Seicento e decadenza italiana

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

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Il Seicento italiano è stato spesso identificato come un'epoca di decadenza politica, economica e morale. I sostenitori, da diverse prospettive, del paradigma della decadenza hanno in genere messo in relazione gli eventi studiati con i difetti della società italiana a loro contemporanea. La decadenza italiana è stata imputata a diverse cause, tra queste l'egemonia/dominazione spagnola e l'affermazione della Controriforma, entrambe consolidatesi nella seconda metà del Cinquecento, mentre la Penisola non godeva ormai più di quella rendita di posizione derivante dall'essere al centro del Mediterraneo, avendo le scoperte geografiche e le nuove rotte oceaniche spostato verso l'Atlantico il baricentro degli scambi e dei commerci. In tempi recenti la storiografia italiana ha peraltro prodotto un “ritorno al Seicento” che ha messo in luce gli aspetti più innovativi del periodo, che hanno parzialmente contraddetto il paradigma della decadenza. Gli storici dell'economia hanno dato un fondamentale contributo a questo riorientamento della storiografia, ponendo la questione nei termini di riconversione del sistema economico-produttivo della Penisola e "fine del primato". Il dibattito resta aperto.

Il paradigma storiografico della decadenza italiana secentesca, derivato da Sismonde de Sismondi (Histoire des républiques italiennes du Moyen-âge, 1807-18) e da Giuseppe Pecchio (Storia della economia pubblica in Italia, 1829) ha avuto grande fortuna nella storiografia e nella riflessione politica novecentesca, venendo riproposto in primis da Benedetto Croce (Storia dell'età barocca in Italia, 1929), che ha incentrato la sua attenzione sulla decadenza morale e artistico-letteraria dell'età barocca. A Piero Gobetti (La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, 1924) si deve l'aver sollevato la questione della "mancata riforma" (protestante) in Italia come fattore di arretratezza e corruzione morale, questione che ha condizionato non poco gli storici di area liberale e progressista che si sono occupati del versante politico-religioso.
Diversi importanti storici del secondo dopoguerra hanno poi riproposto questo paradigma.
Marino Berengo ha imputato la decadenza italiana principalmente al declino della civiltà urbana e repubblicana e alla perdità della libertà politica, indicando il 1530 (pace di Bologna) come anno di svolta.
Nell'ambito della Storia d’Italia Einaudi, Fernand Braudel ha sollevato la questione del “tradimento della borghesia” ed accettato la tesi della “rifeudalizzazione”, diffusa in primis da Ruggero Romano e Rosario Villari. In quella stessa sede, Romano (che della Storia d'Italia Einaudi fu il direttore, insieme a Corrado Vivanti) parlò molto chiaramente di tracollo economico e di apertura di una fase di profonda decadenza politica e sociale tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento (anche se Braudel lo smentì parzialmente, sostenendo che non si doveva parlare di tracollo vero e proprio, poiché la crisi italiana appariva ingigantita dallo sviluppo più repentino, negli stessi decenni, di altre regioni europee).
Maurice Aymard, nel primo volume degli Annali della Storia d'Italia Einaudi (1978), riprese Braudel e sottolineò i limiti strutturali del modello italiano. Inoltre, rifacendosi a Wallerstein, parlò di spostamento del centro dell’economia–mondo dal Mediterraneo verso il nord dell’Europa, nel complesso non discostandosi affatto dallo schema della decadenza, salvo poi correggere il tiro in un successivo intervento nella Storia dell’economia italiana Einaudi (1991), accentuando il carattere di involuzione relativa dell’economia italiana del Seicento.
