La "rassegna stampa" di Ereticopedia

Discorsi seri e amenità varie, tratti dalla stampa quotidiana e periodica di questo nostro disgraziato e bizzarro Paese e di altri altrettanto curiosi ma talvolta più ridenti Paesi oltre i monti …

homer_simpson.jpg
Indice dei contenuti

Donna ricatta prete per filmati hard e si fa consegnare 350.000 euro : arrestata ("Corriere della sera", 16 settembre 2013)

La 32enne rumena aveva avuto una relazione con il sacerdote
per due anni. Poi lui voleva troncare: quindi le minacce

In due anni si è fatta consegnare quasi 350mila euro ricattando un sacerdote in pensione con dei presunti video hard tra loro. La donna, di 32 anni, è stata arrestata dai carabinieri di Torino per estorsione. Secondo le indagini, coordinate dal pm Andrea Padalino, i due avevano avuto una relazione clandestina tra il 2009 e il 2011 durante la quale l’uomo le aveva dato dei soldi per le sue prestazioni. Ma quando il sacerdote aveva tentato di troncare i loro rapporti lei aveva iniziato a ricattarlo minacciandolo di diffondere dei filmati dei loro incontri, in realtà inesistenti.

BONIFICI PER 320MILA EURO - Da quanto accertato da ottobre 2011 il prete ha fatto bonifici alla donna per 320mila euro, oltre ai contanti, per una cifra che arriva a circa 350mila euro. Convinta a rientrare dalla Romania perché il sacerdote era restio a versarle altro denaro, la 32enne è stata poi rintracciata e sottoposta a fermo dai carabinieri della Compagnia di San Carlo. Dopo l’interrogatorio davanti al pm fatto ieri, è prevista l’udienza per la convalida del fermo.
© CORRIERE DELLA SERA

Marseille: un enseignant se suicide en laissant une lettre critique sur le métier ("Le Parisien", 2 settembre 2013)

http://www.leparisien.fr/faits-divers/marseille-un-enseignant-se-suicide-en-laissant-une-lettre-critique-sur-le-metier-02-09-2013-3101269.php

Agé de 55 ans, cet enseignant en série STI2D (Sciences et technologies industrielles et du développement durable) du lycée Antonin Artaud (13e) s'est donné la mort à son domicile, «à la veille de la pré-rentrée», relève le Snes-FSU dans un communiqué.

Avant de se suicider, ce père de famille, «d'une grande conscience professionnelle et d'une érudition sans limites» selon ses collègues, «a diffusé une lettre d'explication (…) faisant un lien évident entre son acte et son incompréhension face à l'évolution du métier», a affirmé à l'AFP le syndicaliste Alain Barlatier (Snes-FSU), qui travaillait à ses côtés au lycée.

«Le métier tel qu'il est devenu n'est plus acceptable en conscience»

«Je vous fais part de ma décision de ne pas faire la rentrée scolaire 2013. En effet le métier tel qu'il est devenu au moins dans ma spécialité ne m'est plus acceptable en conscience», écrit Pierre Jacque, en préambule de son courrier rendu public lundi par ses pairs.

Il décrit ensuite son parcours personnel: ingénieur en électronique passé dans l'enseignement 18 ans plus tard, il assiste en 2011 à la «mise en place de la réforme» de Luc Chatel, «faite à la hussarde dans un état d'affolement que l'Inspection a du mal à dissimuler».

«Entre-temps le gouvernement a changé sans que les objectifs soient infléchis le moins du monde ou qu'un moratoire soit décidé, ne serait-ce qu'à cause du coût astronomique de cette réforme», déplore t-il. Il évoque aussi le «niveau toujours plus problématique des élèves». Il dénonce le changement de notation du baccalauréat, avec introduction d'une évaluation à la charge de l'enseignant de l'année, ce qui «ne respecte aucune règle d'équité», selon lui, ajoutant: «Je considère que ceci est une infamie et je me refuse à recommencer».

«J'aurais pu m'immoler par le feu au milieu de la cour (comme l'avait fait une enseignante de Béziers en octobre 2011, NDLR) le jour de la rentrée des élèves, cela aurait eu plus d'allure mais je ne suis pas assez vertueux pour cela. Quand vous lirez ce texte, je serai déjà mort», conclut-il.

Selon Alain Barlatier, Pierre Jacque n'était «pas dépressif, mais se montrait extrêmement critique, comme nombre de ses collègues». Il déplorait notamment le fait que «le métier d'enseignant évolue vers un métier d'exécution, alors que lui avait été recruté pour un métier de conception où il était maître de son travail», précise-t-il.

Une cellule de soutien psychologique a été mise en place au sein du lycée, a indiqué le rectorat de l'académie d'Aix-Marseille, précisant que ce professeur «ne rencontrait pas de problèmes particuliers». Les enseignants de l'établissement, qui ont fait part de leur «très grande consternation et émotion», ont demandé l'organisation d'une «journée banalisée», sans cours. «On ne veut pas reprendre le travail comme si de rien n'était», souligne M. Barlatier.

Le ministre de l'Education Vincent Peillon a exprimé sa «très vive émotion» estimant qu'il est «impératif» de redonner aux enseignants et personnels de l'Éducation nationale «toute la considération» qu'ils méritent.
© LE PARISIEN

Perché aspettare il matrimonio per fare l'amore? ("Risposte cristiane", 29 agosto 2013)

http://rispostecristiane.blogspot.it/2013/08/perche-aspettare-il-matrimonio-per-fare.html

«Caro Moreno,
mi chiamo Emma, sono una ragazza di 21 anni credente nella religione cristiana, che mi è stata insegnata sin da bambina. Seguo da tempo il tuo blog e leggo sempre con attenzione le risposte che tu e gli altri Illuminati date alle persone credenti che si rivolgono a voi. Oggi ti sottopongo il mio caso personale perché sono un po' confusa e non so bene come comportarmi.
Da tre mesi sono fidanzata con Leonardo, un mio coetaneo della mia stessa parrocchia, anche lui credente e devoto. Leo non conosce il vostro blog, anche se l'ho invitato più volte a leggervi lui insiste che solo gli insegnamenti della sua catechista, la signora Luisa, siano quelli da ascoltare. Bene, il problema è che la catechista gli ha inculcato l'idea che ci si debba astenere dal sesso fino a dopo il matrimonio. Superfluo dire che io vorrei tanto far l'amore con lui; lui dice che mi desidera, ma che il sacrificio che facciamo con la castità è gradito a Gesù e questo ci assicura la benevolenza del Signore.
Io non so cosa fare, in un primo tempo mi ero rassegnata ad aspettare, però la mia amica Manuela mi ha detto che Leo è gay, perché lo ha visto in atteggiamenti intimi con Gaetano che è un uomo maturo che fa parte del coro della parrocchia. Tu cosa mi consigli?
Grazie in anticipo della tua risposta, che Gesù ti benedica, Emma»

Carissima Emma, devota sorella in Cristo, il quesito che mi poni è molto delicato ma va affrontato con grande chiarezza perché è in gioco la tua vita futura.

In generale, è vero che il rapporto sessuale dovrebbe essere riservato soltanto ai coniugi la cui unione sia stata benedetta dal Signore. Infatti, il corpo della donna è il tempio del Signore, e la sua soglia può essere varcata solo dopo il Santissimo Sacramento: … se la giovane non è stata trovata vergine, allora si farà uscire quella giovane all'ingresso della casa di suo padre, e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un atto infame… (Deu 22,20-21).

D'altro canto è anche vero che non c'è alcuna ragione perché i fidanzati debbano astenersi dalle attività sessuali che non comportino la perdita della verginità. Nella Bibbia, per esempio, non ci sono restrizioni di sorta per il sesso anale, anzi in numerosi passi questo viene esaltato.

La Bibbia dice: curvano a terra il capo le vergini di Gerusalemme (Lam 2,10 Iod), indicando come una fanciulla dovrebbe posizionarsi per ricevere il membro nell'ano. Un altro passo molto suggestivo delle Sacre Scritture parla dell'orgoglio di una donna per le sue "valli" (riferendosi al solco tra le natiche) che stuzzica il suo innamorato a possederla da dietro: Perché ti vanti delle tue valli, figlia ribelle? Confidi nei tuoi tesori ed esclami: "Chi verrà contro di me?" (Ger 49,4).

