Malatesta, Sigismondo Pandolfo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

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Sigismondo Pandolfo Malatesta (Brescia (?), 19 giugno 1417 - Rimini, 9 ottobre 1468) è stato un signore e condottiero italiano.

Biografia

Infanzia e giovinezza

Sigismondo (Gismondo/Sismondo) Pandolfo Malatesta, figlio illegittimo di Pandolfo Malatesta, signore di Fano e di Brescia, e della nobildonna bresciana Antonia di Giacomino da Barignano, nacque il 19 giugno 1417 alle ore 15, probabilmente nella città lombarda. Morto il padre nell’ottobre del 1427, Sigismondo e i fratelli Domenico (il futuro Novello) e Galeotto Roberto (suo fratellastro) vennero affidati alle cure dello zio Carlo Malatesta, signore di Rimini. Carlo, che deteneva il potere della città in qualità di vicario della Chiesa, essendo privo di eredi diretti, ottenne da papa Martino V la legittimazione dei nipoti. Nel settembre del 1429 Galeotto Roberto, primogenito di Pandolfo, successe allo zio nel governo di Rimini. Durante la breve reggenza di Galeotto, uomo più incline alla preghiera che alla carriera politica, l’appena adolescente Sigismondo diede prova delle sue capacità militari ostacolando dei tumulti antimalatestiani a Cesena e sventando a Fano un’imboscata condotta dal prete della città con l’obiettivo di ucciderlo.
Nel 1432 il quindicenne Sigismondo, che aveva accettato di sposare una delle figlie del Carmagnola, rifiutò di onorare il patto dopo l’esecuzione del Bussone voluta dal Senato veneziano, trattenendo comunque presso di sé l’ingente dote della ragazza promessa in matrimonio. Nell’ottobre dello stesso anno morì Galeotto Roberto, ufficialmente in seguito alle continue pratiche di astinenza cui si sottoponeva, anche se alcune fonti avanzarono l’ipotesi di avvelenamento da parte di Sigismondo, desideroso di prendere il potere. Sigismondo e Novello, riconfermati nel vicariato da Eugenio IV, si divisero il territorio: nel corso degli anni, tuttavia, ci furono diversi tentativi di rivedere i confini delle rispettive aree di influenza. A Sigismondo spettarono Rimini e altre città tra cui si devono ricordare Santarcangelo e Fano. A Domenico vennero destinati Cesena e i territori limitrofi alla città.

Il consolidamento del potere (1433-1446)

