Rogo (condanna al)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

La condanna al rogo era una pena inflitta dai tribunali inquisitoriali, ecclesiastici in genere e secolari in casi ritenuti particolarmente gravi. Vi erano esposti in particolare gli eretici impenitenti, che non mostravano alcun segno di pentimento e rifiutavano l'abiura, e i relapsi. Fu una pena spesso inflitta ai soggetti condannati per stregoneria. L’esecuzione consisteva nella forma classica nel bruciare il condannato legato a un palo circondato da fascine di legname e paglia che facevano da combustibile, ma il condannato poteva anche essere posto in una caldaia riempita con olio e pece e fatto letteralmente bollire (fu il caso di Pomponio Algieri, giustiziato a Roma nel 1556). Dopo la frattura religiosa del XVI secolo, il rogo dell'eretico o della strega fu naturalmente praticato anche dai protestanti (si pensi al celebre rogo di Michele Serveto nella calvinista Ginevra nel 1553). La morte sopraggiungeva a causa delle gravi ustioni e/o dell’asfissia. Non raramente, peraltro, il condannato era già stato giustiziato (per decapitazione, strangolamento o impiccagione) e il rogo veniva effettuato sul cadavere (fu il caso di Pietro Carnesecchi, giustiziato a Roma nel 1567: il rogo fu effettuato sul cadavere decapitato). In caso di contumacia, il condannato poteva essere bruciato in effigie.
Il rogo è stato il tipo di esecuzione capitale più associato alla condanna di eretici e streghe, ma non l'unico. In alternativa i condannati potevano essere giustiziati tramite decapitazione, strangolamento, impiccagione o annegamento (l'annegamento nella laguna era il tipo di esecuzione capitale di regola adoperato per gli eretici condannati a morte a Venezia).
Il rogo richiamava simbolicamente le fiamme dell’inferno e la dannazione eterna di eretici e streghe.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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