Quindi da questi passi si deduce immediatamente che il sesso anale è perfettamente adeguato per le vergini (vedi la risposta ad Anna: Sesso anale secondo la Volontà di Dio), e infatti consente di mantenere intatta la verginità, in vista del matrimonio, pur dando soddisfazione alle naturali pulsioni della carne senza dispiacere all'Eterno.

Un altro modo possibile per dare soddisfazione ad un maschio è quello di praticargli il sesso orale. Questo è raccomandato da Gesù in persona.

Infatti Giovanni ci racconta dell'incontro di Gesù con una donna di Samaria: Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva?…» Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». (Gio 4,10-16). "Acqua viva" in questo contesto si riferisce allo sperma che letteralmente è il liquido della vita. Come indica Cristo, bere l'acqua viva offre un ristoro spirituale per l'anima. Quando la donna chiede a Gesù dove lei possa trovare quest'acqua, lui le dice di portare suo marito, chiaramente con l'intenzione di istruirla su come praticargli la fellatio e ingoiare il suo sperma.

Attenzione solo ad un dettaglio, cara Emma: l'unico peccato che potrebbe venir commesso è quello di spreco del seme. Qualunque tipo di attività sessuale si pratichi, è importantissimo evitare di spargere il seme: questo è un peccato che fa orrore a Dio e che spesso viene punito con grande severità.

Racconta infatti la Bibbia che Onan peccò contro Dio spargendo il proprio seme sulla terra: Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva il seme per terra, per non dare un discendente al fratello. Ciò che egli faceva era male agli occhi del Signore, il quale fece morire anche lui. (Gen 38,9-10). Questo passaggio scritturale è inteso tradizionalmente come una condanna della masturbazione. Ma ad una lettura più attenta, diviene evidente che la situazione descritta non ha nulla a che fare con la masturbazione. Onan non si stava masturbando: lui si stava accoppiando con la moglie di suo fratello (vedova, dopo che Dio aveva fatto morire il fratello di Onan a causa di un grave peccato). Il peccato di Onan era ritirarsi ed eiaculare sul pavimento anziché nella donna. Lui faceva così per evitare di ingravidarla: Onan avrebbe potuto evitare facilmente la collera di Dio (e il castigo mortale), se avesse semplicemente messo il pene nella bocca della donna e lei avesse ingoiato il suo sperma, oppure se avesse copulato nell'ano. Questo gli avrebbe permesso di evitare di ingravidarla, e allo stesso tempo di prevenire lo spargimento del seme che è un'offesa agli occhi di Dio.

Fin qui dunque ho spiegato in linea generale come e perché la castità assoluta non sia affatto richiesta ai fidanzati che abbiano serie e ben meditate intenzioni di convolare a giuste nozze, e che si amino nella luce del Signore. Ma positivamente si possono altresì portare anche delle ottime ragioni che rendono conto di come anzi sia altamente raccomandabile praticare almeno una qualche forma di attività sessuale prima del matrimonio.

Il motivo più ovvio è che ciò serve a conoscersi meglio. I promessi sposi possono cominciare a condividere alcuni aspetti della vita in comune che saranno parte essenziale della loro unione futura. Poiché il matrimonio è indissolubile, questa conoscenza anticipata è cruciale per scongiurare la scoperta tardiva e irreparabile di incompatibilità non manifeste a prima vista. Aggiungo che un poco di sana attività sessuale fa bene alla coppia, rispetta e promuove l'intima natura del loro rapporto, aiuta i giovani a comprendere in profondità l'essenza del matrimonio.

Inoltre, il sesso unisce, crea cioè tra gli amanti un'unione affettiva, psichica, emotiva, intima e speciale che nessun'altra relazione è in grado di eguagliare. Il sesso produce un legame, poiché il corpo parla un linguaggio che va anche al di là delle intenzioni coscienti del partner. Ciò rafforza fin da subito l'affinità della coppia.

Altre buone ragioni sono che il rapporto sessuale è qualcosa che i giovani condividono solo l'uno con l'altro, e ciò quindi fa crescere la stima l'un per l'altro; e come accennato sopra, il fidanzamento è tempo di verifica della scelta, tant'è vero che si può ancora ripensarci. Ecco che la verifica della compatibilità sessuale può essere un elemento di giudizio importante.

Teniamo presente poi che, come tutti i sacramenti, anche il matrimonio cristiano è una comunicazione alla comunità di un avvenimento. Ai tempi dei primi cristiani, il matrimonio era l'annuncio della avvenuta costituzione di una coppia, non era l'annuncio della futura costituzione della coppia.

Pertanto la sostanza del sacramento è precedente al sacramento stesso: l'annuncio alla comunità è successivo. Infatti il percorso del tuo rapporto con Dio è innanzitutto tuo personale: in questo caso è personale del marito e della moglie che possono essere già tali ben prima della cerimonia. Tu puoi tranquillamente convivere e fare l'amore con il tuo partner se l'impegno che avete assunto è definitivo, consapevole e conforme alla fede che hai. L'annuncio alla comunità è opportuno ma i tempi sono ragionevolmente discrezionali.

Vedi dunque che gli insegnamenti della signora Luisa sono decisamente erronei. Purtroppo molti si arrogano la pretesa di conoscere la Parola di Dio ma ben pochi sono quelli realmente competenti e, soprattutto, realmente ispirati direttamente da Dio, come noi Illuminati.

Ora, per venire al tuo caso personale, penso che avrai già intuito quale sia la strada per risolvere il problema. Appartati con il tuo Leo e, in un momento di tenerezza e di coccole, inizia a praticargli una fellatio. Se reagisce positivamente e ti sembra contento, sarà un buon indizio. Se invece dovesse respingerti, il sospetto della tua amica Manuela potrebbe essere fondato!

Che la benedittanza di Gesù si riversi su di te, un abbraccio fraterno,
Moreno

Une adolescente tente de se tuer après avoir porté plainte pour agression islamophobe ("Le Monde", 27 agosto 2013)

http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/08/27/une-adolescente-tente-de-se-tuer-apres-avoir-porte-plainte-pour-agression-islamophobe_3466952_3224.html

Aïssatou N., une adolescente de 16 ans, s'est grièvement blessée, lundi 26 août vers 19 heures, en se défenestrant du quatrième étage de son immeuble de Trappes (Yvelines). La jeune fille avait porté plainte le 13 août au commissariat de la ville : elle se disait victime d'une agression à caractère islamophobe, près d'un mois après les violences provoquées dans la ville par un contrôle d'identité sur une femme voilée. La plainte de la jeune fille avait déclenché une manifestation pour "dénoncer l'islamophobie", vendredi 16 août.

L'état d'Aïssatou N., opérée à l'hôpital Georges-Pompidou à Paris, est qualifié de "grave" par la préfecture de police des Yvelines, même si ses jours ne sont pas en danger. Il y a trois jours déjà, elle avait tenté de mettre fin à ses jours en ingurgitant une forte dose de médicaments. "Elle présente de nombreux antécédents de tentatives de suicide", précise la préfecture.

Le recteur de la grande mosquée de Lyon dénonce "un climat d'islamophobie" ("Le Monde", 12 agosto 2013)

http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/08/12/le-recteur-de-la-grande-mosquee-de-lyon-denonce-un-climat-d-islamophobie-en-france_3460296_3224.html

Au lendemain de l'annonce de l'arrestation d'un militaire qui aurait projeté d'attaquer une mosquée de Vénissieux, le recteur de la grande mosquée de Lyon, Kamel Kabtane, a estimé qu'un tel acte montrait "qu'un climat d'islamophobie règne en France aujourd'hui, on ne peut pas se voiler la face".

Il a précisé que la mosquée visée était celle de la rue du 19 mars à Vénissieux, surnommée "mosquée de l'Urssaf" pour sa proximité avec l'Urssaf, inaugurée le 22 mai dernier. M. Kabtane a estimé cependant que l'annonce par le ministère de l'intérieur était une "manière de montrer que l'Etat traite toutes les affaires de façon égalitaire".

RASSEMBLEMENT À VÉNISSIEUX

"L'islam aujourd'hui est de plus en plus stigmatisé", a-t-il encore déploré, avant d'annoncer "une manifestation à 17 h 30 devant cette mosquée, à l'appel de l'association cultuelle qui la gère et de nous-mêmes, pour montrer notre inquiétude et notre solidarité, et dire que les musulmans ont besoin d'être protégés".