Dal 1433 Sigismondo intraprese un complesso progetto di ampliamento dei propri territori e della sua influenza politica, intervenendo attivamente nelle turbolente vicende che interessavano le signorie italiane nel Quattrocento. La prima mossa fu il consolidamento dell’alleanza dinastica con Niccolò III d’Este, di cui sposò la figlia Ginevra nello stesso anno. Il prestigio dei due fratelli Malatesta fu riconfermato sul piano politico nel settembre 1433, quando essi furono nominati cavalieri dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, in visita a Rimini dopo l’incoronazione a Roma. Fu in questa occasione, racconta il Clementini, che Domenico e Sismondo in segno di riconoscenza cambiarono il loro nome. Sismondo si chiamò dunque Sigismondo, come l’imperatore, mentre Domenico scelse il nome di Novello. L’anno successivo, mentre Ginevra d’Este raggiungeva finalmente il marito in Rimini, Sigismondo concluse un’altra accorta mossa politica a Urbino, concordando il matrimonio di Novello con Violante di Montefeltro (che aveva quattro anni).
Nel marzo 1435 papa Eugenio IV assoldò Sigismondo in qualità di capitano e condottiero della Santa Chiesa, con un contingente militare di 200 lance. Al servizio del pontefice, Sigismondo e Novello intervennero a Forlì per bloccare il passaggio di Francesco Piccinino agli ordini di Filippo Maria Visconti, supportando così la causa di Francesco Sforza che, in qualità di gonfaloniere della Chiesa, cacciava gli Ordelaffi dalla città (1436). Accanto alle attività militari Sigismondo, con singolare precocità, diede inizio a una politica culturale di ampio respiro intesa a propagandare la propria immagine pubblica e volta alla legittimazione del suo ruolo di signore. La prima mossa di tale politica culturale fu la costruzione a Rimini di una nuova rocca fortificata che servisse anche da residenza del principe. A maggio del 1437, pertanto, si cominciarono i lavori per il nuovo palazzo-fortezza, protrattisi ufficialmente fino al 1446, come dimostra la lapide apposta dal signore a conclusione di questi. Nella stessa iscrizione Sigismondo dichiarava programmaticamente che la rocca doveva appellarsi, suo nomine, Castel Sismondo (contrariamente alla consuetudine di dedicare il nome dei castelli ai santi).
Congedatosi dal Papa e preso servizio presso i Veneziani (supportati dallo Sforza e dai Fiorentini), dall’estate del 1437 Sigismondo fu impegnato nella lotta antiviscontea contro Niccolò Piccinino che militava al servizio del duca di Milano. Nel settembre nacque anche il suo primogenito Galeotto Novello (che tuttavia morì nel novembre dell’anno successivo). Nel 1438 Niccolò e Francesco Piccinino diedero battaglia agli eserciti nemici in Romagna, mentre Eugenio IV, impegnato nel Concilio di Ferrara e informato delle molte lamentele riguardanti il Malatesta, fu costretto ad ammonire paternamente il giovane Sigismondo. Frattanto le relazioni con i vicini Montefeltro andarono deteriorandosi per la politica di rivendicazione dei territori malatestiani perseguita da Federico da Montefeltro, figlio del conte Guidantonio. La proverbiale inimicizia fra i due principi influenzò le vicende della storia italiana fino alla capitolazione del Malatesta, determinata dall’alleanza del Montefeltro con l’altro acerrimo nemico di Sigismondo, il pontefice Pio II. All’inizio del 1440 il Piccinino, coadiuvato dai Montefeltro, venne astutamente inviato da Filippo Maria Visconti a molestare i territori dello Sforza e dei Malatesta, con lo scopo di farli desistere dall’aiuto dei Veneziani. Sconfitti a Meldola e a Teodorano (marzo 1440), Sigismondo e Novello furono costretti a scendere a patti con Niccolò e a firmare una tregua con il Duca di Urbino per la riappropriazione dei possedimenti perduti. Il 29 giugno, tuttavia, la sconfitta inflitta dalla Lega al Piccinino presso Anghiari determinò la ripresa delle ostilità di Sigismondo contro il Visconti, mentre Novello, con un’accorta mossa volta a preservare i propri territori, passava al soldo dello stesso Duca. Nel 1441 l’insediamento a Pesaro di Galeazzo Malatesta, inadatto al governo della città, fece precipitare di nuovo i rapporti tra Sigismondo e i Montefeltro. L’acquisto della città marchigiana, infatti, costituì sempre uno degli obiettivi primari di Sigismondo, poiché esso significava l’unificazione dei territori riminesi con la città di Fano. Per scongiurare tale minaccia, i Montefeltro inviarono a Pesaro le loro truppe in difesa del loro parente Galeazzo. A novembre del 1441 la pace di Cremona determinò finalmente la cessazione delle ostilità fra la Lega e il Visconti, stabilendo anche una tregua anche fra Sigismondo e Federico da Montefeltro.
