Barbarigo, Bernardo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Bernardo Barbarigo (sec. XV – post 19 aprile 1510) fu un religioso veneziano appartenuto all'ordine certosino e sottoposto a procedimento inquisitoriale nel 1510.

Profilo biografico e condizione religiosa

Nato verosimilmente intorno alla metà del XV secolo, Barbarigo dichiarava, in una lettera acquisita agli atti processuali, di essere ormai sessantenne (cum me video sesagenicum). Nello stesso documento ricordava di essere cresciuto sotto la tutela di alcuni parenti (sub tutella parentum) di casa Diedo, successivamente designati come avunculi. Particolare rilievo assume, nella sua vicenda, il rapporto con Alvise Diedo1, protonotario apostolico e abate commendatario di Santa Bona di Vidor, nella diocesi di Ceneda, al quale era legato da vincoli di parentela (viene designato come germanus).
In epoca non precisabile Barbarigo entrò nell'ordine certosino, presso una comunità che la documentazione processuale consente di collegare all'ambiente ecclesiastico trevigiano. L'identificazione con la certosa di San Girolamo del Montello, proposta sulla base di alcuni riferimenti indiretti, rimane tuttavia ipotetica, così come lo status all'interno della comunità, non potendo ricavare dalle fonti se fosse pater o frater.
Un passaggio significativo della sua vicenda si colloca durante il pontificato di Alessandro VI (1492-1503), quando Barbarigo ottenne una dispensa pontificia relativa alla propria condizione religiosa. Negli interrogatori del 1510 egli richiamò tale provvedimento per spiegare la propria permanenza fuori dalla comunità certosina e il conferimento di un beneficio ecclesiastico nella località di Vidor, nella diocesi di Ceneda2.
La natura e l'estensione della dispensa non risultano tuttavia definibili con certezza sulla sola base delle dichiarazioni riportate nel processo. In particolare, occorre distinguere la facoltà di soggiornare fuori dal monastero dall'eventuale scioglimento dei vincoli derivanti dalla professione religiosa, senza presumere che le due condizioni coincidessero. La documentazione testimonia inoltre successive controversie relative all'uso dell'abito fuori dalla certosa e ai rapporti di Barbarigo con la comunità di provenienza.
Il beneficio ecclesiastico di Vidor costituisce un ulteriore elemento della sua biografia. Secondo quanto dichiarato dall'interessato, il beneficio gli era stato conferito grazie all'intervento di Alvise Diedo. Barbarigo affermava di averlo conservato fino alla rinuncia e ricordava di aver soggiornato, durante quel periodo, tanto all'interno quanto all'esterno dell'ambiente monastico. Il successivo deterioramento dei rapporti con Diedo avrebbe assunto particolare rilievo nella documentazione processuale del 1510, nella quale emergono accuse reciproche, rivendicazioni personali e contestazioni relative alla condotta religiosa dell'ex certosino.
La controversia con il commendatario e le questioni relative alla posizione ecclesiastica di Barbarigo costituiscono dunque il contesto immediato nel quale si inserisce il procedimento celebrato a Venezia nell'aprile 1510.