Au terme de quatre jours de garde à vue, le suspect, sergent dans l'armée de l'air, a été mis en examen pour "détention de munitions de quatrième catégorie en relation avec une entreprise terroriste" et "dégradation de lieu de culte en relation avec une entreprise terroriste". Il a été placé en détention provisoire.

Selon l'Observatoire de l'islamophobie, une émanation du Conseil français du culte musulman (CFCM), les actes et menaces islamophobes en France ont enregistré une hausse globale de 35 % au premier semestre par rapport à la même période en 2012. Le dernier en date a eu lieu le 10 août, lorsque la façade d'une petite salle de prière musulmane de Lesparre-Médoc a été dégradée par des croix gammées.

"C'est une injustice de ne pas pouvoir travailler avec son voile" ("Le Monde", 5 agosto 2013)

di Stéphanie Le Bars

Elles le portent sombre et strict, serré sous le menton ou noué sur la nuque, en voile ou en turban, fleuri ou assorti à leur tenue du jour, un tailleur ou une longue tunique unie, agrémenté de maquillage ou en toute sobriété. Passées par des lycées publics où le port du voile est interdit depuis 2004, ou scolarisées en lycées privés catholiques où il n'était pas forcément le bienvenu, ces jeunes musulmanes voilées suivent aujourd'hui des études supérieures ou viennent de terminer leur cursus.
Pour l'instant, la loi leur permet d'étudier ainsi, même si le Haut conseil à l'intégration recommande d'interdire les signes religieux à l'université. Mais dans le monde du travail, nombre de femmes se défont de leur foulard à la porte du bureau. En dépit des "peurs" et de possibles débats à venir sur le port du voile en entreprise, les jeunes femmes que nous avons interrogées se montrent relativement "optimistes". Elles parient sur leurs diplômes et "l'évolution des mentalités" pour trouver du travail.

Saïda Ounissi, 26 ans, doctorante en sciences politiques à Paris-I
Lorsqu'elle est entrée à l'université, Saïda a pensé que "cela allait être compliqué" d'étudier avec son voile. Finalement, un seul incident a émaillé sa scolarité. "En master 1, un prof m'a virée car il estimait que je prônais un "islam politique" ; j'ai porté plainte et l'affaire s'est réglée par la médiation au sein de l'université." Saïda se savait "dans son droit".

"Ça a donné lieu à des discussions et des étudiants m'ont dit qu'eux aussi pensaient que je dépassais les bornes. Ils se sont demandé s'il ne fallait pas étendre la loi de 2004 à l'université, au nom de la neutralité. Moi je n'ai jamais rien organisé à la fac alors qu'il y a une aumônerie catholique très active et le syndicat des étudiants juifs, l'UEJF ! Comme on se sent tout juste tolérées, on ne la ramène pas !"

La jeune femme au foulard strict achèvera sa thèse dans dix-huit mois ; elle regrette de ne pouvoir donner des cours de TD avec son voile : "C'est dommage, parce que j'étais boursière et j'ai coûté de l'argent au pays." Comme beaucoup de ses amies, elle espère que les mentalités vont évoluer. "On se dit toutes que cela va finir par arriver, car c'est une injustice de ne pas pouvoir travailler avec son voile."

"Aujourd'hui, pour moi, ce serait difficile, physiquement et psychologiquement, de l'enlever. Beaucoup de femmes qui travaillent dans la finance le font ; mon luxe est de savoir que je peux bosser ailleurs qu'en France." Saïda envisage de travailler dans une organisation internationale.

Marwa, 25 ans, orthoptiste en province
Tout au long de ses études et de ses stages, Marwa a jonglé entre les bandeaux, les bonnets, les bandanas, les serre-tête, les accessoires de mode lui permettant de dissimuler ses cheveux. "Pour moi, il était important de porter le voile, tout en étant intégrée professionnellement. C'était une manière de sortir du cliché "femme voilée = femme au foyer"".

Elevée dans la campagne normande, Marwa a choisi une profession libérale "en partie à cause du voile. Je savais que cela me simplifierait la vie". Installée depuis deux ans dans le centre d'une ville de province avec une collègue non musulmane, elle porte le voile noué sur la nuque. "Tant que je fais bien mon travail, cela ne pose aucun problème aux patients, même si, vu la société dans laquelle on vit, les gens sont parfois méfiants", assure-t-elle. Elle trouve "un peu fatigant tous les débats sur le voile". "On est Françaises, on aimerait être considérées comme tout le monde, sans avoir toujours à se justifier."

Karima, 21 ans, quatrième année à Sciences Po Paris, spécialisée en ressources humaines
Pour trouver un stage, et bientôt un emploi, Karima a une stratégie : "Je ne mets pas de photo sur mon CV car je veux que l'on voie d'abord mon expérience et mes diplômes ; par contre, je me présente voilée aux entretiens. Et, jusqu'à présent, je n'ai pas eu de remarques", assure la jeune fille, qui décrit sa tenue comme "très corporate" : "Petite veste et couleur du voile assortie". "L'idée c'est de se fondre dans l'univers de l'entreprise, sauf que j'ai un foulard sur la tête !"

Karima a poursuivi ses études et passé tous ses examens voilée : "Ce serait paradoxal de devoir le retirer pour trouver un boulot. En faisant des études, j'ai plutôt montré une ouverture d'esprit, j'ai été confrontée à la mixité et au final on me renverrait chez moi. C'est du gâchis, c'est contre-productif et c'est une réaction franco-française ! Je sais que c'est possible de travailler avec le voile et ceux qui ne veulent pas de moi voilée, tant pis pour eux."

K., 22 ans, deuxième année de médecine, et Myriam, 22 ans, quatrième année, à Paris-VII
Dans sa promotion de 327 étudiants, trois filles sont voilées et K., au long voile sombre encadrant strictement son visage, n'a jamais rencontré "aucun problème ni en amphi ni en travaux dirigés". Mais elle se souvient avec amertume de son premier stage en soins infirmiers. "Je portais un bandeau et on m'a dit que c'était interdit, sans discussion. Je l'ai enlevé, car je veux poursuivre mes études, mais cela m'a brisé le coeur."

Lors de son deuxième stage, le voile "porté en turban pour ne pas qu'il tombe sur les patients" n'a posé aucun souci. S'il le faut, elle l'enlèvera de nouveau, car cette jeune fille venue de banlieue parisienne ne peut pas faire ses études ailleurs.

Les yeux soulignés de crayon noir, Myriam porte un volumineux foulard fleuri, sur une tenue fashion ; comme K., la jeune fille a récemment été convoquée par son chef de service qui lui a demandé de retirer son voile. "Il n'a même pas voulu que je garde la charlotte. J'enlève mon voile aux toilettes quand j'arrive à l'hôpital ; j'ai l'impression d'être nue. Et je ne comprends même pas pourquoi on a besoin de voir mes cheveux !"

Cette jeune fille, qui rêve d'être anesthésiste-réanimatrice, s'interroge aussi sur la logique qui lui permet d'étudier voilée à la fac mais pas d'exercer son métier. "Je comprends que le voile fasse peur et que certaines filles voilées un peu paranos, renfermées sur elles-mêmes, alimentent les clichés, mais moi le voile ne m'a pas du tout isolée."

Myriam et K. viennent de monter un groupe sur Facebook pour "partager les expériences de stages et les endroits les plus propices à l'accueil de filles voilées". Car à l'hôpital, seul le voile est potentiellement gênant. "Pour les prières, on s'arrange en dehors des heures de stage ou on va dans le lieu de prière ouvert à tous ; et pour la nourriture, on mange du poisson."
© LE MONDE

Mort de Jean Madiran, cofondateur de « Présent » et figure du traditionalisme catholique ("Le Monde", 2 agosto 2013)

Jean Madiran, de son vrai nom Jean Arfel, est mort mercredi 31 juillet à 93 ans. Disciple de Charles Maurras, décoré de la francisque, il était l'un des principaux théoriciens laïcs du catholicisme traditionnel. Cofondateur du quotidien Présent en 1980, il en était encore "directeur émérite".

Dans le numéro de Présent sorti le 2 août, deux pages sur les quatre sont consacrées à Jean Madiran. A l'intérieur, l'on trouve les hommages de Bruno Gollnisch et Jean-Marie Le Pen. L'hebdomadaire d'extrême droite Minute a publié un texte jeudi 1er aout sur son site Internet.

