Benedetto XI, papa

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
HOW TO CITE | EDITORIAL GUIDELINES | CODE OF CONDUCT | LIST OF ABREVIATIONS


Benedetto XI (Treviso, 1240 – Perugia, 7 luglio 1304), al secolo Niccolò di Boccassio ovvero Niccolò Boccasini, fu un religioso domenicano, maestro generale dell'Ordine dei predicatori, cardinale vescovo di Ostia e successore di Bonifacio VIII. Ebbe un pontificato piuttosto breve, di poco più di otto mesi (dal 22 ottobre 1303 al 7 luglio 1304), risultando uno dei pochi papi del suo tempo a non essere oggetto di una condanna esplicita da parte di Dante nella Divina Commedia.

39_Benedetto_XI_%28cropped%29.jpg?utm_source=it.wikipedia.org&utm_campaign=imageinfo&utm_content=thumbnail_unscaled

L'estrazione sociale e il toponimo del cognome

Le sue umili origini sono legate alla disputa storiografica relativa al luogo di nascita, individuato a Treviso oppure nella vicina Valdobbiadene. Nel 1240 vide la luce Niccolò, figlio di Boccassio, un notaio di modesta estrazione sociale e di scarsa importanza nel tessuto sociale della città, e di Bernarda. Non essendo documentata l'esistenza di una famiglia Boccasini, il cognome tradizionalmente attribuito a Niccolò sembra derivare da una successiva elaborazione del nome paterno. Boccasino si chiamava anche uno zio paterno, sacerdote presso la chiesa di Sant'Andrea a Treviso, che lo avrebbe avviato alla formazione ecclesiastica dopo la prematura morte del padre.

La vita consacrata e il ministero pastorale

La prima attestazione documentale del Boccasini risale a un lascito testamentario del 2 ottobre 1256; nell'atto, Castellano di Colle San Martino destinava a Niccolò 25 libbre veneziane a condizione che entrasse nell'Ordine dei frati domenicani. Si consacrò alla vita religiosa nel 1257, entrando nel convento dei frati predicatori di San Nicolò a Treviso, e successivamente ricoprì anche incarichi di sottopriore e priore, dei quali non è possibile precisare con certezza la cronologia. In un primo momento si spostò tra diversi conventi, tra cui quelli di Treviso, Venezia e Genova, mettendosi in luce per la sua erudizione e il suo sapere, insegnando teologia e lasciando tracce della sua stretta osservanza dei precetti religiosi. Nel 1286 fu nominato provinciale di Lombardia, incarico che mantenne fino al 1289 e che ricoprì nuovamente dal 1293 al 1296, anno in cui, il 12 maggio, nel capitolo generale tenutosi a Strasburgo, fu eletto maestro generale dell'Ordine domenicano.

I rapporti tra il Boccasini e Bonifacio VIII

Niccolò si adoperò per promuovere una tregua tra Edoardo I d'Inghilterra e Filippo IV il Bello. Si distinse per la fermezza delle sue posizioni, promuovendo provvedimenti e iniziative che impegnavano i domenicani a sostenere la legittimità dell'elezione di Bonifacio VIII, contestata da alcuni ambienti ecclesiastici dopo la rinuncia di Celestino V al pontificato. Bonifacio si compiacque della condotta del Boccasini, che reputò un fedele sostenitore della propria causa e un difensore intransigente della propria posizione, e lo insignì di incarichi prestigiosi e delicati.

Nel 1297 fu designato, unitamente al superiore generale francescano Giovanni de Murro, quale emissario pontificio allo scopo di favorire un trattato di pace fra Filippo IV di Francia ed Edoardo I d'Inghilterra. La missione contribuì alla conclusione di un armistizio sottoscritto a Tournai il 31 gennaio 1298. Bonifacio doveva inoltre dirimere la questione insorta con il re di Francia, che aveva tassato i beni della Chiesa per finanziare le proprie guerre. Ma il dado era ormai tratto e lo scontro tra Bonifacio VIII e Filippo IV divenne un conflitto tra il potere della Chiesa e quello delle monarchie in via di consolidamento.

