Andrea da Venezia (frate)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Andrea da Venezia fu un sacerdote francescano osservante del convento veneziano di San Giobbe. Tra il 1604 e il 1605 fu oggetto di un’indagine del Sant’Uffizio per presunta violazione del sigillo confessionale, ricorso a pratiche divinatorie e comportamenti sessuali sconvenienti nei confronti di donne che si confessavano da lui. La documentazione pubblicata non comprende il suo interrogatorio né una decisione conclusiva.

Profilo biografico

Non sono note le date di nascita e di morte. Le informazioni disponibili provengono dalla denuncia di fra Claudio Mancini, anch’egli residente a San Giobbe, e dalle deposizioni raccolte nel corso dell’indagine.

Andrea esercitava da tempo il ministero della confessione e intratteneva rapporti con famiglie della vicina parrocchia di San Geremia. Cornelia, una delle donne interrogate, dichiarò di conoscerlo fin dall’infanzia come padre spirituale dei genitori e degli altri familiari e di essersi confessata da lui anche dopo il matrimonio.

Alcuni confratelli gli attribuirono una cattiva reputazione e precedenti contrasti disciplinari. Tali giudizi appartengono tuttavia alle testimonianze accusatorie e non consentono, da soli, di ricostruire la sua carriera religiosa o eventuali provvedimenti anteriori.

La denuncia e l’intervento romano

L’indagine prese avvio da una lettera inviata da Claudio Mancini alla Congregazione romana del Sant’Uffizio. Il 19 giugno 1604 il cardinale Camillo Borghese ne trasmise copia all’inquisitore veneziano, ordinandogli di interrogare il denunciante e gli altri testimoni informati.

Mancini attribuiva ad Andrea numerosi comportamenti contrari alla disciplina religiosa: irregolarità nell’esercizio della confessione, rapporti sessuali, prestiti a interesse, attività commerciali e uscite dal convento sotto travestimento. Sosteneva inoltre che il frate si fosse rivolto a una donna reputata strega.

Interrogato a Venezia il 2 dicembre 1604, Mancini riconobbe la lettera e dichiarò di aver scritto per scrupolo di coscienza. Le domande del tribunale si concentrarono soprattutto sul ricorso alla divinazione, sulla divulgazione di contenuti appresi in confessione e sui comportamenti verso le penitenti. Diverse informazioni risultarono fondate su racconti di altri confratelli anziché sulla sua osservazione diretta.

Il presunto ricorso alla divinazione

Secondo Mancini, dopo il furto di alcuni beni custoditi in convento Andrea avrebbe cercato di recuperarli rivolgendosi a una donna soprannominata la Gobba, che il denunciante indicava come già punita dal Sant’Uffizio per stregoneria. La donna gli avrebbe rivelato dove cercare gli oggetti, successivamente ritrovati in un oratorio.

Mancini indicò come propria fonte il converso Ludovico Bevilacqua, che avrebbe accompagnato Andrea. Interrogato il 9 dicembre, Bevilacqua negò però sia di aver partecipato alla visita sia di averla raccontata ad altri.

Un altro confratello, Francesco Giovanni da Venezia, confermò soltanto di aver sentito circolare nel convento la voce che Andrea fosse ricorso a una strega per ritrovare i beni sottratti. Non seppe identificare la donna né indicare da chi avesse appreso la notizia. Giorgio da Venezia dichiarò di conoscere il furto, ma di non sapere nulla del presunto ricorso alla divinazione.

Le deposizioni conservate non offrono dunque una conferma diretta dell’episodio descritto dal denunciante.

La presunta violazione del sigillo confessionale

Mancini riferì inoltre che Andrea avrebbe raccontato ad alcuni confratelli quanto appreso da una penitente: la donna avrebbe visto fra Cherubino da Venezia rientrare all’alba, vestito da secolare. Il denunciante non sapeva se Andrea avesse rivelato anche il nome della penitente.

Ignazio Maffei da Venezia, interrogato il 9 dicembre, confermò di aver ascoltato Andrea introdurre il racconto con un esplicito riferimento alla confessione. Collocò la conversazione circa cinque anni prima e indicò come possibile altro ascoltatore fra Giovanni Francesco.

Francesco Giovanni dichiarò invece di non ricordare l’episodio. La documentazione registra pertanto una testimonianza relativa alla divulgazione di parole attribuite a una penitente, ma non contiene una valutazione conclusiva del tribunale sulla sussistenza della violazione del sigillo.

Le deposizioni di Lucrezia e Cornelia

Il 16 dicembre 1604 fu interrogata Lucrezia, moglie di Oliviero Mattei, residente nella parrocchia di San Geremia. Dichiarò di essersi confessata da Andrea per circa tre anni e riferì di averlo visto baciare Cornelia, con la quale aveva condiviso un’abitazione a Cannaregio. Precisò che i comportamenti descritti si erano svolti in casa, dopo la confessione.

Lucrezia parlò anche di un progetto di pranzo a Murano, al quale avrebbero dovuto partecipare Andrea, un altro religioso e alcune donne, e di prestiti a interesse praticati dal frate. Dichiarò che questi aveva fatto incarcerare suo marito per un debito, pur affermando di non nutrire rancore nei suoi confronti.

Il 10 febbraio 1605 comparve Cornelia. Interrogata specificamente sui comportamenti di Andrea durante la confessione, negò di aver ricevuto proposte o esempi sconvenienti e ricordò che il sacerdote l’aveva confessata anche in casa durante una malattia, rivolgendole soltanto esortazioni religiose.

Riferì tuttavia che Lucrezia le aveva comunicato l’interesse del frate e il suo desiderio di parlarle in privato. Cornelia aveva respinto l’approccio e aveva interrotto la consuetudine di confessarsi da lui. Raccontò inoltre che, durante una visita alla madre malata, Andrea si era avvicinato al suo letto e l’aveva toccata in modo sconveniente. Al suo rimprovero si era immediatamente allontanato.

La deposizione distingueva quindi i comportamenti tenuti nell’atto della confessione, sui quali Cornelia non formulava accuse, da quelli avvenuti nell’ambiente domestico. Questa distinzione era centrale rispetto alle domande del tribunale sulla possibile sollecitazione sessuale connessa al sacramento.

La serie degli interrogatori pubblicati si conclude con la deposizione di Cornelia del 10 febbraio 1605. Non sono presenti l’esame di Andrea, una sua difesa o un provvedimento conclusivo. Non è pertanto possibile stabilire quali accuse fossero ritenute provate né se il religioso subisse sanzioni.

Il fascicolo documenta il passaggio da una denuncia complessiva della condotta di un religioso alla verifica di singoli episodi. Le testimonianze distinguono, con esiti differenti, notizie indirette, voci conventuali e comportamenti osservati personalmente. Permettono di ricostruire l’indagine, senza autorizzare a trasformare l’insieme delle accuse in fatti giudiziariamente accertati.

Fonti

  • Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 4, fasc. 2, «Contra Andream de Venetiis ordinis de observantia de fractione sigilli sacramentalis», cc. 3–21; lettera del 19 giugno 1604 e deposizioni del dicembre 1604 e del febbraio 1605.

Bibliografia

  • Vincenzo Vozza, Tonache scucite. Racconti di preti, frati e suore davanti all’Inquisizione veneziana (XVI–XVII sec.), Edizioni Diodati, Padova 2026, pp. 249–268.

Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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