno del confessore nell’assistenza alla madre morente. Le diverse spiegazioni non cancellano il rilievo attribuito alla sofferenza della monaca, che desiderava il suo conforto e si sentiva privata del principale sostegno spirituale.
Anche le tentazioni degli ultimi giorni furono inserite in questo quadro. I biografi raccontano l’affacciarsi di immagini di feste, nozze e piaceri sensuali, interpretate come un estremo tentativo del demonio di ottenere il consenso della religiosa. Il corpo ormai sfinito non segnava dunque, nella logica del racconto, la conclusione della battaglia spirituale.
La memoria agiografica trasformò questa molteplicità di sofferenze in un percorso di assimilazione a Cristo. Saligario accostò la persecuzione subita da Eustochio a una forma di martirio fondata sulla perseveranza, mentre i biografi successivi svilupparono il parallelismo tra le sue umiliazioni e la Passione. Il riconoscimento della santità non dipendeva dall’assenza dei fenomeni demoniaci, ma dalla capacità, attribuita alla religiosa, di attraversarli senza rinunciare alla fede e alla vocazione.
Morte e sviluppo del culto
Eustochio morì il 13 febbraio 1469. Alla memoria delle sofferenze sopportate si associarono presto racconti di grazie e guarigioni ottenute per sua intercessione.
La venerazione ebbe come centro il monastero di San Prosdocimo, il corpo della religiosa e il luogo della prima sepoltura. Le fonti riferiscono il ritrovamento del corpo incorrotto e la comparsa di acqua nella fossa sepolcrale dopo la riesumazione. A quest’acqua furono attribuite proprietà terapeutiche e il suo impiego divenne una componente durevole della devozione.
Una testimonianza fondamentale della prima diffusione del culto è il Libro dei miracoli, conservato nel manoscritto E.8 della Biblioteca Capitolare di Padova. Il registro raccoglie grazie e interventi attribuiti a Eustochio negli anni successivi alla morte, permettendo di studiare i devoti, le pratiche votive e i rapporti tra il monastero e la società cittadina.
Il culto si sviluppò per secoli prima del riconoscimento pontificio. Nel Settecento furono raccolte testimonianze e memorie della sua antichità, nell’ambito della procedura relativa al culto immemorabile. Il 22 marzo 1760 Clemente XIII concesse la celebrazione liturgica in suo onore; ulteriori provvedimenti negli anni successivi definirono i testi e l’estensione delle celebrazioni. Il riconoscimento è presentato nella storiografia sul culto come beatificazione equipollente.
Fonti e tradizione agiografica
La conoscenza di Eustochio dipende in misura rilevante dalla mediazione dei suoi biografi. Le Memorie attribuite a Saligario, conservate nel manoscritto B.P. 15 della Biblioteca Civica di Padova, intrecciano il ricordo della religiosa con insegnamenti spirituali rivolti a una destinataria monastica. Costituiscono una testimonianza della costruzione della sua memoria nell’ambiente religioso che l’aveva conosciuta.
Il manoscritto settecentesco B.P. 383 conserva una copia delle Memorie e un distinto testo, anch’esso attribuito a Saligario, dedicato a Benedetta, Eustochio ed Eufrasia. Alla tradizione saligariana si affianca la Vita attribuita al vescovo Pietro Barozzi, trasmessa anche nella traduzione volgare realizzata da Daniele Villa nel 1547. Seguirono le testimonianze a stampa di Bernardino Scardeone e le successive rielaborazioni agiografiche, tra le quali quelle di Gian Matteo Giberti, Giuseppe Salio e Giulio Cesare Cordara.
Il confronto tra gli atti del 1460, gli scritti attribuiti al confessore e le successive Vite permette di seguire le diverse rappresentazioni di Lucrezia-Eustochio. Queste testimonianze, prodotte con finalità giudiziarie, spirituali e devozionali differenti, richiedono di distinguere le accuse registrate nel procedimento dalla loro successiva rielaborazione agiografica.
Fonti
- Archivio storico diocesano di Padova, Mensa Vescovile, Scritture del vescovado, b. 235, Processus contra moniales monasterii Sancti Prosdocimi delinquentes, cc. 112r–141r.
- Archivio storico diocesano di Padova, Fondo Curia Vescovile, serie Canonizzazioni e reliquie, b. 14, documentazione relativa alla vita e al culto di Eustochio.
- Padova, Biblioteca Civica, ms. B.P. 15, Memorie della beata Eustochio, attribuite a Girolamo Saligario.
- Padova, Biblioteca Civica, ms. B.P. 383, testi attribuiti a Girolamo Saligario e copia delle Memorie.
- Padova, Biblioteca Civica, ms. B.P. 1273, Vita della beata Eustochio attribuita a Pietro Barozzi, nella traduzione volgare di Daniele Villa, e altri testi.
- Padova, Biblioteca Capitolare, ms. E.8, Liber miraculorum.
Bibliografia
- Christian Gabrieli (a cura di), Beata Eustochio. Storia e attualità di Lucrezia Bellini (1444–1469), Edizioni Diodati, Padova 2025; in particolare i contributi di Christian Gabrieli sulla vita e sul culto, di Vincenzo Vozza sulle fonti storico-letterarie e di Emilio Fabbiani su Girolamo Saligario.
- Vincenzo Vozza, Note sull’attività pastorale del vescovo Jacopo Zeno: il processo alle monache benedettine di San Prosdocimo in Padova (1460), in «Studia Sancti Romuli», 3, 2025, pp. 185–222.
Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]