I progetti di ingrandimento del territorio del Malatesta non furono però ostacolati dagli accordi di Cremona. Il 3 settembre dell’anno prima, infatti, era morta, non senza sospetto di avvelenamento, Ginevra d’Este. Sigismondo pensò allora di rafforzare la sua posizione consolidando l’alleanza con Francesco Sforza, divenuto l’erede al Ducato di Milano grazie al matrimonio con Bianca Maria Visconti. Il 29 aprile 1442 Polissena Sforza, figlia di Francesco, entrò dunque a Rimini in qualità di moglie di Sigismondo (gli accordi per il matrimonio erano stati raggiunti già nell’ottobre del 1441). La nuova parentela non fruttò al Malatesta i risultati sperati poiché papa Eugenio, accusato lo Sforza di non aver difeso gli interessi della Chiesa nella pace di Cremona e preoccupato per la presenza dello stesso nei territori della Marca, con un clamoroso voltafaccia, nominò Niccolò Piccinino capitano generale della Santa Sede. Il nuovo assetto vide pertanto fronteggiarsi le milizie della Chiesa insieme con quelle di Alfonso d’Aragona, divenuto re di Napoli, e di Filippo Maria Visconti (coadiuvati dal Piccinino, Federico da Montefeltro e Malatesta Novello). Nello schieramento opposto vi erano le truppe di Francesco Sforza e del genero Sigismondo. Durante i due anni che seguirono (1442-1443), i due capitani faticarono a difendere l’avanzata della Chiesa e delle truppe napoletane che riuscirono a conquistare quasi tutta la Marca. Mentre lo Sforza, con grandi offerte di denaro, evitava il tradimento di un sempre più titubante Sigismondo, l’ennesimo cambiamento di bandiera del Visconti, preoccupato dell’espansione delle truppe della Santa Sede, ribaltò di nuovo gli schieramenti ed evitò la completa disfatta. Il Duca di Milano convinse pertanto Alfonso d’Aragona a ritirare le sue truppe, mentre Firenze e Venezia inviarono finalmente i loro aiuti all’esercito sforzesco-malatestiano. Dalla parte del papa restarono il Piccinino, Malatesta Novello e Federico da Montefeltro (ottobre 1443). L’8 novembre, contravvenendo alla volontà dello Sforza, Sigismondo incalzò prepotentemente il Piccinino e lo sconfisse presso Pesaro a Monteluro, conseguendo una delle vittorie più celebrate della sua carriera militare. Nei giorni seguenti il Malatesta cercò ancora una volta di conquistare Pesaro, esigendo dal suocero l’aiuto promessogli. L’intervento delle truppe di Federico di Urbino a difesa della città, tuttavia, vanificò nuovamente i suoi sforzi. Mentre nella primavera del 1444 a Sigismondo (e allo Sforza) veniva inflitta la scomunica da parte di Eugenio IV, gli attriti fra i due congiunti si acuirono poiché il Malatesta, recatosi a Venezia per riscuotere il denaro dovuto al suocero, trattenne presso di sé tutta la somma incassata, adducendo come giustificazione il pagamento dei suoi stipendi arretrati e delle spese sostenute nella guerra. I rapporti si guastarono completamente dopo la battaglia di Montolmo (19 agosto 1444) quando lo Sforza, sconfitte le truppe di Francesco Piccinino, si mostrò adirato con Sigismondo (che non aveva partecipato alla battaglia) e, oltraggio ancora più grave, assoldò al suo servizio l’acerrimo nemico Federico da Montefeltro (divenuto signore di Urbino dopo l’assassinio del fratellastro Oddantonio). Il desiderio di impadronirsi della città di Pesaro tenne momentaneamente a freno la collera di Sigismondo che meditava ancora di succedere all’incapace Galeazzo. Tale obiettivo venne però definitivamente frustrato dall’astuzia di Federico d’Urbino il quale, approfittando delle tensioni tra lo Sforza e Sigismondo, il 18 dicembre del 1444 riuscì a combinare il matrimonio fra l’unica nipote di Galeazzo, Costanza da Varano e Alessandro Sforza, fratello del conte. Gli accordi delle nozze stabilirono inoltre che lo stesso Galeazzo vendesse a Federico il dominio di Fossombrone e a Francesco Sforza la città di Pesaro, che doveva poi essere ceduta ad Alessandro (la cessione formale avvenne nel gennaio 1445). Il grave oltraggio compiuto dallo Sforza suscitò la reazione di Sigismondo: voltate le spalle al suocero, egli si riaccostò a papa Eugenio e ai suoi alleati Alfonso d’Aragona e Filippo Maria Visconti (di nuovo arruolato nel gruppo antisforzesco). Nel marzo 1445 Sigismondo fu nominato generale della Chiesa ed entrò al servizio del re di Napoli. A fine novembre dello stesso anno riacquistò e rese alla Santa Sede tutta la Marca. A dicembre fu a Roma, dove il papa lo accolse tributandogli grandi onori e donandogli lo stocco e il cappello. Nel febbraio del 1446, chiamato a Milano da Filippo Maria, il Malatesta scampò fortunosamente all’agguato tesogli durante il tragitto da Astorre Manfredi, mettendosi in salvo attraverso una rocambolesca fuga nelle paludi attorno a Bagnacavallo. Durante tutto quell’anno il signore riminese fu però in grado di ostacolare le attività militari della parte sforzesca, riuscendo anche ad impedire che Gradara, posta sotto assedio per più di quaranta giorni, cadesse nelle mani del conte (novembre 1446). A dicembre, Sigismondo marciò in direzione di Milano per aiutare Filippo Maria, attaccato dai Veneziani nel cuore delle sue terre e in procinto di riconciliarsi nuovamente con il genero Francesco Sforza. Nel marzo 1447, tuttavia, mentre Niccolò V ascendeva al soglio pontificio dopo la morte di Eugenio IV (23 febbraio), fu stabilita una tregua temporanea fra i fratelli Malatesta, Federico d’Urbino, Alessandro e Francesco Sforza. Gli schieramenti subirono nuovamente una scossa nell’agosto dello stesso anno con la morte di Filippo Maria Visconti, che designò come suo erede il re di Napoli Alfonso d’Aragona. Il nuovo assetto vide pertanto schierati da una parte i Veneziani, che aspiravano al ducato, alleati con Firenze e gli Angioini, questi ultimi desiderosi di riconquistare Napoli. Nel versante opposto, invece, militavano il papa, lo Sforza e Alfonso d’Aragona. In questa ridda di alleanze Sigismondo, ormai all’apice della fama in qualità di condottiero militare, incerto sulla fazione da sostenere, avviò i negoziati sia con Venezia sia con il principe aragonese. La spregiudicatezza con cui scelse di comportarsi in questo episodio, legata alla sua mancanza di trasparenza e di lealtà, fu gravida di conseguenze sul piano politico e condizionò, nel corso degli anni successivi, il destino e la caduta del suo potentato.

