Medici, Virginia de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Virginia de' Medici o Virginia d'Este (Firenze, 29 maggio 1568 – Modena, 15 gennaio 1615) è stata una nobildonna fiorentina, figlia di Cosimo I de' Medici, granduca di Toscana, e di Camilla Martelli. Dal 1586 fu moglie di Cesare d'Este, duca di Modena dal 1598 al 1628.

Cominciò a dare segni di instabilità emotiva nell'autunno 1605, dopo il caso della possessione della figlia Maria Laura d'Este, principessa della Mirandola. La sua vera e propria "malattia" comparve nel 1608 e fu esasperata dai forti dissapori con il marito Cesare e con il confessore della coppia, il gesuita Girolamo Bondinaro, il quale il 29 marzo 1608 comunicherà alla donna: «Madama, mi dispiace dirvelo, ma vostra Altezza è inspirata». A tale notizia la donna ebbe una reazione violenta contro il Bondinaro, prendendolo a pugni ed a male parole.
La vicenda, della quale si preoccupò di persona Ferdinando de' Medici, granduca di Toscana e fratellastro di Virginia, creò imbarazzi politici e tensioni diplomatiche tra Firenze e Modena. Queste indiscrezioni, infatti, circolavano già da qualche tempo per le varie corti, compresa quella pontificia. Su questo punto illuminanti furono le lettere dell'ambasciatore mediceo Giovanni Boni, dirette all'arciduca in cui vi si legge che «la duchessa non si vede mai alla finestra e tutto il dì e la notte fu sentito gridare e piangere ininterrottamente».
Nel 1608, fu invano inviato da Firenze don Antonio Stanghellino, l'esorcista che, in passato, aveva "liberato" la principessa della Mirandola.
Il caso fu quindi trattato da un nuovo esorcista, un monaco benedettino raccomandato dal duca di Parma, il quale affermò che la donna era in preda ad una possessione demoniaca causata da un maleficio (un demone, il cui nome era Re Azica, affermò per bocca della duchessa di abitare il corpo della donna e condividerlo con altre creature paranormali da circa 21 anni, facendo sembrare la possessione demoniaca una sorta di malattia mentale). Interessante è notare che il demone menzionato era "contro il matrimonio" e ciò spiegherebbe la ragione dell'odio di Virginia nei confronti del Duca Cesare.
Il benedettino, comunque, praticò tecniche di esorcismo simili a quelle adottate sempre a Modena, in quegli anni, dal teatino Geminiano Mazzoni, cioè tese a cacciare il diavolo dalle parti intime della duchessa, ma tentò anche la via della riconciliazione della coppia facendo sì che il Duca "sposi ogni giorno" sua moglie. Il metodo diede scandalo e alimentò a corte le opinioni degli scettici e di coloro che non credevano alla reale possessione di Virginia; a complicare la liberazione della donna dalla morsa demoniaca, oltre tutto, fu il rifiuto della stessa alla diagnosi di spiritamento ed il muro interposto tra lei ed i consigli del frate. Da queste problematiche sorse nel benedettino il dubbio che forse la donna non era una vittima del maleficio, ma una complice. Egli, il 18 ottobre dello stesso anno, la rinchiuse in una camera e spiandola dal buco della serratura si accorse di altri strani comportamenti operati dalla donna: ella si tolse i suoi indumenti mormorando "Ben mio, sete pur venuto una volta, sete pur anco bello e rosso" ed ancora, guardando a terra, "Non avete pur calcagni!" Il frate vedendo tali bizzarrie urlò alla duchessa: "Guardate più minutamente che gli vederete le guffe a costui", facendo intendere che il desiderato ospite della donna era un demone che aveva preso le sembianze umane, ma i suoi piedi rimasero in forma animalesca (in questo caso si parla di speroni di gallo).
Nel febbraio 1609, il granduca Ferdinando de' Medici morì e il caso di Virginia perse di rilevanza dal momento che il successore Cosimo II de' Medici la ritenne una vicenda insignificante.
Virginia otterrà la liberazione dal male, soltanto con la sua morte avvenuta il 15 gennaio 1615.

Bibliografia

Article written by Luca Al Sabbagh, Daniele Santarelli, Domizia Weber | Ereticopedia.org © 2015
A special thank to Giovanni Romeo

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]