Vittoria zingara

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Vittoria zingara è stata una donna processata e condannata a Jesi nel 1594, per un maleficio il cui scopo era provocare la morte di una donna.

I fatti si svolgono interamente nel castello di Maiolati, borgo soggetto a Jesi, che in quel periodo contava circa novecento abitanti. È stata denunciata al Tribunale Vescovile nel gennaio del 1594 da varie fonti anonime, tra le quali un personaggio influente del paese, per avere attuato un sortilegio ai danni di Rosata di Onorio su istigazione di suo marito Domenico di Giovanni alias il Fratino, fornaio del paese e di Elisabetta di Nagni, amante dell'uomo. Nella fattispecie, il rito magico era la cosiddetta “pedica”, del quale parla anche il Masini nel suo Sacro Arsenale, dettagliato attraverso le testimonianze, ovvero un cencio contenete vari elementi tra cui il terriccio ricavato dall'orma di una scarpa. Le conseguenze dell'atto sono notevoli. Una percentuale significativa degli abitanti del castello, venuta a conoscenza del fatto, interviene in modo più o meno diretto nella vicenda, restituendo un'immagine di particolare vividezza ed interesse delle relazioni sociali del borgo. La vittima viene inoltre assistita da parroco del paese che, per eliminare gli effetti negativi dell'incantesimo, la sottopone ad un esorcismo pubblico presso la chiesa del paese, alla presenza della popolazione raccolta allo scopo di assistere.
Gli inquisiti, nel prosieguo del processo, adottano strategie diverse: dopo gli iniziali tentativi di minimizzare le proprie colpe, i due amanti scaricano la responsabilità delle azioni magiche sulla zingara, non rinunciando tuttavia ad incolparsi a vicenda rispetto al loro rapporto e Vittoria nega la validità dei suoi atti magici, riducendoli a semplici espedienti per ottenere vantaggi economici.
La decisione del tribunale rispecchia pienamente il sistema di giudizio che ne caratterizza l'azione, optando per forme penitenziali di condanna per i due abitanti del villaggio, ma condannando invece la zingara all'esilio dalla diocesi ed alla fustigazione per la strada principale di Jesi, facendole indossare un cappello a punta recante l'iscrizione “per fatochierie”.

Bibliografia

  • Diego Pedrini, Lucia Dubbini, Ipsa fecerit fascinationes. Un processo per maleficium nella Maiolati del 1594, Livi Editore, Fermo 2018 (Contiene la trascrizione completa degli atti del processo).
  • Diego Pedrini, Lucia Dubbini, Il prezzo del perdono. Il Tribunale episcopale di Jesi in età moderna (1530-1730), Livi Editore, Fermo 2020.

Article written by Diego Pedrini | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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