La guerra con Alfonso d’Aragona e il Tempio Malatestiano (1447-1454)

Nonostante gli impegni militari, a partire dal 1446 Sigismondo aveva intrapreso una relazione stabile con la dodicenne Isotta degli Atti. Tale rapporto, che durò tutta la vita e che fu ufficializzato solo molti anni più tardi (il matrimonio avvenne tra il 1455 e il 1457), influenzò la stessa politica culturale della signoria e gli indirizzi intellettuali della corte riminese. Se per la propaganda avversa a Sigismondo Isotta restò sempre la «concubina» elevata al rango di signora e dea (così nei Commentarii di Pio II), ella viceversa fu esaltata e ritratta nelle monete che Sigismondo fece coniare per celebrarne la gloria e venne sepolta in una cappella a lei dedicata all’interno del Tempio Malatestiano. L’amore fra i due, inoltre, fu cantato dai poeti della corte riminese in opere che, in onore della donna, vennero definite «poemi isottei» (il Liber Isottaeus di Basinio da Parma e il De amore Iovis in Isottam di Porcelio Pandoni rappresentano le vette indiscusse di questa produzione «isottea» che influenzò la successiva lirica fino ai moderni D’Annunzio e Pound). La «diva» Isotta fu celebrata anche in molti componimenti in volgare, alcuni attribuiti allo stesso Sigismondo.
Il 21 aprile 1447 il Malatesta avviò dunque gli accordi con gli Aragonesi, concordando una condotta provvisoria al servizio di Alfonso che gli forniva 600 lance, 600 fanti e un compenso totale di 32.400 ducati per prestanza. Il re di Napoli, tuttavia, ritardò nei pagamenti, liquidando solo 25.000 ducati; cifra ritenuta da Sigismondo insufficiente per assoldare le truppe. A causa di tale indugio, il Malatesta, che nel frattempo aveva tentato senza successo di togliere Fossombrone a Federico da Montelfeltro, si volse di nuovo a trattare con i Veneziani. Consigliato dagli ambasciatori fiorentini, primo fra tutti Giannozzo Manetti, così come dal suo consigliere e segretario Roberto Valturio, il Malatesta decise improvvisamente di passare al campo nemico. Il 10 dicembre 1447 egli entrò dunque al servizio della Repubblica Fiorentina in qualità di generale di tutte le milizie in Toscana, tranne quelle comandate dall’odiato Federico d’Urbino, nel frattempo passato anche egli dalla parte della lega. La mancata restituzione dei soldi già versati in prestanza e il tradimento perpetrato ai suoi danni, suscitarono la collera di Alfonso, che andò ad aggiungersi alla lista dei nemici di Sigismondo.
Nel 1448 le operazioni militari si spostarono in Toscana ed ebbero il loro culmine nella sconfitta delle armate regie a Piombino (15 luglio 1448), città che tuttavia rimase sotto assedio fino al settembre, quando Alfonso decise di rinunciare all’impresa. I successi militari di Sigismondo, celebrato nel poema Hesperis di Basinio da Parma quale liberatore d’Italia dalle insidie dei barbari Aragonesi, spinsero i Veneziani, in difficoltà nella lotta contro lo Sforza e la Repubblica Ambrosiana, a chiedere a loro volta l’aiuto del Malatesta. All’inizio del 1449 quest’ultimo si diresse verso Crema, per porre l’assedio alla città, che capitolò solo in settembre. Sigismondo, nominato capitano generale delle milizie veneziane (settembre 1449), trascorse l’inverno in Lombardia per difendere i Milanesi, assediati dalle truppe sforzesche. Lo scontro diretto con Francesco, tuttavia, non avvenne o per indugio dei Veneziani coscienti della superiorità dello Sforza oppure, come rilevano alcune fonti, a causa del timore di Sigismondo per una eventuale vendetta del suocero, in caso di sconfitta. All’inizio di giugno di quell’anno, infatti, era morta improvvisamente Polissena, figlia di Francesco e moglie di Sigismondo. La causa ufficiale del decesso fu indicata nell’epidemia di peste che allora si andava diffendendo nel contado di Rimini. Voci autorevoli, provenienti da parte sforzesca, diffusero invece fin da subito la versione che la donna fosse stata uccisa (o fatta uccidere, poiché Sigismondo non si trovava a Rimini) dal marito. L’uxoricidio fu in seguito confermato dallo stesso Sforza il quale, in una dettagliata istruttoria per supportare le accuse del papa mandata a Roma nel 1461, elencava tra gli altri misfatti ai suoi danni l’uccisione dell’innocente Polissena per soffocamento e tramite mandante. La ragione di tale crudeltà, continuava il conte, risiedeva nel desiderio di Sigismondo di poter essere libero di convolare a nozze con l’amante Isotta degli Atti. Anche se le prove del delitto non furono mai trovate, nondimeno è facile comprendere come la diffusione di tali dicerie dovesse turbare non poco il Malatesta nel novembre 1449, quando erano trascorsi solo pochi mesi dalla morte della donna.
Il 26 febbraio 1450, intanto, Francesco Sforza divenne duca di Milano dopo la resa della città. La conquista del ducato sovvertì nuovamente l’equilibrio dei potentati italiani. Alfonso d’Aragona, erede designato al ducato da Filippo Maria Visconti, stipulò una pace con i Veneziani. I Fiorentini, invece, ruppero la solida alleanza con Venezia e si schierarono con lo Sforza e il papa. In questo mutato quadro politico, Francesco Sforza e Federico da Montefeltro, preoccupati per i successi e per l’ascesa di Sigismondo, progettarono un astuto tranello per spezzare l’alleanza di quest’ultimo con i Veneziani. Secondo i patti, il Montefeltro fece credere al Malatesta di volersi accordare per cedergli la città di Pesaro, ancora sotto il dominio di Alessandro Sforza, in cambio di alcuni castelli di proprietà malatestiana. Sigismondo, caduto nella trappola, domandò licenza ai Veneziani che, nel maggio del 1450, gli permisero di ritornare nelle sue terre. A giugno il Malatesta, portatosi nei pressi di Pesaro