Quello che non si era mai incrinato era il rapporto tra il Caetani e il Boccasini, segnato da una profonda fiducia politica e religiosa, espressa dal maestro dell'Ordine domenicano sia all'inizio del suo mandato sia durante la crisi culminata nel drammatico attentato di Anagni. Nel precario stato in cui versava la Chiesa, esacerbata dalle lotte di potere e dalle spinte eterodosse, frammentata da conflitti interni e dissidi dottrinali, travagliata dall'opposizione dei francescani spirituali italiani che, insieme ai cardinali della famiglia Colonna, contestavano la validità dell'elezione del pontefice, Niccolò fiancheggiò le posizioni del papa anagnino, che lo volle al suo fianco in queste battaglie.

La nomina cardinalizia

Nel concistoro del 5 dicembre 1298 ricevette la porpora cardinalizia da papa Bonifacio VIII, con il titolo presbiterale di Santa Sabina. Il 2 marzo 1300 fu elevato alla sede suburbicaria di Ostia e Velletri, assumendo le funzioni di decano del Sacro Collegio cardinalizio, pochi giorni dopo l'emanazione della bolla Antiquorum habet fida relatio, con la quale Bonifacio VIII, il 22 febbraio 1300, stabilì l'indulgenza plenaria per i fedeli che avessero visitato le basiliche romane di San Pietro e San Paolo fuori le Mura, dopo essersi confessati e pentiti, fissando così le condizioni per il primo giubileo della storia.

Niccolò mantenne il proprio ruolo al fianco del papa nelle missioni diplomatiche e nel 1301 ricevette l'incarico di rappresentante pontificio in terra ungherese, per sostenere la successione al trono di Carlo Roberto d'Angiò, nipote in linea discendente del sovrano Carlo II di Napoli. La missione, proseguita nel 1302, non ottenne tuttavia i risultati sperati. In occasione dell'attentato di Anagni (settembre 1303), Boccasini si trovava accanto a Bonifacio VIII, anche se la sua presenza sembra essere stata quella di un osservatore degli avvenimenti, senza un intervento diretto nello scontro.

Il conclave

Avignone, città confinante con il Contado Venassino, territorio sottoposto alla sovranità pontificia, sarebbe diventata soltanto negli anni successivi sede della corte papale. Ciononostante, benché la storiografia abbia talvolta esagerato il condizionamento esercitato dalla monarchia francese durante il successivo settantennio della cosiddetta cattività avignonese, i sovrani francesi agirono ben oltre il semplice ruolo di spettatori delle vicende ecclesiastiche. Tale dinamica si manifestò già sotto Filippo il Bello.

Il successivo soggiorno della Sede Apostolica ad Avignone sarebbe stato interpretato come un segnale del tramonto della teocrazia papale e della crisi della concezione universalistica del papato, a vantaggio delle monarchie territoriali. Ma questo non bastò a Filippo. Fino alla fine dei suoi giorni, nel 1314, egli portò avanti una strategia di forte condizionamento del papato, alimentata dall'ostinata volontà di sottoporre a un processo postumo la memoria di Bonifacio VIII, accusato di numerosi abusi di potere. Il trasferimento della corte papale ad Avignone, avvenuto nel 1309, non derivò però da un complotto direttamente riconducibile a Filippo IV, ma da una più complessa successione di circostanze politiche ed ecclesiastiche.

In seguito al decesso di Bonifacio, avvenuto a Roma l'11 ottobre 1303, i cardinali, consapevoli della necessità di muoversi tempestivamente, scelsero il 22 ottobre, al primo scrutinio e all'unanimità, Niccolò Boccasini, cardinale vescovo di Ostia nonché ex maestro generale dell'Ordine domenicano, il quale assunse il nome di Benedetto XI. L'elezione rappresentò un compromesso tra le fazioni del collegio cardinalizio, profondamente divise dall'eredità politica del pontificato bonifaciano.

Il nuovo pontefice

L'austero domenicano Niccolò Boccasini apparve come una figura capace di succedere all'ardente e irruente Caetani. Una volta eletto fu subito tormentato dal dilemma su come comportarsi con i responsabili delle azioni contro il suo predecessore. Si trattava di una congiuntura alquanto complessa: senza voler esacerbare l'animo di Filippo, egli era fermo nel rivendicare le ragioni della Chiesa. Il neoeletto pontefice ribadì la legittimità dell'elezione di Bonifacio VIII e, pur non nutrendo sentimenti apertamente antifrancesi, sostenne la memoria del predecessore, cercando al tempo stesso di contenere le pretese del sovrano francese.

