Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Diego de Uceda (Cordova, attivo tra gli anni Venti del XVI secolo), servitore di Fernando de Córdoba, clavero dell’Ordine di Calatrava, fu imputato nel primo processo inquisitoriale spagnolo esplicitamente configurato come processo contro opinioni "luterane". L’accusa di "luteranesimo", tuttavia, inglobava evidentemente in modo fluido forme di riformismo religioso e umanistico non ancora nettamente separate dall’ortodossia. Il processo si svolse tra 1528 e 1529, in una fase in cui l’Inquisizione spagnola stava ridefinendo i confini del lecito tra devozione “interiore”, riformismo umanistico ed eresia.
Uceda emerge soprattutto come lettore entusiasta di Erasmo: conosceva e citava opere quali l’Enchiridion (Manual del caballero cristiano) e i Colloquia (Coloquios), insistendo su temi tipici dell’erasmismo, come la confessione intesa anzitutto come atto interiore e il ruolo delle immagini quali semplici stimoli alla pietà, non oggetti di devozione feticistica. Questo atteggiamento fu giudicato ambiguo, anche perché Uceda associò imprudentemente Erasmo a Lutero, attirando sospetti e denunce.
A casa del suo padrone, Uceda leggeva ad alta voce interi passi dell’Enchiridion e discuteva con zelo di confessione, culto delle immagini e questioni religiose in genere, suscitando reazioni ostili fra i servitori; la deposizione del maggiordomo Francisco de Ayala fu determinante per l’avvio dei sospetti. Nel 1527, durante un viaggio a corte e nel successivo rientro, aggravò ulteriormente la propria posizione, vantandosi in una locanda delle sue letture erasmiane e pronunciando anche il nome di Lutero (registrato nel fascicolo processuale come “Leuterio”). Poco dopo, viaggiando con l’arciprete di Arjona Garci Álvarez, ribadì la stessa linea spirituale.
Rientrato a Córdoba, fu arrestato a seguito della denuncia di Rodrigo Durán, che lo aveva udito esprimere scetticismo su alcuni miracoli e criticare l'eccessivo culto delle immagini. Il procedimento passò quindi all’Inquisizione di Toledo. In sede processuale, Uceda mantenne una difesa prudente, collocandosi entro proposizioni compatibili con Erasmo; nondimeno, pur in assenza di una prova conclusiva di luteranesimo, subì l’esito tipico dei casi di sospetto grave. Il 22 luglio 1529 abiurò de vehementi nell’autodafé di Toledo e fu condannato a diciassette mesi di reclusione, motivati soprattutto dal suo elogio pubblico e appassionato di testi erasmiani in una fase in cui questi iniziavano a essere sottoposti a censura.
Nello stesso autodafé comparvero anche Pedro Ruiz de Alcaraz e Isabel de la Cruz; la loro presenza non implica tuttavia un legame diretto con Uceda, poiché essi erano perseguiti per alumbradismo, mentre Uceda per "luteranesimo", o più precisamente per un "luteranesimo" attribuitogli a partire da un fervore erasmista mal gestito.
Bibliografia essenziale
- Marcel Bataillon, Érasme et l’Espagne, a cura di Daniel Devoto, 3 voll., Droz, Genève 1991.
Internet Archive
- John E. Longhurst, Luther and the Spanish Inquisition: The Case of Diego de Uceda, 1528–1529, Albuquerque, University of New Mexico Press, 1953.
Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2025
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]