per entrare finalmente nella città, non solo non vi trovò come concordato Federico da Montefeltro con gli aiuti promessi, ma apprese che dalla Lombardia Francesco Sforza aveva inviato delle truppe in soccorso del fratello Alessandro. Dopo alcuni giorni, incerto sul da farsi e temendo l’arrivo degli eserciti nemici, il Malatesta tornò nel suo Stato. I documenti storici riportano tuttavia anche un’altra motivazione per l’interruzione della condotta con Venezia (completamente taciuta dalle fonti di parte malatestiana). Secondo questo diverso racconto, la Serenissima fu costretta a scindere l’accordo con il suo capitano generale in seguito ai misfatti di quest’ultimo, resosi colpevole di un atroce delitto. Sebbene le versioni del fatto siano molteplici ed evidentemente aggravate dalle parti avverse per accrescere la “leggenda nera” di Sigismondo, nondimeno l’eco suscitata dalla notizia nelle cronache del tempo induce a ritenere che il fatto sia veramente avvenuto. Nel giugno 1450, dunque, il signore di Rimini, dopo essere stato rifiutato, stuprò e uccise una pellegrina tedesca che si stava recando a Roma in occasione del giubileo. Le fonti dell’epoca, anche di area riminese, forniscono una ricca quantità di dettagli riguardanti la turpe azione, insistendo da un lato sull’avvenenza e sulle qualità morali della donna e dall’altro sulla bestialità e sulla ferocia del principe malatestiano. Secondo la versione più accreditata, comunque, il fatto avvenne in territorio veronese, quindi in un’area sottoposta al controllo della Serenissima. Le fonti veneziane riportano infatti che, nel luglio del 1450, il Senato interrogò e processò quattro uomini inviati da Sigismondo e accusati del misfatto. Nessuna prova schiacciante che confermasse il delitto fu però trovata, nonostante anche Andrea Benzi, nella sua requisitoria nel 1461, ricordando l’episodio come una delle azioni più feroci commesse da Sigismondo, non fornisse alcuna testimonianza sicura.
Il 1450 fu però anche l’anno in cui Sigismondo, all’apice della sua gloria e grazie ai compensi derivati dalle sue imprese militari, intraprese la trasformazione della chiesa riminese di San Francesco in quello che sarà definito «Tempio Malatestiano». L’impresa costituì la tappa più importante e luminosa di quella politica culturale volta a celebrare la gloria di Sigismondo e della sua stirpe cominciata, come si è detto, già nel 1437 con la costruzione di Castel Sismondo. Dal progetto originario ideato qualche anno prima (1447?), che prevedeva la costruzione di due monumenti sepolcrali per lui e per Isotta nelle cappelle degli Angeli e di San Sigismondo (nonostante fosse ancora viva Polissena Sforza), in quell’anno si passò a un più ambizioso programma: la ristrutturazione della chiesa nel suo complesso, dalla facciata esterna alle parti interne. Sebbene la storiografia non abbia ancora fatto luce sulle molteplici fasi di progettazione di questo edificio dedicato alla gloria malatestiana, nondimeno l’anno giubilare 1450 è la data simbolica che Sigismondo volle fosse ricordata come inizio dei lavori, come attestato dalle epigrafi nella chiesa e dalle monete create per glorificare l’impresa. Alla creazione del monumento e del suo programma decorativo «pagano», che divenne uno dei capi di accusa di Pio II, furono chiamati artisti come Matteo de’ Pasti, Agostino di Duccio, Piero della Francesca e Leon Battista Alberti. La monumentale impresa richiese un ingente investimento economico che preoccupò Sigismondo fino alla fine dei suoi giorni. In quell’anno il Malatesta, che seguiva personalmente i lavori, non esitò a spogliare la chiesa di Sant’Apollinare in Classe di alcuni marmi pregiati per reperire parte dei materiali.
Nel 1452 la Serenissima dichiarò nuovamente guerra a Francesco Sforza mentre gli Aragonesi riprendevano gli scontri in Toscana, capitanati Federico da Montefeltro e da Ferdinando, figlio di re Alfonso. Sigismondo, richiamato a prestare servizio nella seconda guerra di Toscana e ricevuto il bastone di comando dell’esercito fiorentino, riportò la vittoria decisiva sulle armate del re di Napoli nell’autunno 1453, riconquistando la città di Vada. La caduta di Costantinopoli e il conseguente pericolo turco mutarono le traiettorie politiche delle signorie italiane, ormai ridotte sul lastrico da annose guerre e rivalità. La minaccia comune fece convergere gli interessi dei signori della penisola che si dichiararono disposti a trattare per la pace. All’inizio del 1454, dunque, Sigismondo intavolò delle trattative segrete con re Alfonso, desideroso di riscuotere il denaro non restituito dal Malatesta dal 1447. Gli accordi prevedevano la remissione di tutte le offese passate, la protezione veneziana e il matrimonio del figlio di Sigismondo, Roberto, con la nipote del re Eleonora. L’interferenza dello Sforza, venuto a conoscenza dei patti, fece tentennare Sigismondo che ritardò la sottoscrizione degli accordi con Alfonso. Tali esitazioni irritarono molto il re di Napoli che decise di intervenire attivamente nel gioco delle potenze italiche per isolare politicamente l’infido Malatesta. Il 9 aprile 1454 venne firmata fra Venezia e Milano la «pace di Lodi», sottoscritta in seguito anche dalle altre signorie della penisola. In essa si decretava l’alleanza per 25 anni e la difesa degli stati delle parti contraenti. Inizialmente il nome del Malatesta figurò come raccomandato e collegato sia a Firenze sia a Venezia. L’intervento di Alfonso di Aragona cambiò però gli orientamenti degli alleati. Come clausola per la sua firma il re di Napoli chiese infatti l’esclusione dai patti di Sigismondo, d’ora in poi destinato sempre più ad una posizione di completo isolamento.

