Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Bartolomeo Martino fu un notaio savonese del XVI sec. perseguitato per eresia dall'Inquisizione di Genova.
Già sospettato durante la missione inquisitoriale condotta in Liguria nel 1568 dal commissario Arcangelo Bianchi, nel giugno dello stesso anno fu formalmente accusato presso il Sant'Uffizio genovese di essere luterano e di possedere libri proibiti. Per ordine dell'inquisitore Stefano Calvizi da Finale fu arrestato ed estradato a Genova.
Rinchiuso nelle carceri del convento di San Domenico, fu ripetutamente interrogato a tortura. Ammise di aver letto e approvato libri proibiti e confessò convinzioni che i giudici ricondussero al calvinismo. Nel gennaio 1569 fu condannato all'abiura, alla detenzione, all'interdizione dall'esercizio della professione e a diverse penitenze. Dopo aver ritrattato a Genova, il 23 gennaio 1569 dovette abiurare pubblicamente anche a Savona.
Le conseguenze economiche della condanna furono pesanti. Nel giugno seguente i familiari presentarono alla Congregazione del Sant'Uffizio una supplica affinché gli fosse consentito di riprendere l'attività professionale, sostenendo che l'interdizione lo aveva ridotto in povertà e gli impediva di mantenere la famiglia. La richiesta fu accolta soltanto il 24 luglio 1571.
Il processo contro Bartolomeo Martino segnò una tappa importante nell'affermazione dell'autorità inquisitoriale a Savona: fu il primo abitante della città sottoposto per eresia alla tortura, all'abiura pubblica in patria e, soprattutto, all'estradizione nelle carceri del Sant'Uffizio genovese.
Bibliografia
- Giovanni Agostino Abate, Cronache savonesi dal 1500 al 1570, M. Sabatelli, Savona 1990, pp. 121-123.
- Simone Ragagli, Inquisitori e vescovi contro l'eresia nella Savona del Cinquecento, in G. Dall'Olio, A. Malena, P. Scaramella (a cura di), La fede degli italiani. Per Adriano Prosperi, vol. I, Edizioni della Normale, Pisa 2011, pp. 153-170.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]