Negli anni ottanta e novanta, parallelamente alle interpretazioni che continuavano a sostenere il paradigma della decadenza, si sono fatte strada nuove interpretazioni che hanno comportato una rivalutazione, per così dire, "positiva" del Seicento italiano. Tale nuova tendenza negli studi è stata paragonata a quel “ritorno al Settecento” che ha scosso la storiografia italiana nell’immediato secondo dopoguerra a seguito delle ricerche di Franco Venturi. Rivalutare il Seicento italiano ha significato in primo luogo riconsiderare il ruolo dell’egemonia spagnola sulla penisola, a lungo intesa come motivo di declino e degrado. Peraltro l’immagine negativa della Spagna secenteca cominciò a vacillare già a partire dagli anni settanta: in particolare è stato sottolineato come la monarchia spagnola si fondasse su un efficace e sapiente tentativo di integrazione di eterogenee realtà nazionali e diversi gruppi sociali; in Italia, l’iniziativa spagnola avrebbe prodotto una certa stabilità nei rapporti tra gli stati regionali. In secondo luogo vi è stata una rivalutazione del concetto di "barocco", non più considerato sinonimo di artificio e bizzarria, ma sistema compatto di valori che hanno conferito dignità ai rapporti sociali e alla vita culturale dell’epoca. Anche l’immagine della corte si è trasformata: non più vista come luogo di ripiegamento, ma come centro di "disciplinamento sociale". Quanto al versante religioso, sin dagli anni cinquanta-sessanta la storiografia jediniana aveva sottolineato gli aspetti positivi e innovativi dell'età post-tridentina, che alla lunga sarebbero prevalsi su quelli repressivi. Hubert Jedin aveva opposto al concetto di Controriforma quello di Riforma cattolica. Sulla sua falsariga, Giuseppe Alberigo, Paolo Prodi ed altri hanno evidenziato i successi della Chiesa tridentina nella moralizzazione del clero e nell'assistenza e nell'educazione dei ceti sociali più svantaggiati. Nell'ambito del più recente ripensamento del Seicento italiano, a partire soprattutto dagli anni novanta anche diversi storici di orientamento laico hanno rivalutato l'età tridentina, parlando di una "via italiana" alla modernità (Adriano Prosperi), parallela a quella del mondo protestante, servendosi della categoria di disciplinamento sociale per tracciare un parallelo tra quanto accadeva nel mondo cattolico e in quello protestante e valorizzando di fatto il contributo della Chiesa cattolica alla modernità.
Ma è stato soprattutto il versante della storia economica che ha prodotto gli studi più innovativi e che hanno maggiormente condizionato il più recente ripensamento storiografico. Di fatto il nuovo modello interpretativo del Seicento italiano è stato introdotto da due storici dell'economia, Domenico Sella e Paolo Malanima, che hanno inquadrato la questione nei termini di riconversione dell’economia e “fine del primato”.
Sella, nel suo volume sull’economia della Lombardia spagnola pubblicato nel 1979, parlò di atrofizzazione della manifattura, ma di vitalità del contado e negò recisamente una contrazione del prodotto lordo. Malanima, invece, trattando dell’economia fiorentina dei secc. XVI- XVIII in un'opera pubblicata nel 1982. si rivelò ben più "tradizionalista" di Sella, conservando la categoria di decadenza. Ma parve rettificare, in un suo lavoro maggiore dello stesso anno, L’economia italiana nell’età moderna, nel quale parlava di ripresa sostanziale delle campagne e riduceva la crisi ad un riequilibrio dei rapporti città campagne, almeno per quanto riguardava il centro- nord.
Nei loro lavori successivi, in particolare Italy in the Seventeenth Century di Sella (1997) e La fine del primato di Malanima (1998) entrambi gli studiosi hanno rifiutato l'ormai tradizionale paradigma della decadenza per adottare un nuovo modello che rendesse conto dei cambiamenti avvenuti in Italia nel XVII secolo, riassumibile in questi termini: la Penisola italiana negli anni venti del XVI sec. era giunta al massimo della sua capacità espansiva; essa vide pertanto una ristrutturazione e conversione del suo sistema economico-produttivo, che continuò a crescere, particolarmente dal 1650, ma non allo stesso ritmo delle economie rivali dell'Europa settentrionale (una contrazione del prodotto lordo si ebbe soltanto a partire dal 1750), il che comportò la perdita del ruolo di "economia guida" e la "fine del primato"; nello stesso frangente storico, si consumò una definitiva differenziazione tra Nord e Sud della Penisola, fino ad allora legati da un rapporto di interdipendenza: mentre il Nord si avviava a partecipare al processo di industrializzazione europeo, il Sud rimase intrappolato nel sottosviluppo. Se Malanima ha limitato il suo discorso essenzialmente alla storia economica, Sella invece, con il suo volume Italy in the Seventeenth Century, ha proposto una rivalutazione globale del Seicento italiano (sistema politico, economia, società, religione, cultura e scienza). Rivalutazione ambiziosa e stimolante, ma al contempo rischiosa e problematica, poiché costringe lo studioso ad uscire dalla sua area di più specifica competenza (la storia economica).