Al cospetto delle profonde criticità ereditate da Bonifacio VIII tentò costantemente di giungere a una riconciliazione, cedendo progressivamente di fronte alle richieste del re: in merito ai fatti di Anagni, con la bolla Tunc navis Petri del 25 marzo 1304, assolse Filippo il Bello e la sua famiglia dalle scomuniche nelle quali erano incorsi; il 7 febbraio 1304, con la bolla Inter cunctas, attenuò le disposizioni della Super cathedram del suo predecessore relative ai rapporti tra gli ordini mendicanti e il clero secolare; nel maggio dello stesso anno annullò diversi provvedimenti e procedimenti avviati contro la monarchia francese. Non revocò tuttavia formalmente la bolla Unam sanctam.

Escluse inoltre dai provvedimenti di assoluzione Guglielmo di Nogaret e alcuni degli italiani coinvolti nell'oltraggio e nel sequestro di papa Bonifacio ad Anagni, tra i quali Sciarra Colonna, intimando loro, con la bolla Flagitiosum scelus del 7 giugno 1304, di presentarsi davanti all'autorità pontificia sotto pena di scomunica. Revocò quindi numerose misure punitive contro Filippo e la sua famiglia, un compromesso che però non placò la determinazione del sovrano francese a perseguire la memoria del defunto Bonifacio VIII.

Mostrò invece maggiore fermezza nell'affrontare la questione sorta con i francescani spirituali, fautori di una concezione radicale della povertà religiosa: il loro sostenitore, Arnaldo da Villanova, venne arrestato e trattenuto a Perugia nel 1304, dopo aver rivolto al pontefice un'esortazione alla riforma della Chiesa accompagnata da ammonimenti di carattere profetico.

Cercò inoltre di ricomporre i dissidi tra le potenti famiglie romane. Liberò dalla scomunica i cardinali Pietro e Giacomo Colonna e i loro sostenitori, ma non restituì loro né la dignità cardinalizia né i beni confiscati. Le concessioni di Benedetto, che potevano apparire una sconfessione dell'operato di Bonifacio VIII, finirono tuttavia per suscitare nuove opposizioni senza placare completamente gli animi dei rivali.

Per sfuggire ai disordini che ne seguirono, ripiegò a Perugia, dove morì improvvisamente all'età di sessantaquattro anni, il 7 luglio 1304. La sua morte fu probabilmente causata da una malattia intestinale; all'epoca si ipotizzò, tuttavia, che la sua repentina scomparsa fosse dovuta a un avvelenamento da parte di agenti del Nogaret. Si diffuse anche la tradizione secondo cui il pontefice sarebbe deceduto dopo aver mangiato dei fichi avvelenati, circostanza priva di conferme documentarie.

Il successore di Benedetto, Clemente V, inaugurò una fase caratterizzata da una crescente influenza della monarchia francese sul papato e dal trasferimento della sede pontificia ad Avignone, nel 1309, dando inizio alla cosiddetta «cattività avignonese».

Durante il suo pur breve pontificato Benedetto conservò un forte legame, anche affettivo, con la propria città natale, Treviso, per la quale sostenne interventi di carattere religioso e artistico, alcuni dei quali rimasero incompiuti a causa della sua improvvisa scomparsa. Alla sua figura è legato soprattutto il sostegno alla costruzione dell'imponente chiesa domenicana di San Nicolò, i cui lavori erano tuttavia iniziati prima della sua elezione al soglio pontificio.

Le vicende fiorentine e l'identità domenicana

Il Boccasini si adoperò inoltre, seppur invano, per intervenire nella situazione politica di Firenze, cercando di favorire il rientro in città dei ghibellini e dei Bianchi, anche in considerazione dei rapporti con la famiglia Cerchi, che aveva sostenuto finanziariamente la Curia. Questo provvedimento, tuttavia, scatenò la dura opposizione dei Neri, a dispetto dell'azione diplomatica del cardinale Niccolò da Prato, collaboratore del pontefice, inviato in Toscana per porre fine agli scontri tra le fazioni fiorentine.

In quella circostanza, Dante Alighieri – che viveva in esilio e operava politicamente per conto degli esuli di fazione bianca – indirizzò un'epistola al legato pontificio per manifestare la disponibilità dei Bianchi a sottoscrivere gli accordi di pace e a testimoniare il proprio attaccamento a Firenze.

