Repressione dei valdesi in Calabria e in Puglia (1560-1563)

L'annientamento delle colonie valdesi nell'Italia meridionale si inserisce nel processo di confessionalizzazione cattolica imposto alla penisola italiana dalla Chiesa romana con la collaborazione delle autorità secolari.
Secondo la storiografia protestante cinque-secentesca (Scipione Lentolo, Jean Paul Perrin, Pierre Gilles, Jéan Leger), i valdesi migrarono dalle valli alpine verso il meridione d’Italia durante il basso Medioevo, in seguito a diverse ondate migratorie, e le fonti sembrano suffragare tale ipotesi. Il rinvenimento di due contratti di nolo stipulati nel 1477 per trasportare intere comunità di centinaia di individui espressamente definiti «valdesi» dal porto provenzale di Marsiglia fino a Napoli e, nel primo dei due casi, da Napoli fino a Paola, sulla costa tirrenica della Calabria, rende bene l’idea di un itinerario che appare già ben consolidato nella seconda metà del XV secolo: le comunità migranti si recavano prima a Marsiglia e da lì si imbarcavano via mare verso Napoli; giunti nella città partenopea, potevano proseguire via terra per raggiungere la Puglia o via mare per approdare in Calabria. Tuttavia, la chain migration presupponeva che nelle zone di immigrazione vi fossero già stanziati alcuni correligionari, i quali avrebbero dovuto spianare il terreno per consentire il successivo stabilimento dei familiari e degli altri membri della comunità; non deve stupire, pertanto, che la storiografia abbia proposto, nel corso degli anni, un ventaglio piuttosto ampio di ipotesi sull’arrivo dei primi valdesi nell’Italia meridionale. Oltre alla storiografia protestante di età moderna, che sembra concordare sul far risalire le migrazioni in Calabria al XIV secolo e in Puglia al XV, si segnalano altre due ipotesi degne di rilievo: Filippo de Boni (1864), sulla base di un articolo pubblicato due anni prima da Giovenale Vegezzi-Ruscalla, riteneva i primi insediamenti valdesi in Calabria antecedenti al 1269 per via di due ordinanze emanate da Carlo d’Angiò in quell’anno, nelle quali il sovrano chiedeva a tutte le autorità locali di accogliere i frati predicatori che, muniti di una lista di eretici da scovare, si recavano nelle varie località del Regno in qualità di inquisitori e, poiché in quella lista vi erano eretici (la cui forma di eterodossia non è specificata) provenienti dalle zone che poi sarebbero divenute di insediamento valdese, De Boni riteneva di poter ricondurre a quel periodo l’arrivo dei valdesi in Calabria; per quanto riguarda la presenza valdese nella zona compresa tra la Valle Telesina e quella del Tammaro, invece, Alfonso Tortora, studiando i capitoli matrimoniali stipulati dal notaio Bernardino Falato sul finire del XV secolo, ha recentemente notato (2009), in alcuni casi, la ricorrenza di un termine, «sabbatatici», con il quale, fino al 1270 circa, venivano chiamati i magistri valdesi per «una speciale e distintiva forma di fibia delle scarpe collocata sul collo del piede del viandante». La persistenza di questo termine sopravvissuto nella lingua in forma cristallizzata consentirebbe dunque di affermare la presenza, sul finire del XV secolo, «di comunità valdesi di insediamento medievale, databile tra il 1269 e il 1335 circa, in quell’area del Beneventano»1.
Quanto ai luoghi in cui i valdesi si stanziarono, basti citare, per la Calabria: Argentina, Guardia Piemontese, Montalto, Rose, San Sisto dei Valdesi, San Vincenzo La Costa, Vaccarizzo; per la zona compresa tra Campania e Puglia: Celle di San Vito, Faeto, Motta Montecorvino, Montaguto, Monteleone di Puglia, Volturara Appula.