La storiografia continua ad interrogare il Seicento italiano da diverse prospettive e punti di vista, senza che prevalga un consenso netto sul carattere di decadenza o meno e sugli aspetti positivi/negativi di questa periodo sfaccettato e complesso della storia della Penisola. A lungo marginalizzato negli studi storici, il Seicento è tuttora considerato da diversi storici il "secolo–chiave" per comprendere la formazione del “carattere” degli italiani.

Bibliografia

  • Giuseppe Alberigo, Studi e problemi relativi all'applicazione del concilio di Trento in Italia (1945-1958), in "Rivista storica italiana", 70, 1958, pp. 239-298
  • Maurice Aymard, La transizione dal feudalesimo al capitalismo, in Storia d'Italia. Annali, vol I, Dal feudalesimo al capitalismo, Einaudi, Torino 1978, pp. 1133-1192
  • Maurice Aymard, La fragilità di un’economia avanzata: l’Italia e le trasformazioni dell’economia, in Storia dell'economia italiana, Einaudi, Torino 1991, vol. II, pp. 5-137
  • Marino Berengo, Il Cinquecento, in La storiografia italiana negli ultimi vent'anni, vol. I, Marzorati, Milano 1970, pp. 484-518
  • Fernand Braudel, Il secondo Rinascimento: Due secoli e tre Italie, Einaudi, Torino 1986 [rielaborazione di un saggio apparso nella Storia d'Italia Einaudi nel 1974 (vol. II, pp. 2092-2248)]
  • Carlo Maria Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, Il Mulino, Bologna 1990 [1974]
  • Benedetto Croce, Storia dell'età barocca in Italia, Laterza, Bari 1929
  • Piero Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Cappelli, Bologna 1924
  • Hubert Jedin, Riforma cattolica o Controriforma? Tentativo di chiarimento dei concetti con riflessioni sul Concilio di Trento, Morcelliana, Brescia 1957
  • Paolo Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal IX al XVIII secolo, Bruno Mondadori, Milano 1995
  • Paolo Malanima, La decadenza di un'economia cittadina. L'industria di Firenze nei secoli XVI-XVII, Il Mulino, Bologna 1982
  • Paolo Malanima, L’economia italiana nell’età moderna, Editori Riuniti, Roma 1982
  • Paolo Malanima, La fine del primato. Crisi e riconversione nell’Italia del Seicento, Bruno Mondadori, Milano 1998
  • Giuseppe Pecchio, Storia della economia pubblica in Italia, G. Ruggia, Lugano 1829
  • Giorgio Politi, La società cremonese nella prima età spagnola, Unicopli, Milano 2002
  • Paolo Prodi, Il paradigma tridentino. Un'epoca della storia della Chiesa, Morcelliana, Brescia 2010
  • Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1996
  • Ruggero Romano, Tra due crisi: l’Italia del Rinascimento, Einaudi, Torino 1971
  • Domenico Sella, L'economia lombarda durante la dominazione spagnola, Il Mulino, Bologna 1982 (ed. or. Crisis and Continuity: The Economy of Spanish Lombardy in the Seventeenth Century, Harvard University Press, Cambridge, Mass. - London, 1979)
  • Domenico Sella, L’Italia del Seicento, Laterza, Roma-Bari 2000 (ed. or. Italy in the Seventeenth Century, Longmann, London - New York 1997)
  • Sismonde de Sismondi, Histoire des républiques italiennes du Moyen-âge, 6 voll., Henri Gessner, Zurich 1807-1818
  • Storia d’Italia, diretta da Ruggero Romano e Corrado Vivanti, 6 voll., Einaudi, Torino 1972-1976
  • Marcello Verga, Il Seicento e i paradigmi della storia italiana, in "Storica", 11, a. IV, 1998, pp. 7-42
  • Rosario Villari, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), Laterza, Roma-Bari 1967

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2015

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]