Avec Jean Madiran, disparaît l'une des figures du national-catholicisme, ainsi que l'un des derniers collaborateurs directs de Charles Maurras, le fondateur de l'Action française.

C'est en effet dans les rangs de cette organisation royaliste que Jean Arfel, originaire de Bordeaux (qui a souvent écrit sous des pseudonymes rappelant le Sud-Ouest comme Madiran, Lagor ou Casteis) fait ses premiers pas de militant politique. Selon Jean-Yves Camus et René Monzat, dans leur livre référence Les droites nationales et radicales en France (Presses universitaires de Lyon, 1992), Arfel-Madiran rencontra Maurras à Pau en 1943. Ce dernier le considérera, avec Jean Ousset qui fondera la Cité catholique, comme "l'un des espoirs du mouvement monarchiste". C'est Maurras, d'ailleurs, qui le recommande pour la francisque en 1944. Car Madiran est un fervent soutien de la Révolution nationale du Maréchal Pétain.

Déclarations antisémites

En 1990, notre excellent confrère Oliver Biffaud revient dans Le Monde sur l'itinéraire de Jean Madiran à cette époque. "Militant royaliste, M. Arfel s'affirme antidémocrate, antirépublicain, antisémite et antimaçonnique. (…) Il fustige les écrivains qui ont eu le malheur de ne pas suivre le même chemin que lui. 'Nous savons aujourd'hui – malgré Descartes – que la pensée des Pères de l'Eglise et de Saint Thomas d'Aquin avait une ampleur, une puissance, une profondeur qu'aucun philosophe moderne n'a pu atteindre. Pour l'assimiler et le dépasser, il aurait fallu des cerveaux autrement vastes que ceux de Descartes ou des juifs Spinoza et Bergson', écrit-il en juillet 1941."

Mais surtout, notre confrère révèle les graves sorties antisémites de Jean Madiran commises dans le journal l'Action française en 1944 : "Au milieu des conséquences tragiques de la défaite de 1940, le juif souffre par où il a péché, tandis que le Français souffre par où il a laissé pécher le juif. (…) Cette double forme résume toute notre position antisémite actuelle : le regret que l'on n'ait pas empêché les juifs de nuire à la France et la volonté de ne plus se laisser guider par eux." (Le Monde du 29 mai 1990).

Contre Vatican II

Après la Libération, Jean Madiran fréquente les milieux anticommunistes de Georges Albertini et continue à écrire dans la presse de l'Action Française. Il collabore à Rivarol mais le quitte en 1958 à cause "de l'arrivée de Lucien Rebatet dont l'antisémitisme racial, clairement paganisant, et la rancœur envers Maurras, l'éloigne", notent MM. Camus et Monzat.

En 1956, il fonde la revue Itinéraires qui deviendra l'une des plus importantes publications du catholicisme traditionnel. C'est une publication de haut niveau intellectuel, conçue pour la formation doctrinale.

Itinéraires, proche de la Cité catholique (un mouvement d’extrême droite "contre-révolutionnaire" qui connut une certaine influence dans les années 1950 et 1960) prend parti pour l'Algérie française, lutte contre le catholicisme progressiste incarné notamment par la Jeunesse ouvrière chrétienne et Témoignage Chrétien. C'est aussi l'un des fers de lance du combat contre les réformes amenées par le concile de Vatican II (1962-1965).

Madiran se pose alors comme le théoricien du traditionalisme. Mais le tournant a lieu lors du sacre de quatre évêques à Econe (Suisse) par Mgr Lefebvre en 1988 qui provoque l'excommunication de ce dernier. Jusqu'alors proches, les deux hommes s'opposent, puisque Jean Madiran est contre le schisme et opte pour l'action au sein de l'Eglise. Cette rupture entraîne la chute de la revue Itinéraires qui perd de nombreux abonnements.

La fondation de "Présent"

Quelques années auparavant, au tout début des années 1980, Jean Madiran avait fondé Présent avec Bernard Antony et François Brigneau. Ce dernier quittera le quotidien lors des sacres d'Econe, qu'il soutenait.

Les devises de Présent sont "Dieu, famille, patrie" et "Dieu premier servi". C'est le seul quotidien d'extrême droite fondé après la guerre qui existe encore. Sa ligne est nationale catholique. Présent prit, sous la plume de Jean Madiran, la défense du milicien Paul Touvier lors de son procès, en 1991. "Paul Touvier n'a tué ni torturé personne, il n'a fait tuer ni torturer personne. Mais il a été milicien. Il 'faut' donc qu'il soit coupable", écrit-il .

A l'époque, et notamment via Bernard Antony alors membre de la direction du Front national, Présent fait partie de la presse amie du parti lepéniste. Lors de la scission de 1998 avec Bruno Mégret, Présent, sans prendre officiellement parti, penche très fortement pour Jean-Marie Le Pen. En effet, Bruno Mégret réunissait autour de lui la tendance païenne du FN, ce qui constituait un puissant repoussoir.

Aujourd'hui, Présent s'est distancié des positions de Marine Le Pen sur la laïcité, sans pour autant être devenu un titre hostile à la présidente du FN.Mort de Jean Madiran, cofondateur de « Présent » et figure du traditionalisme catholique
Jean Madiran, de son vrai nom Jean Arfel, est mort mercredi 31 juillet à 93 ans. Disciple de Charles Maurras, décoré de la francisque, il était l'un des principaux théoriciens laïcs du catholicisme traditionnel. Cofondateur du quotidien Présent en 1980, il en était encore "directeur émérite".
© LE MONDE

Firme illustri: solo titolacci o pregiudizi di parte? ("Avvenire", 25 luglio 2013)

di Gianni Gennari

Titolacci, forse non solo… Lunedì “Corsera” (p. 23) firma illustre di Francesco Margiotta Broglio: «Storia dell’impunità del clero». Sopra le 4 colonne di testo, «Inchiesta. Un saggio ricostruisce il (cattivo) funzionamento della giustizia religiosa nei secoli». Ancora: «Gli abusi di tribunali ecclesiastici, via di fuga dei prelati… Vizi e passioni. Colpisce nei secoli la "ridotta attenzione dei vescovi italiani agli eccessi", tra i quali all’inizio prevale il concubinato». Leggi e trovi –
brutto termine – un “combinato disposto” per suscitare sdegno o almeno disgusto del lettore nei confronti della… «giustizia religiosa nei secoli». Il testo inizia dalle «preoccupazioni di Papa Bergoglio… corruzione, abusi sessuali… pedofilia prelatizia». Segue ampia recensione elogiativa di un libro dal titolo leggerissimo, “Clero criminale” che racconta delitti, ma anche processi di
«esponenti del clero» e lista miratissima di eventi che coprono 2.000 anni di «giustizia ecclesiastica»: un volo non proprio “angelico” su episodi della storia dell’intera Europa, per esempio «Germania a inizio Cinquecento», e virgolettati salatissimi. Va bene, anzi va male. Prendere e portare a penitenza? Certo, ma con un dubbio: che avverrebbe se un “libro di storia”, una “inchiesta” a firma cattolica illustre pretendesse di raccontare seriamente i 152 anni di “Giustizia italiana” con questo titolo espressivo: «Storia dell’impunità dei magistrati»? La cosa passerebbe liscia o autore, editore ed eventuali recensori sarebbero esortati a non prendere una parte per il tutto, perché forse “i fatti” – già: i fatti! – sono più complessi, più diversificati, più realisticamente da valutare senza ridurre tutto a “giudici criminali”? Chissà!
© AVVENIRE

