Daniele da Venezia (frate)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Daniele da Venezia fu un sacerdote francescano osservante che, durante un soggiorno a Cipro, abbandonò l’abito religioso e aderì all’Islam. Tornato in territorio veneziano, si presentò spontaneamente al Sant’Uffizio per chiedere la riconciliazione con la Chiesa cattolica. Il 2 aprile 1598 pronunciò l’abiura e fu condannato a cinque anni di reclusione conventuale, oltre che a limitazioni nell’esercizio del ministero e a penitenze spirituali.

Il viaggio a Cipro e l’apostasia

Non sono note le date di nascita e di morte. Le informazioni disponibili sulla sua vicenda provengono principalmente dalla supplica autografa presentata all’inquisitore veneziano e dall’interrogatorio del 31 marzo 1598.

Daniele dichiarò che, circa due anni prima, risiedeva nel convento francescano di Piove di Sacco e desiderava visitare i luoghi santi. Aveva ottenuto di accompagnare fra Callisto da Cipro, identificato con Callisto Martelli, che si recava nell’isola come guardiano e commissario dei conventi francescani di quell’area.

Durante il soggiorno alcuni mercanti lo condussero a visitare Nicosia. Secondo la ricostruzione offerta ai giudici, la vista dei cavalieri ottomani e l’attrazione per il loro modo di vivere contribuirono alla decisione di abbandonare la propria condizione religiosa. Daniele collegò tale scelta anche alla convinzione di non potersi salvare senza osservare alla lettera la regola francescana: ritenendosi ormai dannato, avrebbe deciso di entrare nella cavalleria del governatore dell’isola.

Si rivolse quindi al pascià, chiedendo di «farsi turco». Questi accolse la richiesta e, appreso che sapeva leggere e scrivere, gli prospettò l’incarico di proprio scrivano. Daniele riferì che gli furono rasati i capelli e la chierica, che fu circonciso e vestito con abiti damascati, ricevendo una lancia e venendo fatto montare a cavallo.

Il pentimento e la fuga

Daniele dichiarò di essere rimasto tra gli ottomani, indossandone gli abiti, per cinque mesi e mezzo. Sostenne tuttavia di essersi pentito immediatamente dopo la conversione e di non aver mai aderito interiormente alla fede islamica. Raccontò di aver frequentato la moschea soltanto due volte, imitandone esteriormente i riti mentre recitava in segreto preghiere cattoliche.

Nella supplica e nell’interrogatorio attribuì la propria decisione alla tentazione diabolica e alla disperazione. Riferì inoltre sogni angosciosi, il ritorno alla lettura della regola francescana e la recita del Veni Creator Spiritus. Questi elementi appartengono al racconto penitenziale con il quale presentò ai giudici l’apostasia e il successivo ritorno.

Per lasciare Cipro cercò l’aiuto di mercanti cristiani. Dopo diverse difficoltà raggiunse Limisso, dove rimase nascosto per quarantacinque giorni in una grotta. Dichiarò di essersi infine imbarcato il 27 novembre precedente all’interrogatorio, dunque nel 1597, sulla nave Mazzorba. Giunto a Venezia, si presentò all’inquisitore e consegnò una supplica scritta di propria mano, chiedendo penitenza e misericordia.

Il procedimento veneziano

Il 31 marzo 1598 Daniele comparve davanti al tribunale veneziano, alla presenza del patriarca Lorenzo Priuli, del nunzio apostolico e dell’inquisitore, con l’assistenza del procuratore di San Marco Girolamo da Mula. Il verbale lo qualifica come sacerdote dei minori osservanti, allora residente nel convento veneziano di San Francesco.

Riconosciuta l’autografia della supplica, fu interrogato sulle circostanze della conversione, sulle pratiche religiose osservate durante il soggiorno e sulle proprie convinzioni. Ammise di aver chiesto volontariamente di diventare musulmano, ma negò di aver considerato l’Islam più vero del cattolicesimo o di aver pronunciato offese contro la fede cristiana. Ribadì che il pentimento era stato immediato e che aveva chiesto ai cristiani incontrati di pregare per lui.

Il tribunale, considerata la confessione e attenendosi alle indicazioni ricevute dal cardinale Giulio Antonio Santori, stabilì che dovesse abiurare come apostata formale dalla fede cattolica.

L’abiura e la sentenza

Il 2 aprile 1598 Daniele pronunciò l’abiura davanti al patriarca Lorenzo Priuli, al nunzio Antonio Maria Graziani e all’inquisitore Vincenzo Arrigoni, con l’assistenza di Girolamo da Mula. Rinnegò l’adesione all’Islam, professò la fede cattolica e promise di adempiere le penitenze imposte. Nel testo ribadì di aver conservato interiormente la fede cristiana anche dopo aver assunto l’abito ottomano.

Ricevuta l’abiura, il tribunale lo dichiarò inabile agli uffici, agli onori e alle dignità dell’ordine, privandolo perpetuamente della voce attiva e passiva, ossia della facoltà di eleggere e di essere eletto. Lo sospese inoltre dalla celebrazione della messa e dall’amministrazione dei sacramenti fino a un’eventuale dispensa pontificia.

Come luogo di reclusione gli fu assegnato per cinque anni il convento di San Bernardino di Verona, dal quale non avrebbe potuto allontanarsi. Durante il quinquennio avrebbe dovuto osservare digiuni aggiuntivi rispetto a quelli prescritti dall’ordine e recitare quotidianamente l’ufficio dei defunti. Per il resto della vita gli fu imposto di recitare ogni mattina e sera, in ginocchio, il simbolo di fede attribuito a sant’Atanasio. Fu inoltre ammonito a ricevere devotamente la comunione nei giorni in cui si comunicavano i religiosi non sacerdoti del convento.

La documentazione pubblicata non permette di seguire la sua vita successiva né di accertare l’effettivo svolgimento della pena. Il fascicolo testimonia un passaggio dal mondo conventuale francescano alla società ottomana e il successivo ritorno alla Chiesa cattolica, ricostruiti soprattutto attraverso le dichiarazioni rese dall’interessato nel percorso giudiziario di riconciliazione.

Fonti

  • Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 3, fasc. 24, «Abiuratio a formali apostasia a fide catholica fratris Danielis de Venetiis ordinis sancti Francisci de observantia», cc. 379–388.

Bibliografia

  • Vincenzo Vozza, Tonache scucite. Racconti di preti, frati e suore davanti all’Inquisizione veneziana (XVI–XVII sec.), Edizioni Diodati, Padova 2026, pp. 237–248.

Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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