In queste zone, i valdesi vissero mantenendo la propria lingua (l’occitano) e i propri usi e costumi, riuscendo però a interagire proficuamente, dal punto di vista socio-economico, con le popolazioni autoctone, nonché a stringere ottimi rapporti con i propri feudatari, interessati più che altro a confrontarsi con gente umile e dedita al lavoro. I valdesi di Guardia Piemontese, per esempio, nel 1491 riuscirono a resistere alla rivendicazione della limitrofa Fuscaldo, che aveva mal digerito la «comunione de acqua et herba», e strinsero con i signori locali un rapporto tale che Carlo Spinelli, nel 1539, si incaricò personalmente di prendere le difese dei propri sudditi «ultramontani» (così venivano chiamati i valdesi, per via della loro provenienza), i quali lamentavano un aggravamento delle imposte da parte del Regio Fisco. Questo rapporto feudale idilliaco sembra costituire un unicum nella diaspora valdese europea; basti pensare ai correligionari delle valli alpine franco-italiane, che subirono numerose persecuzioni guidate dai loro stessi signori.
Con l’avvento dell’età moderna e della Riforma protestante, tuttavia, questa situazione cambiò gradualmente e inesorabilmente.
Interessati alle idee riformate che stavano prendendo piede nelle città svizzere, i valdesi, sentiti i rappresentanti provenienti dalle varie zone della diaspora, inviarono due delegazioni in Svizzera, nel 1526 e nel 1530 (della prima di queste faceva parte tale Guido di Calabria), per discutere con riformatori quali Ecolampadio e Bucero l’adesione valdese alla Riforma, che poi avvenne il 12 settembre del 1532 nel sinodo di Chanforan in Val d’Angrogna. Questo passaggio costituì un vero e proprio stravolgimento nella fede e nella prassi religiosa valdese e venne recepito solo gradualmente dalle varie comunità sparse per l’Europa; del resto, anche in Svizzera la Riforma era ancora in fieri e, dopo l’insediamento di Calvino a Ginevra e la diffusione del modello calvinista sancita dal Consensus Tigurinus (1549), solo negli anni ’50 del XVI secolo si affermò prepotentemente e di fatto anche presso i valdesi stanziatisi in Italia meridionale. Questi ultimi, precedentemente, erano riusciti a eludere la repressione antiereticale posta in essere dalla Chiesa cattolica, oltre che per la possibilità di dialogare tra di loro utilizzando una lingua ignota alle popolazioni autoctone, anche grazie a pratiche di tipo nicodemitico, ma successivamente, dopo la condanna del nicodemismo da parte di Calvino, era richiesto loro di esternare pubblicamente la loro fede.
I prodromi della cruenta repressione del valdismo in Calabria vanno rintracciati anche in questa evoluzione interna della fede valdese, ma non va dimenticato il generale irrigidimento dottrinale che si delineava in quegli anni in maniera sempre più netta. Nel 1542, con la bolla Licet ab initio, Paolo III aveva creato una speciale commissione composta da sei cardinali competenti a giudicare i delitti in materia di fede, che successivamente si sarebbe ampliata evolvendosi nel moderno apparato inquisitoriale noto come Congregazione della Santa Romana e Universale Inquisizione (o Congregazione del Sant’Uffizio); inoltre, dopo numerosi rimandi, nel 1545 si era aperto il Concilio di Trento con lo scopo di sancire una volta per tutte la posizione della Chiesa di Roma di fronte alla “crisi protestante” ormai imperversante. La penisola italiana, considerata dai papi come propria zona d’influenza, doveva rimanere estranea alla diffusione della Riforma e la presenza di intere comunità pubblicamente dichiaratesi “eretiche” diventava, a questo punto, decisamente inammissibile.
Nonostante la consapevolezza di questo rischio, Giacomo Bonelli nel 1558 iniziò la sua predicazione in Calabria per poi spostarsi in Puglia, ma venne imprigionato prima a Battipaglia, dove riuscì a riscattarsi dal carcere, poi a Messina, dove cadde nelle mani della solerte Inquisizione spagnola; venne successivamente processato e arso sul rogo a Palermo il 18 febbraio del 1560. Frattanto, nella primavera del 1559, era giunto in Calabria, su richiesta degli stessi “ultramontani”, un giovane pastore calvinista formatosi a Ginevra, Gian Luigi Pascale di Cuneo, che in breve tempo riuscì, grazie a una predicazione continua e infervorata, a convincere i valdesi a esternare il proprio culto. Il feudatario, Salvatore Spinelli, figlio di quel Carlo che aveva preso le difese dei suoi sudditi nel 1539, imprigionò il predicatore il 2 maggio per evitare che la situazione degenerasse ed attirasse verso i propri domini l’occhio vigile dell’Inquisizione romana, la quale, tuttavia, venne ben presto a conoscenza della presenza di un nutrito gruppo di eretici per via delle lettere inviate da fra Giovanni da Fiumefreddo dell’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola.