Storia dell'impunità del clero ("Corriere della Sera", 22 luglio 2013)

di Francesco Margiotta Broglio

Le preoccupazioni di Papa Bergoglio che, in un recente incontro con rappresentanti dei religiosi latinoamericani, ha parlato di corruzione e abusi sessuali (Pio X nel suo Catechismo li definiva «peccati impuri contro natura») all'interno del Vaticano, seguite dalla testimonianza di un ex parroco di Roma coinvolto in vicende di pedofilia prelatizia, richiamano una antica e ininterrotta tradizione di interventi pontifici che risalgono, almeno, a Lucio II (1145) e a Gregorio IX. Quest'ultimo, in una bolla del 1227 condannò gli incontinenti chierici «iacentium infornicatione» paragonandoli a giumente «computrescentes in stercore suo». E, qualche secolo dopo, il tribunale del governatore di Roma condannò a morte alcuni membri di una Confraternita ispano-portoghese che celebravano — come oggi in alcune cristianità del Nord Europa — matrimoni omosessuali nella Basilica di S. Giovanni a Porta Latina: Gregorio XIII avrebbe voluto bruciarli vivi. A fine Cinquecento un confessore francescano di Venezia accusato di abusi e molestie si difese dichiarando che «il sodomitar era solo da cardinali et persone grandi et illustri» e due giovanissimi chierici napoletani spacciarono false indulgenze per pagarsi i ragazzini.
Sul funzionamento della giustizia ecclesiastica fanno ora forte luce, grazie anche ad una vasta messe di documenti di archivi pontifici e periferici (diocesi e inquisizioni), Michele Mancino e Giovanni Romeo nel volume Clero criminale (Laterza, pp. 237, 22) che contribuisce a colmare una lacuna della nostra storiografia, forse troppo «sensibile al fascino discreto della Controriforma». Neppure il «trauma» della Riforma protestante, con la sua devastante propaganda in materia, aveva infatti modificato la situazione: «Per larga parte dell'età moderna… omicidi, violenze, pratiche sessuali di ogni genere, estorsioni, truffe, usura, falsificazione di atti o di moneta, contrabbando, abusi legati al ministero sacerdotale, vedono con frequenza sotto processo esponenti del clero». Né mancano delitti, anche efferati, commessi nei monasteri femminili e «non di rado finiscono alla sbarra le stesse autorità della Chiesa». Fece clamore, a metà Cinquecento, la condanna al carcere del vescovo di Polignano, sorpreso la domenica delle Palme nel letto di una cortigiana che, però, pur essendo in regola con il tributo papale delle meretrici, fu frustata in piazza, subì la confisca del patrimonio, la distruzione della casa e la condanna all'esilio. Al di là dei moltissimi casi ricostruiti nel volume — tra Toscana, Trento, Repubblica di Venezia, Stato romano e Regno di Napoli — le questioni centrali sono la pretesa della Chiesa cattolica di sottrarre ai giudici degli Stati i crimini degli ecclesiastici per sottoporli ai propri tribunali, che offrivano molteplici vie di fuga, e il groviglio di giurisdizioni religiose (inquisitoriali centrali e periferiche, congregazioni romane e ordini religiosi, tribunali diocesani e dei nunzi apostolici), in frequente conflitto tra loro, che si disputano gli imputati, spesso per assolvere quelli condannati in prima istanza anche da giudici «secolari», mettendo a «dura prova» l'autorità della Chiesa e favorendo il «clero delinquente» che apprese a navigare «con maestria tra le giurisdizioni disponibili». La prima questione, il così detto privilegio di foro per gli ecclesiastici — che risaliva al V secolo e che sarà ribadito in molti concordati del XVIII — verrà eliminata nell'Ottocento e definitivamente solo con la legge Siccardi del 1850, che rivendicherà allo Stato la pienezza della giustizia su cose e persone «senza differenza tra ecclesiastici e laici». Alla Camera Brofferio farà l'esempio di un frate condannato a morte per il barbaro assassinio del marito dell'amante, salvato dal vescovo che aveva esteso l'immunità anche alla donna complice.
Colpisce la «ridotta attenzione dei vescovi italiani agli eccessi del clero», tra i quali è prevalente il concubinato. Del resto anche in Germania, a inizio Cinquecento, nella diocesi di Ratisbona il 55 per cento dei sacerdoti conviveva stabilmente con donne, mentre il nunzio a Venezia, Aleandro, informava Roma che «quando un chierico in compagnia di un laico faceva qualche furto o altro delitto di morte, il laico fosse appiccato et il chierico andasse a sollazzo per la terra» e proponeva, per evitare complicazioni, di condannare a morte per eresia un veneziano colpevole di sodomia e rifugiatosi in un «luogo immune» dalla giustizia della Serenissima. Nulla poterono il Concilio di Trento o il severo Pio V, che pur avrebbe voluto trasformare l'Urbe «in un grande convento», perché «l'esigenza di tutelare il buon nome del clero stava assumendo un rilievo crescente» rispetto a quello di «reprimere» i suoi delitti, con l'aggravio della «emarginazione dei tribunali vescovili», grazie anche all'azione dei nunzi «a vantaggio del centralismo romano», che favorì una «ulteriore delegittimazione dei vescovi», fautori di sanzioni esclusivamente pecuniarie e talvolta reticenti anche sulla «esplosiva situazione dei monasteri femminili» e sulla diffusione della magia. L'attivismo di alcuni tribunali ecclesiastici penali si spiega, essenzialmente, con la necessità di non lasciare spazio ai giudici degli Stati e spesso le pene gravi («alle triremi») per delitti gravissimi vengono poi condonate.
Comunque, tra recidive e conferme, un sacerdote veneziano reduce da più di dieci processi continuò per oltre vent'anni «ad amministrare i sacramenti» nella stessa parrocchia. E non fu un caso eccezionale: le «vie di fuga» restavano molteplici e le «poche condanne rigorose» dei giudici diocesani venivano «sconfessate dai nunzi o… da altre istituzioni di livello superiore».
Nel Seicento l'Italia meridionale — sempre comprensiva in materia — non vede diminuire i procedimenti contro il clero «delinquente», che iniziano lentamente a declinare dopo il 1710, per crollare negli ultimi decenni. In tutta Italia, comunque, il secolo XVII continua a vedere il monopolio ecclesiastico sui crimini di chierici e religiosi. Ci vorranno i regalismi borbonici e lorenesi, poi la rivoluzione di Francia e i giacobini, per indurre la Chiesa di Roma a scegliere nuove e più moderne strade per difendere l'onore del suo clero.
© CORRIERE DELLA SERA

Cecina, clamoroso e allarmante appello di due giovani consiglieri: "Circondati da seguaci di Satana" ("La Nazione - Livorno", 21 luglio 2013)

Cecina, 21 luglio 2013 - "Le lapidi recentemente spaccate al cimitero costituiscono un episodio agghiacciante, riprovevole, disumano: è giunto il momento di 'scoperchiare' del tutto la faccenda e smettere di cadere o fingere di cadere dal pero, parlando di episodi isolati, o mostrando appunto facce stupite. La realtà del satanismo è ben radicata a Cecina, attraversando diverse classi sociali e diverse fasce anagrafiche: chiunque conosca il tessuto sociale lo sa". Non usano mezzi termi i giiovani consiglieri comunali Lorenzo Gasperini e Dario Marzini, di "Cecina Insieme", e chiedono una mobilitazione 'ripatrice'.
Aggiungono: "Forse non sono in molti a ricordarsi di cosa successe nel 1995, quando i Carabinieri irruppero nella vecchia fabbrica della Magona trovando 10 uomini e 4 donne (tra i 20 e i 50 anni) nel pieno di un rito demoniaco. Si trattava di noti medici e professionisti della zona: era la setta PatarTuan e furono trovati, oltre a teschi, anche “messali”, sangue, un assegno da 200 milioni di lire e diverse lapidi trafugate dai cimiteri locali. Nel gennaio ‘99 sparì la statua di San Michele Arcangelo, proprio colui che nella Bibbia guida alla vittoria l’esercito degli Angeli contro Satana. Chiaramente non si trattava di un “furto d’arte”, o casuale. Ed è solo di un mese fa il ritrovamento, all’ingresso del cimitero, di elementi come uova, sale e monete. Ma l’elenco non avrebbe fine. Chi può negare di avere almeno sentito parlare di cosa succedeva dentro l’ex ospedale, o al Paduletto, o sull’Aurelia Nord, dietro il Campo del Sole?".
Marzini e Gasperini non hanno dubbi: "A Cecina città già tra i 15enni esiste una fitta realtà di spiritismo, che conduce i giovani a sperimentare l’occulto. Si comincia con le sedute spiritiche, e non si tratta di un gioco… La Toscana è sempre stata terra feconda per questo genere di cose, superstizione, oroscopi, tarocchi, maghi, fino al satanismo più radicale, che raggiunge oggi il proprio record di diffusione nella nostra regione (insieme alla Val d’Aosta). Che i satanisti possano esser giunti a prendere a picconate le tombe nelle quali i nostri cari riposano è troppo. Potrebbe anche trattarsi, questa volta, di un episodio di un pazzo introdottosi nel cimitero, e che non c’entri niente col satanismo; ma non mettiamo la testa sotto la sabbia come gli struzzi: il problema è ben più ampio e dunque questa è l’occasione per una riscossa spirituale che diventi anche sociale, istituzionale, pedagogica, politica".
Ed ecco l’idea di Marziani e Gasperini: "Proponiamo intanto ai cecinesi una processione dal Duomo al cimitero con Messa di riparazione per quanto accaduto. Una Messa, con la partecipazione delle istituzioni, sarebbe il gesto più concreto per ripartire. Chiediamo al sindaco, almeno questa volta, di prendere immediata iniziativa perché quanto accaduto non si ripeta e per contrastare in tutti i modi il diffuso tessuto di satanismo. E deve anche farsi finalmente portavoce presso il Prefetto affinchè le forze dell’ordine siano coordinate per combattere tenacemente realtà di questo tipo".
© LA NAZIONE