Benedetto si rivelò un fedele seguace di san Domenico: chi si univa all'Ordine dei predicatori era anzitutto chiamato a essere un araldo della verità e doveva distinguersi per la purezza dei costumi, la nobiltà degli intenti e la disciplina religiosa. Dato che lo scopo dell'Ordine consisteva nella predicazione, volta per sua stessa essenza alla salvezza delle anime, per colui che predicava era indispensabile una profonda attitudine alla contemplazione. Il carisma che aveva ispirato san Domenico e i suoi seguaci nel XIII secolo fu lo stesso ideale che animò il Boccasini. Per la sua formazione domenicana, Benedetto si mantenne inoltre particolarmente sensibile all'attività degli inquisitori e alla repressione delle dottrine giudicate eterodosse, come dimostrano anche il suo atteggiamento verso i francescani spirituali e il caso di Arnaldo da Villanova.

Benedetto e Dante

Benedetto si distinse per i suoi tentativi di riappacificazione politica, la sua mitezza e la sua umiltà. Proprio per questo motivo, è stato considerato dalla tradizione storiografica come uno dei pochi papi del suo tempo a non aver ricevuto alcun giudizio negativo o condanna esplicita da parte del poeta fiorentino. Bonifacio VIII viene aspramente condannato nella Divina Commedia come simbolo di corruzione e simonia; Benedetto XI, invece, non è oggetto delle medesime invettive, circostanza che è stata talvolta collegata alla sua indole pacifica e alla sua attività diplomatica.

A differenza di molti altri pontefici dell'epoca, come lo stesso Bonifacio VIII o Clemente V, Benedetto XI non viene direttamente citato nella Divina Commedia e non riceve alcuna condanna o critica morale esplicita. Questa assenza non consente tuttavia di ricostruire con certezza il giudizio personale di Dante nei suoi confronti, né di attribuirgli un esplicito riconoscimento delle qualità morali e pastorali del pontefice.

Bibliografia

  • Pierre Dupuy, Histoire du différend d'entre le pape Boniface VIII et Philippe le Bel roi de France, Cramoisy, Paris 1655, pp. 205-234, 249.
  • Bernardo Gui, De vita prima et miracula B. Benedicti papae XI, in «Analecta Bollandiana», 19, 1900, pp. 14-20.
  • Ingeborg Walter, Benedetto XI, papa, in DBI, vol. VIII, 1966.
  • Raoul Manselli, Benedetto XI, in Enciclopedia Dantesca, vol. I, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1970, pp. 581-582.
  • Guido Beltrame, La patria del b. Benedetto XI papa (1240-1304), in «Padova», 26, 7, 1980, pp. 11-17.
  • Ingeborg Walter, Benedetto XI, beato, in EP, vol. II, 2000.
  • Vito Sibilio, Benedetto XI. Il papa tra Roma e Avignone, Angelicum University Press, Roma 2004.
  • Papa Benedetto XI. Nicolò Boccasino, beato di Treviso, uomo di pace, a cura di Ivano Sartor, Editrice San Liberale, Treviso 2005.
  • Benedetto XI. Papa domenicano (1240-1304), a cura di Alberto Viganò, Edizioni Nerbini, Firenze 2006.
  • Benedetto XI, frate Predicatore e papa, a cura di Marina Benedetti, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2007.
  • Marina Benedetti, Frate Niccolò/Benedetto XI, gli inquisitori, gli eretici, in Benedetto XI, frate Predicatore e papa, a cura di Marina Benedetti, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2007, pp. 55-94.
  • Danilo Riponti, Renato Borsotti, Vita del beato Niccolò di Boccasio, papa Benedetto XI (1303-1304). Biografia di un umile uomo di pace, Edizioni Antilia, Treviso 2015.
  • Samuele Fabbri, Non perfidior Catilinae coniuratio. La strategia comunicativa di Benedetto XI al tempo della legazione fiorentina di Niccolò da Prato (1304), in «Archivio Storico Italiano», 179, 4 (670), 2021, pp. 657-700.
  • Il parato di Benedetto XI. Storia di un tesoro, a cura di Maria Ludovica Rosati, Dario Cimorelli Editore, Milano 2023.
  • Il volto del beato Benedetto XI papa domenicano, a cura di Alberto Vaglia e Ivano Sartor, Compagnia della Stampa Massetti Rodella, Roccafranca 2024.

Article written by Nico Ciampelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

thumbnail?id=1_usu8DkYtjVJReospyXXSN9GsF3XV_bi&sz=w1000
The content of this website is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) License