Panarelli, Teofilo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Teofilo Panarelli è stato un medico del XVI sec., perseguitato e condannato a morte dall'Inquisizione.

Figlio del medico Nicola Antonio Panarelli, nacque a Monopoli. Nel 1528 il padre, per sfuggire ad una epidemia di peste, lasciò la città portando e si trasferì nell'isola di Veglia dove aveva acquistato una condotta medica, portando con sé tutta la famiglia. Nicola Antonio aveva quattro figli: la primogenita Virginia e i fratelli più piccoli Teofilo, Agostino e Flaminia.
Il padre si avvicinò alle nuove idee religiose in Dalmazia e le trasmise ai figli. A Veglia Nicola Antonio Panarelli conduceva i figli ad assistere alle predicazioni di frate Baldo Lupertino divulgatore degli scritti di Lutero, e faceva leggere loro gli scritti di Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria il quale, dopo contatti con Martin Lutero, ne aveva accettato e condiviso le idee. Quando Teofilo compì 14 anni fu mandato, insieme al fratello Agostino, a Cittadella per frequentare le lezioni di Bartolomeo Fonzio. Diventati adulti i due fratelli si separarono. Teofilo al processo, dichiarò: “il diavolo tentò mio padre e mandò detto mio fratello (…) in Germania a udir Filippo Melantone e Martino Lutero”. Teofilo invece si trasferì a Padova dove, grazie al sostegno economico del padre, poté iscriversi alla facoltà di Arti e Medicina.
Nell’ateneo patavino da circa cinque anni insegnava Andrea Vesalio, fondatore della moderna anatomia. Per l’elevato prestigio dei docenti affluivano a Padova studenti da ogni parte d’Europa. In particolare l’ateneo patavino ospitava la più grande comunità di studenti di origine germanica e grazie a questi contatti Teofilo poté leggere la Bibbia di Lutero e acquisire consapevolezza del proprio orientamento verso la fede protestante. Qui inoltre poté frequentare ambienti francescani con i quali discuteva della dottrina di Calvino. In questo contesto, alcuni lo sconsigliavano ad avvicinarsi a questioni così delicate, altri confermavano con particolare enfasi che i contenuti del calvinismo erano veri e attendibili; altri ancora lo invitavano a non esporre pubblicamente tali idee «perché era cosa molto pericolosa».
La relazione con il Ruscelli fu molto importante per Teofilo soprattutto perché gli permise di inserirsi in diversi circoli frequentati da intellettuali di tendenze valdesiane. A Venezia i due cognati frequentavano l’Accademia dei Dubbiosi e l’Accademia Veneziana Veniera, le cui riunioni si tenevano presso la casa di Domenico Venier. Casa Venier era frequentata tra gli altri dal pittore Tiziano Vecelio e dal letterato Pietro Aretino.
Virginia, Teofilo e Girolamo, frequentavano il Fondaco dei Tedeschi, la più importante rappresentanza straniera in città. Queste comunità, in prevalenza di origine germanica, godevano di grande tolleranza per una forma di pragmatismo commerciale quindi facilmente divennero un “cavallo di Troia” o, per usare le parole del nunzio apostolico Alberto Bolognetti, una “serpe in seno”, per la diffusione in città delle nuove idee protestanti. Nel Fondaco dei Tedeschi i coniugi Ruscelli e Teofilo leggevano libri che sostenevano le idee della riforma e celebravano la Santa Cena.
Panarelli a Venezia frequentava anche la Spezieria dell’Elmo e la stamperia di Grazioso Percacino. Stamperie, farmacie e botteghe dei barbieri erano infatti i luoghi preferiti dagli studenti universitari per discutere di fede eterodossa ed ebbero un ruolo significativo nel contesto della diffusione delle idee della riforma. Il canale della Grazia separa l’isola della Giudecca dall’isola di San Giorgio Maggiore, anche qui il gruppo di Teofilo Panarelli si riuniva per discutere dei temi sensibili all'inquisizione.
Durante la riunione i partecipanti leggevano e si scambiavano libri proibiti. Al termine si celebrava la “Santa Cena” secondo il rito calvinista.
Benché le idee di Teofilo avessero una matrice calvinista, il suo pensiero si avvicinava in maggior misura a quello dei nicodemiti valdesiani. Egli, sulla scia delle idee nicodemite, adottò nei suoi dibattiti religioso-filosofici una pratica di propaganda prudente e, in alcuni casi, sostenne la legittimità della simulazione religiosa al fine di condurre, in maniera graduale e razionale, gli adepti a una nuova consapevolezza teologica, libera da superstizioni. Questo atteggiamento prudenziale permise alla cellula ereticale veneta cui apparteneva Teofilo di inserirsi in una più ampia rete europea.
Teofilo non era solo un sostenitore delle idee della riforma ma sostanzialmente un medico. In quel periodo l’Ordine dei medici di Venezia, resistendo al vento controriformistico, anteponeva il valore deontologico della missione curativa alle disposizioni provenienti da Roma che obbligavano i terapeuti ad interrompere la cura dei pazienti restii a ricevere i sacramenti cattolici. L’8 marzo 1566 papa Pio V aveva emanato la bolla pontificia Supra Gregem Dominicum, stringendo così le maglie della rete tesa contro i medici eterodossi.