Cantimori e Manacorda. I rappresentanti perfetti dell’egemonia culturale ("Il Giornale", 19 luglio 2013)

di Giampietro Berti

Un’ennesima conferma della forte egemonia ideologica esercitata dal partito comunista sulla cultura italiana, specialmente nei primi tre decenni del secondo dopoguerra, ci viene ora offerta dall’edizione del carteggio fra due storici comunisti di valore: Delio Cantimori-Gastone Manacorda, Amici per la storia. Lettere 1942-1966, a cura Albertina Vittoria (Carocci, 2013, pagg. 526, euro 49). Si tratta di un documento di grande interesse che mette in evidenza il peso e il senso di tale volontà di dominio, in questo caso sulla storiografia, ambito importante perché, come affermava George Orwell, «chi controlla il passato, controlla il presente e il futuro». La curatrice, Albertina Vittoria, ricostruisce con notevole competenza le complesse vicende dell’organizzazione culturale del Pci e dei suoi rapporti con il mondo degli intellettuali militanti, a cominciare naturalmente dagli stessi Cantimori e Manacorda; analizza, inoltre, gli strumenti culturali che essi e altri avevano a disposizione: le riviste Movimento operaio, Società e Studi storici, l’Istituto Gramsci, la commissione culturale del partito.
L’interesse maggiore del volume non consiste però nella trattazione di questi intrecci, ma nell’esame del rapporto complessivo fra la politica e la cultura. Leggendo il carteggio si ha ancora una volta la conferma della forma mentis dell’intellettuale comunista. Sulla scia dell’insegnamento di Gramsci, si intende svolgere la ricerca storica contemperando due esigenze di difficile conciliazione: la ricerca deve essere tanto più disinteressata quanto più impegnata; la propria attività di studioso deve svolgersi in maniera indipendente, pur aderendo a un partito. Una quadratura del cerchio, dato che la storiografia, per natura, non può che essere revisionista. Come si sa, i fatti sono sterminati e il compito degli storici consiste, per l’appunto, nel decidere quali sono importanti e quali no. Non esiste una storiografia oggettiva. Il fatto che Cantimori e Manacorda pensassero invece a questa possibilità (come documenta Albertina Vittoria), rende di fatto evidente la supponenza che caratterizzava il loro settarismo (come quello di altri), spiegabile in questi termini: il comunismo è la verità ultima dell’umanità, la sua effettiva realizzazione storica. Cioè i comunisti modellano e adeguano il loro comportamento sullo sviluppo della storia, nella convinzione che questa altro non sia che la realizzazione in atto della loro verità e, dunque, della verità tout court.
Ciò non significa che questo «manicheismo» si traducesse sempre in un atteggiamento formalmente dogmatico perché quello che conta rilevare non è tanto il comportamento «esterno», ma l’animus che lo motiva. La tragica figura intellettuale di Cantimori ne è la prova. Sempre ansioso di raggiungere una verità forte e definitiva, pervaso da un profondo sentire anti-borghese e anti-individualista, come è stato messo in rilievo, pur con prospettive diverse, da Eugenio Di Rienzo, Paolo Simoncelli e Roberto Pertici, il grande storico degli eretici italiani del Cinquecento è stato uno dei protagonisti culturali dell’attacco concentrico che nel ’900, da destra e da sinistra, è stato sferrato contro la civiltà liberale: prima fascista (con aperte simpatie per il nazismo «movimentista», fino a teorizzare una sorta di nazional-bolscevismo), poi, come molti altri, seguace del comunismo. Un grande storico, sempre però dalla parte sbagliata.
© IL GIORNALE

Violenza sessuale su allievo, condannato economo dei Salesiani ("Il Giorno", 15 luglio 2013)

Pavia, 15 luglio 2013 - Tre anni di reclusione per violenza sessuale su un ex allievo. Questa la condanna a don Gabriele Corsani, 45 anni, economo del collegio salesiano di Pavia. Il prelato - molto vicino alla famiglia Berlusconi - avrebbe molestato un giovane, 20enne nel 2007 quando sarebbe avvenuto il fatto in una camera di albergo di Rimini, dove il gruppo si trovava per un seminario.
Secondo l’accusa, il sacerdote aveva attirato in una stanza l’ex allievo, di una scuola di ispirazione cattolica di Sesto San Giovanni, proponendogli di dormire insieme per poi palpeggiarlo sui genitali. Il ragazzo era riuscito a fuggire. Nel corso delle indagini affidate ai carabinieri sarebbe emerso un altro episodio, raccontato ma non denunciato da un diciannovenne che, nel 2005, don Gabriele avrebbe tentato di baciare sulle labbra. Per l’episodio del presunto bacio don Gabriele Corsani è stato assolto, mentre per la violenza in camera d’albergo il giudice ha stabilito, oltre alla condanna a tre anni, anche una provvisionale di 5mila euro. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Monica Gnesi di Monza, aveva chiesto almeno 20 mila euro.
Don Corsani era stato il primo sacerdote ad accorrere a casa di Rosa Bossi Berlusconi, madre di Silvio Berlusconi, alla notizia della sua morte nel febbraio 2008 a Milano. Un anno dopo il religioso aveva concelebrato ad Arcore la Messa funebre di Maria Antonietta Berlusconi, sorella dell’allora premier. Don Gabriele aveva conosciuto Silvio Berlusconi nel 2002: dai Salesiani l’ex presidente del Consiglio ha studiato e da allora è sempre rimasto legato all’ordine religioso.
© IL GIORNO

Violentava e truffava le sue clienti: 'mago Franco' arrestato a Corsico ("La Repubblica - Milano", 11 luglio 2013)

Sessantadue anni, l'uomo avrebbe ricavato 200mila euro in due anni dalla vendita di pozioni e amuleti. Le donne venivano prima truffate, secondo le accuse che lo hanno portato in carcere, e poi abusate