Il “caso Pascale” era divenuto di dominio pubblico anche per via dell’impenitenza del pastore e per un fatto clamoroso: i valdesi, vistisi imprigionare il proprio predicatore, avevano denunciato il proprio feudatario alla Corte di Napoli e questi, comprensibilmente irato, li accusò tutti di eresia al Viceré, il quale avviò subito un’inchiesta a discolpa del Cavaliere Spinelli e contro i valdesi di Guardia.
Pascale, arrestato, venne spostato di prigione in prigione: da Fuscaldo a Cosenza e da lì a Napoli e poi a Roma, dove fu infine processato e condannato al rogo come reo impenitente. La pira arse il 16 settembre 1560 a Castel Sant’Angelo.
Due mesi dopo giunse in Calabria, inviato da Roma, il domenicano Valerio Malvicino in qualità di inquisitore il quale, dopo un sopralluogo e una prima attività di persuasione, passò alle minacce di tortura per chi non avesse abiurato. Ai valdesi si ponevano innanzi due scelte: o l’abiura e la condanna all’abitello, oppure il tentativo di fuga o di resistenza. Alcuni scelsero la prima, ma altri, ritenendo inaccettabile il tradimento della propria fede e il giogo dell’infamia, fuggirono nell’entroterra, unendosi in qualche caso ai briganti che infestavano le montagne o semplicemente nascondendosi tra le campagne e le foreste poste nell’immediato entroterra dei villaggi dai quali erano fuoriusciti. In alcuni casi emerse un’inedita violenza da parte di coloro che si sentivano ora braccati e senza vie di scampo, come testimonia l’uccisione del barone di Castagneto, governatore di Montalto. Il 1561 fu l’anno della strage. Le fonti discordano sulle cifre, ma quello dei valdesi in Calabria fu certamente uno dei più cruenti eccidi della prima età moderna: «nel giugno del 1561, un corpo di fanteria al comando del governatore Marino Caracciolo distrugge i raccolti, abbatte le case, sgozza e impicca gli abitanti, li manda al rogo, li ammazza gettandoli dall’alto di una torre. Non furono risparmiate nemmeno le ossa dei cimiteri»2. I prigionieri venivano fatti confluire a Montalto, quartier generale delle operazioni, dove giunsero a tragedia in atto i gesuiti Lucio Croce e Juan Xavier, che a quel punto poterono solo confortare i prigionieri già destinati alla pena capitale. I corpi, squartati, vennero disseminati lungo la strada che va da Cosenza a Morano, per renderli un macabro monito per chiunque avesse anche solo pensato di lasciarsi convincere ad abbracciare la fede protestante.
Diversa (e per certi aspetti meno tragica) fu la sorte toccata alle colonie pugliesi, di cui abbiamo notizia, in particolare, dalle lettere che il gesuita Cristoforo Rodriguez inviò all’Inquisitore generale Michele Ghislieri per tenerlo informato della missione speciale per la quale era stato inviato dal Sant’Uffizio nel 1563. Due anni prima, durante lo svolgimento delle operazioni in Calabria, si era scoperto il legame tra quei perseguitati e i correligionari pugliesi, che aveva fatto sì che, terminata la strage nel cosentino, l’attenzione dell’Inquisizione romana si spostasse verso la Puglia, dove molti valdesi furono riconosciuti in breve tempo e spediti come prigionieri a Roma; tuttavia, l’esperienza calabrese aveva forse convinto i vertici della Congregazione del Sant’Uffizio a ricorrere a strategie diverse, imperniate questa volta sull’azione di dotti gesuiti come padre Rodriguez il quale, avvalendosi della promessa di far rimpatriare i familiari incarcerati a Roma e della concessione di poter abiurare senza essere condannati all’abitello, riuscì a convincere i valdesi pugliesi all’abiura e pose le basi per un’efficacissima opera di proselitismo, applicata su larga scala e imperniata sull’educazione religiosa dei fanciulli. Grazie a queste accortezze, non solo si riuscirono a evitare stragi come quella da poco consumatasi in Calabria, ma già «dopo un anno e mezzo di alacre lavoro, si ebbero complessivamente 1.500 “ritorni”» al cattolicesimo3.

Bibliografia

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Article written by Vincenzo Tedesco | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]