Si apprende dal processo che il Panarelli, opponendosi alle disposizioni per i medici, nel corso di una visita ad un paziente gravemente ammalato, giudicò come superstizione l’intenzione dei parenti di “volerlo far segnare” da un prete per questo comportamento fu convocato dal tribunale del Sant’Uffizio. Ignorata la convocazione, fuggì a Trieste.
Anche a Trieste le spezierie erano luogo di incontro di intellettuali e religiosi. Fu proprio uno speziale, Sigismondo Ansipurta, ad offrire un contatto a Teofilo per ottenere una condotta medica nella vicina Graz. Prima di raggiungere la cittadina austriaca però, il Panarelli compì l’errore di effettuare un viaggio ad Ancona durante il quale venne riconosciuto, arrestato e tradotto a Roma nel Carcere di Tor di Nona, qui sotto tortura disse ai giudici: «… io sono stato turco. Volete che io dichi quello ch’io non ho fatto. Notate che se io dirò cosa alcuna ch’io dirò per dolor della corda», stigmatizzando così il modo di interrogare dei giudici che ottenevano sicuramente dagli imputati confessioni insincere. Infatti Teofilo confessò e inprudentemente scrisse a Virginia una lettera in cui la esortava a recarsi dall’inquisitore di Venezia per costituirsi. Nella lettera, riprese le parole di papa Pio IV che, nella premessa all’Indice tridentino, aveva sottolineato come la lettura di libri eretici non solo corrompesse i semplici, ma inducesse anche gli eruditi e dotti a dubitare della vera fede cattolica.
Virginia rispose al fratello, e consapevole che la lettera sarebbe stata letta prima dall’inquisitore, nel timore della tortura della corda scrisse di non aver bisogno di confessare alcun errore, essendo rimasta sempre cattolica. Si vide inoltre costretta ad accusare il fratello: «ma piuttosto dovreste conffessar con verità che non altro che la mala volontà vostra vi havea precipitato».
Il 19 gennaio 1572 a Venezia anche Caterina Guarneira, moglie di Teofilo, fu interrogata dal Sant’Uffizio e, adottata la stessa strategia della cognata, fu rilasciata l’8 marzo dello stesso anno. Le furono concessi gli arresti domiciliari dietro cauzione di duecento ducati da parte dello stampatore Grazioso Percaccino, amico di Teofilo.
Condannato a morte, il Panarelli fu affidato alla Venerabile Arciconfraternita di San Giovanni Decollato in Roma. L’Arciconfraternita, istituita l’8 maggio 1488 e confermata con una bolla del 25 febbraio 1490, raccoglieva in appositi libri il testamento dei condannati. All’eretico impenitente non si riconosceva il diritto di testamento, Teofilo invece, preoccupato per la sorte delle sue figlie, si dichiarò pentito. Dal testamento, dettato allo scrivano Antonio Strambi, apprendiamo che Teofilo aveva due figlie: Mara e Sara alle quali lasciava in dote gli eventuali proventi di due progetti ingegneristici di sua ideazione. Il primo consisteva in una “vite perpetua”, o coclea, il secondo riguardante invece un sistema idraulico volto a “cavar li canali”.
Questi progetti erano stati presentati alla Serenissima Signoria già il 15 ottobre 1563 a firma congiunta del cognato Gerolamo Ruscelli e di Antonio Campa. Il progetto fu approvato il 25 aprile 1564 col privilegio esclusivo della durata di venti anni malgrado non avessero realizzato a corredo “modello o edificio alcuno”. La patente fu concessa a due condizioni: che la macchina fosse pronta entro sei mesi e che “siano obbligati, sia come si sono offerti di far lavorar et operar il detto instrumento a loro spese a servizio di Venezia”.
Il testamento fornisce ulteriori informazioni sulla famiglia Panarelli, infatti si legge: “el restante delli ducati 50 vorrei che in San Francesco di Monopoli, doue son sepulti li miei antecessori se ne disseno tante messe per l’anima mia”.
Si leggono inoltre i costanti rapporti che Teofilo aveva mantenuto con la città di origine: “il zaffiro legato in oro lo pegno per ducati 50, quali prestai a Giannantonio di Gelo in Monopoli … Giampietro Venetiano notario”.
L’esecuzione avvenne il 23 febbraio 1572 alla presenza di: tre confortatori (Messer Iosia nostro cappellano, Messer Andrea Sacchetti, Messer Raffaello Griselli), due sagrestani (Francesco Barbano e Lorenzo de san Piero a Siene) e del provveditore Per Matteo Galigai.
Teofilo Panarelli espresse nel testamento la preoccupazione per le sue figlie Mara e Sara che dichiara “legittime et naturale, et si alcuna persona volessi rigettarle per spurie o bastarde, per non Hauer sposata la madre … dico et dechiaro di nuovo apertamente che voglio che detti pochi miei beni siano egualmente diuisi” .
Compiuti gli ultimi atti formali, “fu poi menato in Ponte, dove fu appiccato e poi abruciato”.

Bibliografia

Article written by Angelo Schiavone | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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