Veri e propri "sacrifici fisici" che andavano dai "rapporti sessuali" fino a molestie di ogni genere e al taglio di "ciocche di capelli". Era ciò che chiedeva alle sue clienti-vittime Franco Uggetti, un sedicente "guaritore" che si faceva chiamare mago Franco. Per oltre sei anni, dal 2006, avrebbe truffato e violentato un "numero indefinito" di donne con problemi personali, di salute o di natura psicologica, incassando circa 200mila euro solo negli ultimi due anni e abusando di loro, come prezzo di quella che lui definiva "trasmissione di energia".
Il sedicente mago, 62 anni, originario di Pavia e con tanto di studio a Rozzano (Milano), è finito in carcere su disposizione del gip milanese Franco Cantù Rajnoldi e dopo le indagini serrate, durate circa due anni e con intercettazioni ambientali, condotte dal comando provinciale della guardia di finanza milanese e coordinate dal pm Giovanni Polizzi. Sono dieci le vittime elencate nell'ordinanza del gip, ma è lo stesso giudice a precisare anche che il numero delle donne truffate e abusate resta "indefinito", perché le indagini vanno avanti.
Stando agli accertamenti dei finanzieri della compagnia di Corsico, Uggetti avrebbe approfittato delle "malattie" e delle "disgrazie" delle clienti, convincendole in qualche caso di "essere vittima di 'fatture e malocchi'", e sostenendo di "potere intervenire beneficamente nelle loro problematiche di salute, amore e lavoro e proponendo alle stesse una serie di riti esoterici". Per ogni rito il cosiddetto 'mago' avrebbe intascato, come scrive il gip, "somme di denaro variabili da 300 a 900 euro" e in alcune occasioni avrebbe costretto le donne a "rapporti sessuali" in un motel, parlando della sua "energia guaritrice", o a "riti" di natura sessuale.
Stando all'imputazione, Uggetti avrebbe circuito le donne con il "timore di un pericolo immaginario costituito dal rischio di non liberarsi dei problemi che le affliggevano". A una donna, "provata da gravi lutti e malattie" e in "condizioni di inferiorità psichica", mago Franco avrebbe portato via, fra il 2010 e il 2011, "1.950 euro in più pagamenti". I racconti devastanti di quello che hanno subito le clienti si ritrovano nei loro verbali davanti agli inquirenti, contenuti nell'ordinanza. Le indagini sono partite proprio dalla denuncia di una di loro, del 20 dicembre 2011, che ha portato gli investigatori a piazzare cimici nello studio del mago.
"Quando si è disperati ci si attacca a qualunque speranza", ha spiegato al pm una vittima "nauseata", raccontando di avere "accettato di sottostare ai rapporti sessuali" con l'uomo "perché lui sosteneva" di "trasmettermi energia". Uggetti faceva riferimenti al "sangue della Vergine" e a un "gran maestro" e metteva in atto "riti" anche più disgustosi, che chiamava "sacrifici", come ha messo a verbale un'altra donna, con delle "mie cose personali ma sempre di carattere biologico". A un'altra cliente avrebbe addirittura proposto di prostituirsi con altre persone. Mentre la descrizione del "sacrificio" la fornisce uno dei tanti verbali: "E' un qualcosa - ha spiegato una teste - che la persona coinvolta nel rito specifico non farebbe di sua spontanea volontà, ma da farsi su richiesta del mago, superando gli ostacoli psicologici".
© LA REPUBBLICA

Mistero a Piacenza: simboli satanici in chiesa ("Repubblica TV", 11 luglio 2013)

Un rituale satanico o una semplice bravata di qualche ragazzino? La scoperta della stella a cinque punte cerchiata, tradizionale simbolo della cultura satanista, davanti all'altare della chiesa di San Giuseppe Operaio a Piacenza ha inquietato la comunità piacentina (video da Libertà.it)
© LA REPUBBLICA

Il Dizionario (precario) dell’eresia ("Venerdì di Repubblica", 14 giugno 2013)

di Marco Filoni

Un esperimento scientifico solitario. Così Daniele Santarelli definisce il suo progetto Ereticopedia, specificando che al momento è “provvisorio e precario” (ereticopedia.org). Si tratta di un dizionario online di personaggi e movimenti eretici, di coloro che si sono opposti alla norma “rivendicando il diritto al dissenso e il primato della coscienza individuale su regole, dottrine e rituali di comportamento imposti dall’alto ovvero comunemente accettati dalle società in cui ebbero la sorte di vivere”. Un autentico tesoro: al momento 330 voci, divise in sezioni fra perseguitati e dissidenti, intransigenti, riformatori, letterari, scienziati, finti santi, stregoni e così via.
Alla fruibilità della rete il nostro ricercatore (da quel che si capisce emigrato all’estero, ahinoi!) aggiunge gli strumenti critici e gli apparati di ricerca dello storico. Insomma, un esempio aureo di come i talenti e le idee da noi non mancano. E se fossimo un Paese con un’idea di futuro, allora ci sarebbe la fila per aiutare e far crescere questo progetto “provvisorio e precario”.
© LA REPUBBLICA

Offese: presunzione indecente e pubblicità ("Avvenire", 7 maggio 2013)

di Gianni Gennari

Offese: senso largo e senso stretto… Largo ieri sul “Corsera” (p. 8) titolo secco: «Boldrini: limiti alla pubblicità che usa il corpo delle donne». Proposta seria in tempi di “femminicidio”, dramma di squilibri e malvagità maschile che si scaricano sulle donne. Consenti, ma quando chiudi il giornale trovi l'ultima pagina intera occupata da “pubblicità” con un corpo di donna e pochissima stoffa addosso. Ovvio – sia chiaro – che la Boldrini non è il “Corsera”, e perciò vale il «senza offesa», ma ci si può riflettere. Offesa invece, e tanta, sul “Sole 24Ore” (5/5, p. 26), prima pagina de “la Domenica” con grande apertura nel titolo: «Tutti i peccati della Controriforma». Massimo Firpo racconta un libro di due autori – «Clero criminale . L'onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell'Italia della Controriforma» – definendolo nel sommario «Uno studio esente da toni scandalistici, rigoroso e documentatissimo» che «mostra le resistenze della Chiesa a ogni reale rinnovamento morale». L'inizio di Firpo denuncia la «vulgata storiografica» che avrebbe messo in rilievo l'opera della Chiesa per «un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fine vittorioso». Sono balle! «La» Chiesa, e non solo quella italiana – come parrebbe dal titolo – fu in blocco «contro ogni rinnovamento morale». «Ogni»! Carlo e Federigo Borromeo, Filippo Neri, Vincenzo de' Paoli, Francesco di Sales, Ignazio di Loyola, il grande Baronio e tanti altri, in almeno un paio di secoli? Cancellati dai due autori e da Firpo con uno «studio documentatissimo» di 248 pagine? Per tre secoli solo “Duecentoquarantotto”? Va bene tutto…Va bene la promozione dei “colleghi”! Ma qui si tratta di storia di secoli ridotta a calunnia globale. Pubblicità anche questa, ma qui la presunzione pregiudiziale indecente abusa dell'incultura altrui. Una vera offesa…
© AVVENIRE

Tutti i peccati della Controriforma ("Il Sole 24 Ore", 5 maggio 2013)

