Landa, Diego de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Diego de Landa (Cifuentes, 1524 – Mérida, Messico, 1579) fu frate francescano, missionario e poi vescovo di Yucatán, figura centrale e controversa della prima evangelizzazione della penisola mesoamericana. La sua azione pastorale e repressiva, culminata negli eventi di Maní del 1562, lo rese protagonista di uno dei più gravi episodi di violenza religiosa contro le popolazioni indigene del Nuovo Mondo. Fu anche autore di un’opera fondamentale per la conoscenza della civiltà maya.

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Giunto in Yucatán nel 1549 nell'ambito delle prime missioni francescane, de Landa si distinse rapidamente per lo zelo apostolico e per la padronanza della lingua maya yucateca, che considerava uno strumento essenziale per l’evangelizzazione. Negli anni cinquanta del XVI sec. l’ordine consolidò la propria presenza nella regione, fino alla creazione di una provincia francescana autonoma nel 1561, della quale de Landa fu eletto provinciale.

Nel 1562, in seguito alla scoperta di pratiche religiose indigene considerate idolatriche nel villaggio di Maní, Diego de Landa intervenne come giudice ecclesiastico, con l’appoggio delle autorità civili. L’inchiesta che ne seguì – condotta al di fuori delle procedure inquisitoriali formalmente codificate – si caratterizzò per l’uso sistematico della tortura e per una repressione su vasta scala. Le conseguenze furono devastanti: numerosi morti, suicidi e mutilazioni permanenti, oltre alla distruzione di oggetti rituali e di un numero imprecisato di manoscritti maya, ritenuti strumenti dell’idolatria. L’autodafé celebrato nell’estate del 1562 segnò simbolicamente l’apice di questa campagna repressiva.

L’azione di Diego de Landa suscitò forti opposizioni. Sul piano giuridico ed ecclesiastico, la sua autorità si fondava sulla concessione papale che attribuiva agli ordini religiosi poteri ordinari in assenza di un vescovo; tuttavia, tali prerogative furono contestate dal nuovo vescovo di Yucatán, Juan de Toral, che prese possesso della diocesi proprio in quegli anni e sconfessò apertamente l’operato dei francescani. Il conflitto coinvolse anche gli encomenderos, che – in un rovesciamento polemico significativo – accusarono i frati di crudeltà e arbitrarietà verso gli indigeni.

Richiamato in Spagna, Landa dovette difendersi davanti al Consiglio delle Indie: inizialmente censurato, fu infine assolto da una commissione di teologi e canonisti. Dopo la morte di Toral, venne nominato vescovo di Yucatán. Prese possesso della diocesi nel 1573 e la governò fino alla morte, avvenuta a Mérida nel 1579. Lo scandalo legato alle sue precedenti azioni contribuì probabilmente a rafforzare l’orientamento che escludeva gli indigeni dalla giurisdizione diretta del Sant’Uffizio quando l’Inquisizione fu istituita in Messico.

Paradossalmente, Landa è ricordato anche come autore della Relación de las cosas de Yucatán, opera composta negli anni successivi agli eventi di Maní e nota attraverso una copia manoscritta pubblicata nell’Ottocento dall'abate Brasseur de Bourbourg. Il testo, che descrive usi, credenze e scrittura dei Maya, costituisce una fonte imprescindibile per l’etnografia e la storia religiosa mesoamericana. In esso si trova anche un tentativo di interpretazione fonetica dei segni maya, intuizione che – nonostante i limiti e le ambiguità – avrebbe assunto un rilievo inatteso nella moderna decifrazione della scrittura geroglifica. La figura di de Landa resta così segnata da una contraddizione profonda: distruttore di codici, massacratore di indigeni e al tempo stesso testimone decisivo di una civiltà che contribuì a cancellare.

Bibliografia

  • Inga Clendinnen, Ambivalent Conquests. Maya and Spaniard in Yucatan, 1517-1570, Cambridge University Press, Cambridge 1987.
  • Stella María González Cicero, Perspectiva religiosa en Yucatán. 1517-1571: Yucatán, los franciscanos y el primer obispo fray Francisco de Toral, El Colegio de México, México 1978.
  • Rosalba Piazza, Landa, Diego de, in DSI, vol. II, p. 869-870.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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