Il procedimento inquisitoriale del 1510

Il 9 aprile 1510 Bernardo Barbarigo comparve davanti al tribunale inquisitoriale veneziano, nell'ambito di un procedimento condotto dal francescano conventuale Gabriele Bruno, inquisitore a Venezia. Gli atti documentano una successione di interrogatori, acquisizioni di scritti, testimonianze e dichiarazioni dell'imputato, conclusasi con la pronuncia della sentenza il 19 aprile dello stesso anno.
Le contestazioni riguardavano diversi aspetti della condotta di Barbarigo: la sua posizione rispetto all'ordine certosino, alcune affermazioni sulla morale sessuale e sul comportamento degli ecclesiastici, presunti atti relativi alla tonsura e all'abito clericale, la detenzione di scritti contenenti formule magiche e divinatorie e le accuse rivolte ad Alvise Diedo, protonotario apostolico e abate commendatario di Santa Bona di Vidor.
Nel primo interrogatorio Barbarigo fu invitato a chiarire la propria condizione religiosa. Richiamò la dispensa ottenuta dal pontefice e il successivo conferimento di un beneficio ecclesiastico nella diocesi di Ceneda, affermando di aver soggiornato, durante quel periodo, tanto all'interno quanto all'esterno della comunità monastica. Le sue dichiarazioni sulla soggezione all'autorità ecclesiastica e sui rapporti con i superiori furono oggetto di ulteriori contestazioni, che trovarono spazio anche negli interrogatori successivi.
L'inquisitore gli chiese inoltre se avesse mai compiuto atti relativi alla tonsura di un chierico o alla consegna di un abito clericale e se avesse sostenuto che ai sacerdoti fosse lecito mantenere concubine oppure che l'adulterio e la fornicazione non costituissero peccato. Barbarigo cercò di ridimensionare alcune affermazioni attribuitegli, dichiarando, tra l'altro, di essersi espresso per scherzo (iocose aliqua dixeram). Interrogato sulla presenza di donne nella propria abitazione, sostenne di averle accolte come domestiche, indicando la loro funzione con il termine volgare «masàre».
Particolare rilievo assunsero gli scritti rinvenuti durante le indagini. Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, il 9 aprile furono individuati due manoscritti attribuiti a Barbarigo, conservati rispettivamente presso un'abitazione a Treviso e nella località di Vidor. I testi contenevano materiali che l'autorità inquisitoriale giudicò illeciti, tra cui formule di carattere magico, segni e caratteri, invocazioni e prescrizioni rituali. Barbarigo riconobbe di averli copiati da altri libri, ma negò di averne messo in pratica il contenuto. Cercò inoltre di attenuare la propria responsabilità dichiarando di aver agito «per propria levitate».
L'11 aprile 1510 si tenne un ulteriore interrogatorio alla presenza dell'inquisitore e del vicario patriarcale. In tale occasione vennero approfondite le circostanze della dispensa pontificia, l'uso dell'abito certosino e i provvedimenti intervenuti nei rapporti tra Barbarigo e la comunità religiosa di provenienza. Secondo quanto riferito dall'imputato, dopo un intervento pontificio relativo alla sua permanenza nell'ordine e all'uso dell'abito, il vescovo di Treviso gli aveva imposto di scegliere tra il ritorno alla comunità e la deposizione dell'abito religioso.
Interrogato sulla consapevolezza di essere incorso nel delitto di apostasia, Barbarigo dichiarò di non aver ritenuto la propria condotta tale da configurare quella fattispecie e affermò che, qualora ne avesse conosciuto le conseguenze, avrebbe cercato una tutela giuridica per evitare la condanna. Le sue risposte documentano la linea difensiva adottata nel procedimento, senza tuttavia consentire, da sole, di stabilire quale fosse la sua effettiva condizione canonica.
Un altro punto controverso riguardava la presunta tonsura di un chierico e la consegna di un indumento clericale. Dopo la rilettura delle precedenti dichiarazioni, Barbarigo negò di aver compiuto tali atti. Gli inquirenti acquisirono tuttavia una testimonianza raccolta da frate Francesco Marino, incaricato dall'inquisitore Bruno, che contraddiceva la sua versione. La questione rimase così compresa tra gli elementi contestati nel procedimento.
Agli atti furono inoltre acquisite dichiarazioni e scritti relativi al contrasto con Alvise Diedo. In una supplica redatta durante il procedimento, Barbarigo riconobbe di aver rivolto accuse contro il commendatario in un momento di risentimento, collegando il proprio comportamento alla controversia sul beneficio ecclesiastico di Vidor. La documentazione attesta dunque l'esistenza di un conflitto personale ed ecclesiastico, senza che sia possibile ricondurre con certezza l'intero procedimento a tale controversia.
Il 13 aprile Barbarigo ricevette la convocazione per la pronuncia della sentenza, prevista per il successivo venerdì 19 aprile. Durante la detenzione presso il monastero veneziano di San Salvatore si allontanò dal luogo di custodia, ma fu rintracciato presso la propria abitazione e ricondotto in carcere. Gli atti ricordano, in relazione a tale episodio, l'intervento dell'ufficiale inquisitoriale Biagio Gallo.
La sentenza fu pronunciata il 19 aprile 1510 nella residenza patriarcale, alla presenza del patriarca di Venezia Antonio Contarini, dell'inquisitore Gabriele Bruno3 e di diversi testimoni ecclesiastici4. Il provvedimento richiamava le dichiarazioni dell'imputato e gli elementi raccolti nel corso dell'istruttoria, contestandogli una pluralità di comportamenti giudicati contrari alla disciplina ecclesiastica e alla dottrina religiosa.
A Barbarigo fu imposto di entrare, entro otto giorni, in un monastero certosino disposto ad accoglierlo oppure, in alternativa, in un'altra comunità regolare di sua scelta, dove avrebbe dovuto rimanere perpetuamente. La sentenza prevedeva la possibilità di trasferirvi i propri beni e stabiliva la pena della carcerazione a vita qualora avesse successivamente abbandonato il monastero. Gli fu inoltre vietato di continuare a rivolgere accuse contro Alvise Diedo o altre persone in materia di dottrina e moralità, sotto pena di un anno di carcere.
La documentazione processuale si conclude con due lettere patriarcali relative all'esecuzione della sentenza, indirizzate rispettivamente al vescovo di Treviso, Bernardo Rossi, e agli ufficiali ecclesiastici competenti5. Non risultano, sulla base degli atti finora considerati, notizie certe sulla successiva destinazione di Barbarigo né sulla sua morte.

Riferimenti archivistici

  • Archivio Storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 1, fasc. 10, cc. 158r–170v, Processus et sententia contra D. Bernardum Barbadicum olim Ordinis Cartusiensis de haeresi.

Bibliografia

  • Gianni Ballistreri, Bruno, Gabriele, in DBI, vol. 14 (1972).
  • Pierantonio Passolunghi, Abbazie soggette a Pomposa in diocesi di Ceneda (S. Andrea di Busco, SS. Maria e Bona di Vidor, S. Pietro di Colle), in «Benedictina», 24/2 (1977), pp. 225-250.
  • Pierantonio Passolunghi, Il monachesimo benedettino della Marca trevigiana, «Italia veneta», 2 (1980), pp. 52-55.
  • Pierantonio Passolunghi, S. Bona di Vidor monastero pomposiano, in Due villaggi della collina Trevigiana. Vidor e Colbertaldo, a cura di Danilo Gasparini, II, Vidor 1989, pp. 15-40.
  • Paolo Cherubini, Fasolo (Faseolo, Faseoli), Angelo, in DBI, vol. 45 (1995).
  • Guido Arbizzoni, Morandi, Filippo (Filippo da Rimini), in DBI, vol. 76 (2012).
  • Francesco G. B. Trolese (a cura di), Monastica et humanistica. Scritti in onore di Gregorio Penco O.S.B., I, Cesena, Centro Storico Benedettino Italiano, 2003.
  • Anna Pizzati, Commende e politica ecclesiastica nella Repubblica di Venezia tra '500 e '600, Venezia, Istituto Veneto, 1997.

Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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