di Massimo Firpo

Secondo una vulgata storiografica ormai sedimentatasi nei manuali scolastici, dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) la Chiesa fu finalmente in grado di avviare un tenace processo di riforma, sia pur lento e difficile, ma alla fin fine vittorioso.
Una riforma fondata sulla residenza dei vescovi nelle loro diocesi per combattere i molti e gravi abusi che inficiavano la cura d’anime, a cominciare da un clero inadeguato ai suoi compiti, del tutto ignorante di cose religiose e a malapena capace di celebrare i riti sacri pur senza intenderne il senso, spesso concubinario, assenteista, simoniaco e non di rado violento, dissoluto, bestemmiatore.
Di qui l’impegno dei vescovi per promuovere la formazione dei preti con l’istituzione dei seminari, la rigorosa tutela del decoro di spazi e arredi sacri, la lotta contro la diffusissime pratiche magiche e superstiziose, la vigilanza sui doveri sacramentali dei fedeli e sulla disciplina di monasteri e conventi, il sostegno allo sforzo educativo e assistenziale dei nuovi ordini religiosi, mentre si irrobustivano parallelamente anche le istituzioni repressive (l’Inquisizione) e censorie (l’Indice dei libri proibiti) delle devianze dottrinali.
Un processo di radicamento territoriale, di controllo sociale, di imposizione dell’obbedienza, di uniformazione normativa che avrebbe interessato negli stessi decenni anche le nuove Chiese protestanti e le autorità statali, il cui rafforzamento istituzionale comportava un analogo impegno nel Governo dei sudditi attraverso un comune processo di disciplinamento.
Dopo aver letto questo denso libro, tuttavia, c’è da dubitare seriamente di tale tesi, della quale non è peraltro difficile percepire le inflessioni apologetiche nel presentare la Chiesa all’avanguardia dei processi di modernizzazione (foucaultianamente) anche nelle sue strategie autoritarie.
A dire il vero, già in precedenza gli studiosi che non si erano basati solo sulle fonti normative (decreti, atti sinodali eccetera), ma avevano gettato lo sguardo nel mare magnum delle visite pastorali, vi avevano trovato la prova di comportamenti di chierici e laici tutt’altro che conformi alle prescrizioni tridentine, abbarbicati ad antiche abitudini e antichi vizi, come se nulla fosse successo tra l’inizio del Cinquecento e i primi del Settecento, quasi che gli ardori di rinnovamento di san Carlo Borromeo e della generazione di vescovi che a lui cercò di ispirarsi fosse passata sul clero italiano come una leggera brezza, incapace di incidere su una realtà spesso impresentabile ma quasi sempre accettata dai fedeli, preoccupati non tanto del rigore morale dei loro preti (alla fin fine si poteva tollerare che il parroco fosse «uno poco lecentiuso della brachetta»), quanto della possibilità di usufruire del loro ruolo di mediatori del sacro nel rito della messa e in occasione di nascite e morti.
Basandosi su un lavoro di ricerca immenso in molteplici fondi archivistici, tanto in Vaticano quanto in numerose diocesi e utilizzando fonti disparate, la corrispondenza delle congregazioni dei Vescovi e regolari e dell’Inquisizione, i fondi dei tribunali d’appello e delle nunziature, le relazioni presentate dai vescovi alla Santa sede e soprattutto gli atti dei processi criminali contro preti responsabili di reati comuni celebrati in tutta Italia da una caotica pluralità di tribunali (vescovi, nunzi, visitatori apostolici, ordini religiosi, dicasteri romani, Segnatura di giustizia, Sant’Ufficio, giudici civili), Mancino e Romeo tracciano un quadro tanto desolante quanto rigorosamente documentato del clero italiano in età postridentina.
Desolante per la gravità dei reati («omicidi, violenze, pratiche sessuali di ogni genere, estorsioni, truffe, usura, falsificazione di atti o di moneta, contrabbando, abusi legati al ministero sacerdotale»), per l’enorme quantità dei rei (non poche pecore nere, ma circa il 25% del clero secolare, decine di migliaia di preti!), per la continuità del fenomeno in un arco plurisecolare, ma ancor più per l’atteggiamento della curia romana, schierata sempre e soltanto a difesa dell"’onore" del ceto sacerdotale e dell’istituzione ecclesiastica, quand’anche si trattasse di coprire delitti gravissimi, senza esitare a sconfessare i vescovi zelanti che avevano avviato i processi e a rispedire i colpevoli - anche plurirecidivi - ai loro compiti di cura d’anime, dove molti di essi sarebbero tornati a delinquere ancor più e ancor peggio, ormai coscienti della loro sostanziale impunità.
Così in ogni parte d’Italia, senza sostanziali differenze, da Venezia a Telese, da Pisa a Napoli. Fu proprio nei decenni che avrebbero dovuto vedere il più incisivo slancio riformatore, infatti, che le cause criminali contro membri del clero conobbero un incremento impressionante, nell’intento di sottrarle alla giustizia civile e consegnarle a tribunali a dir poco compiacenti, fino a scavare «un solco sempre più profondo fra laici ed ecclesiastici, con conseguenze devastanti per l’evangelizzazione e il radicamento di un nuovo modo di vivere la fede».
Non è necessario sottolineare come proprio in questi antecedenti storici affondi le radici lo scandaloso tentativo di nascondere o depotenziare i molti episodi di pedofilia che di recente in varie parti del mondo hanno visto come protagonisti e rei confessi anche vescovi e cardinali, con comprensibile indignazione dell’opinione pubblica, di fronte alla quale alcuni prelati hanno continuato a rivendicare con protervia un presunto diritto a lavare i panni sporchi in famiglia, evitando l’intervento della magistratura.
È dunque ancora una volta alla storia che occorre rivolgersi per capire, e in particolare all’affossamento di ogni autentico riformismo pastorale imposto dalla curia romana nella lunga stagione della Controriforma, con buona pace di chi si ostina a vedere nei decreti del Tridentino la sorgente di rinnovamento capace di dotare la Chiesa delle vitali energie che nei decenni e secoli seguenti avrebbero nutrito una duratura e pervasiva riforma cattolica.
Le cose, in realtà, andarono molto diversamente e i veri sconfitti furono proprio i vescovi zelanti della prima generazione postconciliare, regolarmente emarginati e smentiti (e non di rado redarguiti) dai tribunali d’appello romani e dai nunzi, gli uni e gli altri sensibili non tanto alle ragioni pastorali quanto a quelle politiche della curia, preoccupata anzitutto (per non dire soltanto) della tutela delle immunità giurisdizionali del clero, pronta a piegarsi di fronte ai potenti in sede locale, disponibile a ogni compromesso che salvasse la faccia ai chierici corrotti.
Quanto ai preti delinquenti, ladri o stupratori che fossero, furbeschi sfruttatori della pietà popolare o banditi da strada, poco importava di fronte all’esigenza primaria di tutelare il potere, i diritti, l’autorità e l’immagine della Chiesa come societas perfecta, per quanto brutalmente contraddetta dalla realtà effettuale delle cose.
Fu il Concilio, insomma, a essere messo quasi subito in soffitta per salvaguardare anzitutto il centralismo romano e il buon nome del clero, la cui tutela non tardò a imporsi sull’«obiettivo di reprimere i delitti dei suoi rappresentanti». «Nel giro di pochi anni - concludono gli autori - aspetti qualificanti del processo di riforma conciliare si perdono nel nulla».
Ne scaturì la lunga durata di un clero i cui comportamenti disordinati e violenti traevano incentivo dalla sua sostanziale esenzione da ogni pur blanda giustizia. Omicidi, pedofili, stupratori, veri e propri criminali di professione (i cosiddetti "chierici selvaggi del Regno di Napoli", per esempio) poterono così continuare a farla franca, o pagando il prezzo di pene lievissime e spesso subito rimesse, in maniera tanto più inaccettabile in quanto ben altre - e non di rado severissime - erano le punizioni inflitte ai laici per reati identici o assai più lievi.
Da questo punto di vista a fine Seicento poco o nulla era cambiato rispetto all’odiosa realtà denunciata da un nunzio papale all’inizio del Cinquecento, vale a dire che quando a delinquere erano un chierico e un laico insieme, succedeva che «il laico fusse appiccato e il chierico andasse a sollazzo per la terra». Amare vicende di donne violentate costrette a chiedere perdono ai propri stupratori, di bambine condannate a pene umilianti per aver detto la verità sugli abusi di cui erano state fatte oggetto, sono solo alcune delle molte e talora raccapriccianti storie narrate in queste pagine.
Esente da ogni tono scandalistico, il libro ripercorre con pacata lucidità e saldo rigore critico una tragica storia, gettando lo sguardo in profondità sulle tenaci resistenze della Chiesa a ogni incisiva riforma religiosa, sempre osteggiata in quanto temibile insidia ai poteri della gerarchia, come si è visto d’altra parte nelle tenaci resistenze che hanno finito con l’affossare le speranze scaturite dal Vaticano II.

Il libro di Michele Mancino e Giovanni Romeo si intitola «Clero criminale. L’onore della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell’Italia della Controriforma» (edito da Laterza, pagg. 248, Euro 22.00, disponibile anche in ebook) ed è in uscita questa settimana.. Teatro della ricerca è l’Italia del Cinque-Seicento, alle prese con gli eccessi di varia natura di chierici, preti e frati delinquenti e con le scelte di giudici quasi sempre conniventi e interessati soprattutto a tutelare l’onore del clero e della Chiesa tutta.
Il libro, che dà ampio spazio alla vita quotidiana, apre squarci sorprendenti su dimensioni della storia religiosa e civile della penisola pressoché sconosciute.Su www.laterza.it e su www.fedoa.unina.it (Archivio istituzionale della Università degli Studi Federico II) un’ampia selezione dei documenti presi in esame. Michele Mancino e Giovanni Romeo insegnano entrambi Storia moderna nell’Università di Napoli Federico II.
© IL SOLE 24ORE

Sesso nel confessionale. Rissa in chiesa ("Libero", 16 aprile 2013)

Quei gemiti che provenivano dal confessionale avevano ben poco a che fare con il pentimento di un fedele di fronte al prete. E infatti quando un uomo entrato nella chiesa di Cecina (Livorno) per pregare ha chiamato i carabinieri per verificare cosa stava succedendo dietro quella tendina rossa lo spettacolo che si sono trovati davanti aveva dell'incredibile. Un uomo e una donna semisvestiti stavano facendo sesso nella sacra struttura. Trentadue anni lui, 29 anni lei, entrambi di Rosignano non hanno però gradito l'interruzione dell'amplesso: alla richiesta dei carabinieri di ricomporsi e rivestirsi immediatamente, i due hanno aggredito i militari e ne è nata una colluttazione. I carabinieri, oltre alla denuncia per atti osceni, hanno così provveduto all'arresto della coppia per resistenza a pubblico ufficiale.
© LIBERO QUOTIDIANO

Page created by Sonia Isidori & Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2013

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]