Carusso, Andrea

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Andrea Carusso, artigiano messinese (lavorava calze di seta) attivo a Palermo nel quartiere del Papireto, fu uno dei casi più controversi dell’Inquisizione siciliana del Seicento. Conosciuto come guaritore e praticante di arti magiche popolari, godeva di una certa considerazione nel vicinato, ma proprio questa posizione contribuì a renderlo bersaglio di ostilità personali che, in più occasioni, alimentarono vere e proprie delazioni al Sant’Uffizio.

Il suo primo processo, avviato tra 1626 e 1634, nacque da tensioni di quartiere e culminò in una serie di accuse per superstizione, blasfemia e proposizioni ereticali. Condannato all’esilio e frustato pubblicamente, Carusso riparò a Napoli, dove trascorse anni difficili prima di rientrare a Palermo. Il secondo procedimento, tra 1648 e 1651, fu innescato dalle denunce del merciaio Pedro Corrao, con cui Carusso aveva rapporti conflittuali. Le iniziali imputazioni di pratiche magiche, non sufficienti per una condanna severa secondo le direttive della Suprema, vennero rapidamente ampliate fino a includere proposizioni eretiche e vendita di polizze superstiziose, grazie anche a testimoni vicini all’accusatore. La sentenza lo colpì duramente: nuova fustigazione e carcere perpetuo.

Rinchiuso nelle carceri della Penitenza, Carusso si trovò coinvolto in una situazione di violenze e abusi che denunciò apertamente, attirandosi nuove inimicizie. Da qui si originò il terzo processo, nel 1651-1652, costruito su accuse di eresia e blasfemia che lo portarono nelle carceri segrete. Il suo rifiuto del cibo venne interpretato come un tentativo di sottrarsi al rogo, furono proposte per lui la tortura senza limiti e la consegna al braccio secolare. Madrid intervenne ridimensionando la pena, imponendo nuovamente il carcere perpetuo, ma a Palermo i giudici continuarono a spingere verso la condanna capitale, in un contesto di tensione politica fra Inquisizione palermitana e Suprema. La documentazione si interrompe prima dell’esito definitivo: Carusso risulta ancora in carcere alla fine del 1652, e non è possibile stabilire se sia stato effettivamente giustiziato.

Il caso di Andrea Carusso evidenzia le distorsioni del sistema inquisitoriale siciliano, in cui rivalità personali, dinamiche di quartiere e interessi economici potevano trasformarsi in accuse di eresia, soprattutto quando si trattava di guaritori popolari privi di protezioni e potere sociale.

Bibliografia

  • Maria Sofia Messana, Il Santo Ufficio dell'Inquisizione. Sicilia 1500-1782, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2012, pp. 109-130.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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