L’isolamento di Sigismondo e l’inizio del declino (1454-1460)

La condotta di Sigismondo sostenuta al soldo dei Senesi nell’inverno del 1454 si concluse con l’abbandono improvviso e non autorizzato del campo di battaglia (tra i sospetti di tradimento). L’esito disastroso accrebbe la fama di inaffidabilità e ambiguità del Malatesta. La morte di papa Niccolò V nel 1455, da sempre bendisposto verso Sigismondo, peggiorò la situazione e lasciò il signore di Rimini alla mercé dei nemici. Questi ultimi erano capitanati da Federico da Montefeltro il quale, appoggiato da Alfonso, non esitò ad arruolare in funzione antimalatestiana l’imprevedibile Giacomo Piccinino che guerreggiava da solo nei territori italiani con la speranza di ottenere un proprio regno. Nel tentativo di arginare gli attacchi che provenivano da più parti, Sigismondo fu costretto a venire a patti con i comuni nemici del Re di Napoli: i Genovesi e, oltralpe, gli Angiò (che ancora aspiravano a riconquistare il regno).
Nonostante gli accordi stabiliti dalla pace di Lodi, la rivalità fra il Montefeltro e Sigismondo non conobbe tregua nemmeno nel biennio 1455-1456 e gli esiti rivelarono la superiorità politica e strategica dell’astuto duca di Urbino. Nel maggio 1457 Borso d’Este, dopo aver richiesto un’amnistia, organizzò nella sua villa di Belfiore un incontro tra i due signori, volto a sanare definitivamente le controversie. Nonostante gli sforzi estensi, il colloquio si risolse in una nuova, clamorosa rottura: i due principi pervennero quasi ad uno scontro a mano armata dopo che Federico accusò Sigismondo di aver tentato di avvelenare il signore di Pesaro Alessandro Sforza. In seguito all’incontro, il Montefeltro, d’accordo con Alfonso, si adoperò per indirizzare le schiere di Giacomo Piccinino contro le terre di Sigismondo. Le armate dei due capitani invasero il dominio malatestiano all’inizio dell’estate 1457. Il signore di Rimini, vedendosi negati gli aiuti da Venezia, Firenze e dallo Sforza, fu lasciato completamente da solo.
Nel giugno 1458 morì Alfonso d’Aragona e Sigismondo, convinto che la sua situazione fosse migliorata, intavolò trattative con il Principe Orsini di Taranto per sostenere la causa di Giovanni d’Angiò, pretendente al trono contro Ferdinando di Aragona. La scomparsa di papa Callisto III e la successiva elezione di Enea Silvio Piccolomini nell’agosto dello stesso anno, la cui politica era fortemente antifrancese, confermarono sul trono Ferdinando e vanificarono le speranze del Malatesta. Il comportamento avventato di Giacomo Piccinino negli stessi mesi aveva però già fatto precipitare l’equilibrio dei potentati italiani. Quest’ultimo, infatti, alla morte di papa Callisto III, abbandonata l’impresa nei territori di Sigismondo, occupò indebitamente i domini ecclesiastici di Assisi, Nocera e Bevagna. Necessitando dell’investitura pontificia di Pio II per ascendere al trono, Ferdinando d’Aragona non esitò a sacrificare il suo generale Piccinino alla causa papale. Nell’ottobre del 1458, pertanto, il papa e Ferdinando firmarono un accordo secondo cui si riconobbe la legittimità della successione dell’Aragonese che, dal canto suo, si impegnava a costringere il Piccinino a restituire alla Chiesa tutti i territori sottratti. L’annosa controversia fra Sigismondo e il Re di Napoli venne poi delegata allo stesso pontefice, che si assunse anche il compito gravoso di creare uno stato per Giacomo Piccinino con i territori sottratti al Malatesta. Il compromesso fra le parti fu raggiunto a Mantova ai primi di agosto del 1459 e le condizioni furono gravosissime. Sigismondo avrebbe dovuto pagare a Ferdinando una somma non inferiore ai 50.000 ducati e nel frattempo, a titolo cauzionale, avrebbe dovuto consegnare al papa buona parte del suo territorio nelle Marche. Egli, inoltre, doveva restituire a Federico d’Urbino i territori sottratti nelle precedenti guerre. In cambio, al Malatesta fu finalmente concesso di entrare nella Lega Italica, i cui rappresentanti furono nuovamente convocati da Pio II a Mantova per l’organizzazione della crociata contro i Turchi. Stritolato da tali condizioni, Sigismondo si diede di nuovo a tessere accordi segreti con Giovanni d’Angiò e con l’Orsini, nella speranza di migliorare la sua posizione con la capitolazione di Ferdinando. Nel frattempo Giacomo Piccinino, le cui aspirazioni di ottenere un dominio vennero ignorate nei patti di Mantova, si rifiutò di rendere i territori sottratti a Sigismondo e continuò indisturbato a guerreggiare nelle terre malatestiane, nonostante le proteste inviate dal signore di Rimini agli alleati italici. Nel 1460 il Piccinino, ormai in rotta con Ferdinando, passò dalla parte degli Angioini e si diresse verso l’Italia meridionale, conducendo le sue truppe attraverso i territori di Novello e Sigismondo Malatesta (i quali, secondo gli ordini di Pio II, avrebbero dovuto ostacolarlo). Il 6 luglio gli Angioini riportarono una grande vittoria sulle truppe di Ferdinando e, qualche giorno dopo, Giacomo Piccinino sconfisse gli eserciti papali, sforzeschi e aragonesi capitanati da Federico da Montefeltro e da Alessandro Sforza. Il Malatesta, pensando che la sorte di Ferdinando fosse segnata, compì il passo che decretò la sua definitiva rovina. Uscendo allo scoperto dopo numerose trattative segrete, infatti, si schierò a favore degli Angioini e del Piccinino, e attaccò i territori della Chiesa, contravvenendo ai patti di Mantova che gli imponevano invece una tregua decennale. Nell’estate del 1460, dunque, egli rioccupò Montemarciano e nel novembre riprese invece Mondavio. La reazione di Pio II fu immediata e implacabile: giurò di combattere il Malatesta «fin a la sua destrutione». Papa Piccolomini dichiarò Sigismondo nemico e ribelle della Chiesa e invitò tutti i potentati italici a unirsi nella battaglia comune per sterminarlo. Per rincarare la dose, egli ricorse anche alle armi spirituali e il giorno di Natale 1460 pronunciò una solenne scomunica contro Sigismondo e Novello Malatesta (anch’egli alleato degli Angioini), ufficialmente accusati di non pagare da cinque anni il censo alla Camera Apostolica.

La battaglia contro Pio II (1461-1463)

Nel gennaio 1461 Francesco Sforza, inizialmente riluttante a partecipare alla crociata contro Sigismondo, assecondò l’impresa di Pio II allettato dalla promessa di una spartizione delle terre malatestiane. Fu in quel frangente che il Duca di Milano inviò la già citata lettera in cui affermava che il signore di Rimini lo aveva offeso «in le carne et sangue» e lo accusava dell’uccisione della figlia Polissena. Poiché anche gli altri capi italici si dimostravano perplessi, il Piccolomini non esitò a usare nuovamente il proprio potere spirituale e, il 16 gennaio 1461, indisse un concistoro pubblico, in cui erano stati convocati i prelati, i principi italiani e i loro ambasciatori. In questa occasione, l’avvocato fiscale Andrea Benzi, recitò una violenta requisitoria contro Sigismondo, probabilmente composta (o ispirata) dallo stesso pontefice. Nell’orazione, in cui trovò sistemazione tutto l’imponente materiale d’accusa diffuso dalle parti nemiche, il ritratto di Sigismondo che poi passerà alla storia fu definito nelle sue caratteristiche più importanti. Così, fin dal suo esordio, il Benzi dichiarò: «dall’inizio del genere umano non credo che vi sia stato uomo peggiore, né credo che si possa trovare alcuno la cui iniquità sia più completa, il cui fetore ammorbi non solo la chiesa e il mondo, ma giunge fino al cielo e provocherebbe nausea agli stessi spiriti beati se essi non fossero incapaci di passioni». Procedendo nel suo discorso secondo lo schema giovanneo di ripartizione del peccato (lussuria, avarizia e superbia), l’oratore attribuì a Sigismondo ogni sorta di vizio e di vergogna. In un elenco lunghissimo, egli ricordò la lussuria sfrenata del Malatesta, accusandolo di incesto, di violenza, stupro e assassinio su ragazzine, monache e donne. Seguitando nella sua filippica, il Benzi denunciò che Sigismondo, novello Erode o Nerone, non aveva esitato a uccidere le sue due mogli e, avido di denaro e di potere, si era macchiato di molti furti e tradimenti depredando chiese, conventi e gli stessi principi italiani (furono ricordati il tradimento del Carmagnola, quello verso re Alfonso e altri episodi). Secondo l’avvocato fiscale, il Malatesta aveva anche tentato di uccidere Federico da Montefeltro e Alessandro Sforza (entrambi presenti al concistoro) e, delitto ancora più grave, per la sua superbia: «si crederebbe superiore a Dio, se credesse che un dio esistesse; più saggio di Mosè e di Solone; capace di svelare il senso dei più difficili pensieri di Platone e di Aristotele e i più ardui problemi di teologia». L’accusa di eresia e di empietà, unite alla taccia di essere seguace dell’epicureismo e di negare l’immortalità dell’anima, misero fine all’appassionato discorso dell’avvocato, che concluse definendo Sigismondo «il veleno del mondo, il predone di ogni cosa divina e umana». La violenza del discorso suscitò negli uditori una vivida commozione tanto che, secondo il racconto che Pio II ci offre nei suoi Commentarii, gli stessi Federico da Montefeltro e Alessandro Sforza presero la parola per confermare e aggravare le accuse contro il nemico. Il pontefice in persona chiuse il consiglio proclamando la necessità di procedere contro Sigismondo con una cerimonia di canonizzazione a rovescio, ideata appositamente per lui: il signore di Rimini sarebbe stato condannato da vivo a risiedere all’Inferno. Nella pseudo-bolla Discipula Veritatis, scritta come secondo atto della sua battaglia contro il Malatesta, e negli stessi Commentarii, il Piccolomini descrisse come si svolsero i fatti dopo il concistoro.
Poiché non risultasse che Sigismondo fosse condannato illegittimamente, il pontefice diede a Niccolò Cusano, cardinale di San Pietro in Vincoli, il compito di istituire un processo formale in cui interrogare l’accusato e i testimoni per arrivare ad un verdetto definitivo. Cominciata l’istruttoria, dunque, il Cusano intimò al Malatesta di presentarsi entro trenta giorni a Roma per potersi difendere dalle accuse. Sigismondo, raccontano le fonti, non si preoccupò molto della pubblica orazione e dell’invito a comparire, e rifiutò di recarsi a Roma (anche se le fonti di parte malatestiana riferiscono che egli inviò degli ambasciatori in sua vece a trattare per il perdono del papa). Il Cusano fu allora costretto a procedere in contumacia. Per tutta risposta, il Malatesta riprese gli scontri armati con le truppe ecclesiastiche, alle quali inflisse una grave sconfitta a Nidastore, il 2 luglio 1461.
Isolato totalmente dal resto degli stati italiani, che si erano schierati a favore del pontefice, Sigismondo si risolse a intavolare trattative con Maometto II, sultano dei Turchi. Notizie di primi contatti fra i due signori cominciarono a circolare nel settembre 1461, diffuse da informatori di parte sforzesca. Ai primi di novembre, comunque, il fedele artista Matteo de’ Pasti, che viaggiava alla volta di Costantinopoli ufficialmente per eseguire il ritratto di Maometto II, venne arrestato a Candia dai Veneziani. Nel suo bagaglio, vennero trovati una copia del De re militari di Roberto Valturio, una lettera a nome di Sigismondo scritta dallo stesso umanista e indirizzata al sultano, e una compromettente mappa del mare Adriatico (o del solo golfo di Venezia, come riportano altre fonti). Rispedito a Venezia, e interrogato dal Consiglio dei Dieci, il de’ Pasti venne rilasciato come non colpevole, anche se la mappa e il trattato del Valturio contenuti nel bagaglio vennero confiscati perché considerati documenti dal grande valore militare (lo stesso Pio II richiese di esaminare il codice del De re militari come prova delle colpe di Sigismondo). Nonostante le reali intenzioni della missione non fossero del tutto chiare, nondimeno nelle corti italiane l’episodio fu interpretato come l’estremo tentativo di Sigismondo di risollevare le sorti del suo regno. La sua nuova trovata di «chiamare il Turco in Italia» e di stringere un’alleanza con il più grande nemico della cristianità ebbe larga risonanza. Pio II, però, che pure era al corrente delle trattative intavolate da Sigismondo, come dimostra una lettera di questi a Borso d’Este, scelse di non tenere conto di questa ultima, infamante accusa e non la riportò né nella Discipula Veritatis, né nei Commentarii (scritti fra il 1463-1464). Nondimeno il pontefice continuò nella sua politica antimalatestiana e il 20 febbraio 1462 emanò la bolla Cum ex iniuncto in cui dispensava dal giuramento di fedeltà al signore i sudditi di Rimini e li invitava a ribellarsi al tiranno. In aprile, mentre si diffondevano le voci dell’invio di un nuovo messo malatestiano a Costantinopoli, il Piccolomini pronunciò la sentenza di condanna nei confronti di Sigismondo. Conclusosi infatti il processo istituito da Cusano, il pontefice dichiarò il Malatesta colpevole di ogni capo d’accusa e procedette a scomunicarlo, a maledirlo e a spogliarlo di ogni possedimento temporale. Per suggellare in maniera più evidente la terribile condanna, il papa inscenò nello stesso giorno una macabra rappresentazione: tre effigi di Sigismondo, a dimensione naturale, vennero bruciate in Campo de’ Fiori e in Campidoglio.
Il carattere «illegittimo» di tali cerimonie e l’espropriazione inflitta al Malatesta dei territori suscitarono non poche perplessità nelle corti italiane, soprattutto a Venezia che si era mantenuta sempre in rapporti amichevoli con il signore di Rimini. Il papa, tuttavia, continuò nella sua feroce crociata antimalatestiana e nell’autunno del 1462 scrisse e diffuse un’altra bolla di condanna, denominata Licet Natura. Tutta la lega italica era comunque stata coinvolta attivamente nell’operazione di annientamento del Malatesta. Le milizie ecclesiastiche furono guidate ancora una volta dall’irriducibile Federico di Montefeltro, il quale conquistò una serie di castelli malatestiani e inflisse a Sigismondo una terribile sconfitta nei pressi del fiume Cesano (13 agosto 1462). Il Malatesta, il cui dominio si era ridotto alle sole città di Rimini, Fano e Senigallia, si ritrovò completamente isolato poiché anche il principe Orsini di Taranto, sconfitti gli Angioini a Troia dalle truppe aragonesi, fu costretto ad abbandonare la lotta e a scendere a patti con Ferdinando d’Aragona. Sigismondo, disperato, si volse allora a cercare di nuovo l’alleanza con la Serenissima, unica signoria non coinvolta nella lega di Pio II. Approdato nella città dopo un naufragio, nell’ottobre del 1462, egli chiese aiuto al Senato per il suo territorio e per quello del fratello Novello (coinvolto anch’egli, in quanto appartenente ad una stirpe maledetta, nella campagna distruttiva del Pontefice). I Veneziani accordarono il soccorso richiesto e nel 1463 inviarono a Roma Bernardo Giustinian come loro ambasciatore, con il compito di perorare la causa dei fratelli Malatesta. I tentativi di mediazione veneziani non riuscirono comunque a placare il Piccolomini il quale, perseverando nell’obiettivo della guerra, mosse a Sigismondo l’attacco finale sulle città marchigiane. Dopo un assedio durato mesi, mentre Rimini era flagellata dalla peste, le truppe di Federico da Montefeltro presero la città di Fano, difesa da Roberto, figlio maggiore di Sigismondo (25 settembre 1463). Solo l’intervento degli ambasciatori della Serenissima, preoccupati di un’eventuale vicinanza delle milizie papali ai loro territori in caso di vittoria su Sigismondo, riuscì a impedire l’attacco finale su Rimini. Deviando l’attenzione del papa sulla preparazione della crociata contro i Turchi, infatti, essi arrivarono a placarne l’ira: a fine ottobre Sigismondo fu costretto ad una umiliante resa e ad accettare le gravose condizioni imposte dal Piccolomini. Quest’ultimo decretò che al Malatesta, in qualità di vicario papale, fosse lasciato solo il comando della città di Rimini e del suo contado. I territori della Marca furono invece confiscati e donati in parte a Federico da Montefeltro.
La vittoria di Enea Silvio si concluse con un ultimo atto di sottomissione da parte di Sigismondo: nei primi giorni del novembre 1463, il condottiero fu costretto ad abiurare pubblicamente e a chiedere perdono per i suoi errori nella chiesa di Santa Colomba in Rimini.

La spedizione in Morea e gli ultimi anni (1464-1468)

Ottenuta la resa di Sigismondo, Pio II si volse a organizzare finalmente la crociata contro i Turchi già annunciata nel 1459 nella dieta di Mantova. La missione fu fortemente caldeggiata dagli ambasciatori di Venezia, preoccupati dalle scorrerie delle truppe ottomane nei loro possedimenti. Già il 22 ottobre 1463, in concomitanza con l’umiliazione del Malatesta, il Piccolomini aveva emanato la bolla di indizione della crociata, chiamando a raccolta i principi cristiani e concedendo l’indulgenza plenaria e la remissione dei peccati a quelli che vi avrebbero preso parte.
La spedizione, che sarebbe partita nella primavera dell’anno seguente, vide schierati in prima linea il papa, i Veneziani e il Duca di Borgogna. Nonostante gli sforzi profusi dal pontefice nell’organizzazione della missione, nessuno dei capitani italiani accettò la condotta offerta da Venezia. Fu allora che Sigismondo, spinto dalla mancanza di fondi e desideroso di riacquistare i territori perduti riabilitando la propria posizione nei confronti del papa, si dichiarò disponibile a diventare capitano generale delle forze veneziane nella spedizione in Morea. Il 17 marzo il condottiero e la Serenissima ratificarono l’accordo, nonostante le remore di Pio II, che temeva una improvvisa defezione del Malatesta. Secondo alcuni studiosi, il signore di Rimini avrebbe acconsentito di partecipare alla spedizione nel territorio bizantino di Morea perché voleva far valere i propri diritti dinastici. Sua cugina Cleofe Malatesta, infatti, figlia di Carlo e quindi anche sua sorella adottiva, aveva sposato nel 1421 Teodoro II Paleologo, fratello dell’erede al trono Tommaso. Nel 1433, Cleofe era morta senza eredi a Mistrà, capitale del regno, in circostanze misteriose. Questa parentela, dunque, rendeva Sigismondo il principe occidentale e cristiano più legittimato ad una successione nel despotato di Morea.
Il Malatesta partì per il Peloponneso alla fine di giugno del 1464. Arrivato a Modone e resosi conto che le truppe affidategli erano insufficienti, dedicò i primi mesi della spedizione alla riorganizzazione dell’esercito. Nel frattempo, nella notte fra il 14 e il 15 agosto, moriva papa Pio II che, nel porto di Ancona, era in procinto di imbarcarsi per la crociata con il doge veneto e altri condottieri italiani. Con la scomparsa del Piccolomini, decaddero tutti i progetti dell’impresa contro i Turchi.
Sigismondo, dunque, privo dell’aiuto dei contingenti alleati che avrebbero dovuto raggiungerlo, si trovò da solo a fronteggiare il pericolo ottomano. Posto l’assedio a Mistrà e in condizione d’inferiorità, egli non riuscì a conquistare la rocca della città e pertanto passò l’inverno inattivo in attesa degli aiuti da Venezia. Quando a gennaio circolò la notizia della sua morte, in seguito ad un’epidemia diffusasi nel campo crociato, la Serenissima non esitò a mandare i suoi ambasciatori a Rimini, ufficialmente per difendere Isotta e il figlio di lei Sallustio. Lo scopo recondito di Venezia era invece quello di assicurarsi che, venendo a mancare Sigismondo, né la Chiesa, né Federico da Montefeltro, né il figlio illegittimo Roberto (che aveva avuto contatti col Duca di Urbino) prendessero il potere. Nei restanti mesi del 1465 il Malatesta, temendo per il suo dominio, chiese ripetutamente a Venezia di poter tornare in Italia. Il condottiero, inoltre, per inferiorità numerica, non riuscì a riportare nessuna vittoria decisiva sui nemici. Prosciolto dalla condotta con Venezia, egli tornò a Rimini nel marzo del 1466, recando con sé, come unico trofeo, le spoglie del filosofo neoplatonico Gemisto Pletone (morto nel 1452). Il corpo del dotto bizantino, che secondo alcune fonti era stato avvicinato da Sigismondo già al tempo del concilio di Ferrara e Firenze, venne tumulato in uno dei sarcofagi del Tempio Malatestiano. L’azione del Malatesta si connotava di un preciso significato politico: egli si dichiarava seguace e ammiratore di quel filosofo che, vagheggiando il ritorno di una religione universale superiore a tutte le altre, era stato accusato di paganesimo e condannato in parte all’oblio (la sua opera Le Leggi, infatti, era stata bruciata su istigazione del patriarca Gennadio).
Il 23 aprile 1466 Sigismondo stilò il suo testamento dichiarando eredi Isotta e il figlio Sallustio, escludendo così dalla successione il figlio maggiore Roberto. Dati i suoi rapporti con la Serenissima e considerati i servigi resi alla Chiesa nella campagna di Morea, Sigismondo sperò di ottenere la benevolenza del nuovo papa, il veneziano Paolo II, e di recuperare parte dei territori sottrattigli. Nel maggio del 1466 il Malatesta si recò a Roma, dove fu accolto con onore dal pontefice.
Le speranze di Sigismondo dovettero presto essere deluse poiché nel 1467 il papa, ricorrendo alla mediazione di Giulio Cesare Varano (genero del Malatesta), tentò quello che neppure il Piccolomini aveva osato fare. Egli chiese infatti al signore di Rimini la consegna della città alla Chiesa, in cambio dei territori di Foligno e Spoleto. Inizialmente il Malatesta non seppe reagire a tale, sfrontata richiesta. Secondo la cronaca del Broglio, tuttavia, egli pensò addirittura di assassinare il papa, chiedendo un incontro diretto con lui. Rinviata l’udienza per alcuni giorni, il giorno fatidico dell’adunanza il pontefice fu costretto a ritirare la folle proposta poiché fu intimorito dalla rabbia di Sigismondo. Quest’ultimo, infatti, urlò davanti a tutti i prelati presenti che mai avrebbe rinunciato alla città dove riposavano i suoi antenati.
Tornato a Rimini, angustiato dalle lotte interne per la successione e dalla cattiva situazione economica, Sigismondo si dedicò al compimento della sua più grande impresa: il Tempio Malatestiano. Nel gennaio del 1468 egli ricevette dalla Chiesa un’ultima condotta contro la città di Norcia, colpevole di ribellione. Sedata la rivolta, il Malatesta, già ammalato, si recò a Roma per il riconoscimento papale del figlio Sallustio al vicariato di Rimini.
Il 9 ottobre del 1468, Sigismondo morì a 51 anni e venne seppellito in quel Tempio incompiuto che rappresenta ancora oggi la sua impresa più luminosa.

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Article written by Anna Gabriella Chisena | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]