Prostituzione

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Introduzione: una resurgenza medievale e urbana

Gli amori venali, di cui è pregno il mondo classico così come la sua cultura, non scompaiono certo durante l'alto medioevo. Chi, per esempio, percorre le vie commerciali trova spesso donne che vendono il proprio corpo agli uomini di passaggio. Solo nel secolo XII però viene coniato l'appellativo «meretrix publica», che intende distinguere l'esercizio professionale della venalità dalla fornicazione occasionale del periodo precedente, spesso più vicina al concubinato o a un’attività saltuaria che non alla prostituzione vera e propria. La resurgenza del fenomeno va allora ricondotta allo sviluppo delle città, che poggia su una riorganizzazione del lavoro che moltiplica il numero di celibi di professione, servi o garzoni, e vede l'età media del matrimonio spostarsi a poco a poco, fino a 27-28 anni per i maschi fiorentini del Quattrocento. Di fronte alla novità di questa prostituzione di massa la Chiesa, sulla scia del pessimismo agostiniano, accetta pragmaticamente quello che ritiene un caso di «fornicazione semplice» e che vede come un riparo contro le più gravi minacce dell'adulterio e dell'omosessualità. Nello stesso modo gli Stati privilegiano dal Trecento in poi la costituzione di postriboli pubblici o semi-pubblici, come il Castelletto veneziano fondato una prima volta nel 1260 e una seconda volta nel 1360, proprietà privata di famiglie patrizie ma regolato da leggi statali, mentre sono le stesse grandi casate fiorentine – Medici, Brunelleschi… – ad albergare le meretrici della città in palazzi di loro proprietà.

Da «male necessario» alla via della penitenza: un nuovo paradigma repressivo

Questo modello che intende concentrare l'insieme del meretricio sotto gli occhi del potere è diffuso in tutto l'Occidente, ma si arena di fronte all'insorgere delle Riforme protestanti. Infatti queste ultime fanno dell’accusa di impudicizia uno dei fulcri della loro critica al cattolicesimo; nel corso del secolo le città riformate chiudono i postriboli pubblici (a Zwickau nel 1526, a Londra nel 1546, ad Amsterdam nel 1578…) e le città cattoliche si sentono presto costrette ad imitarle. Nel 1575 Sperone Speroni scrive, probabilmente su commissione dell'Inquisizione romana che un anno prima aveva condannato i suoi Dialoghi, un'Orazione contro le cortigiane. Dopo una dimostrazione della dignità muliebre, denuncia la lunga abitudine col piacere delle meretrici e rifiuta ogni spiegazione sociale sull’avvio alla prostituzione, come la povertà – la giovane dovrebbe rifugiarsi in un convento per conservare l’anima –, l’istigazione materna – di fronte agli ordini disonesti di una madre viziosa, il dovere cristiano è disobbedire – o ancora la volontà di vendetta dopo l’abbandono da parte di un amante – favola che cerca di coprire la natura falsa e lussuriosa di queste donne. Unico spiraglio di luce, Speroni promette la facilità della conversione una volta che la meretrice l’avrà scelta con impeto. Ma nello stesso tempo crede poco alla volontà delle peccatrici di redimersi, e chiama su di loro una condanna universale.
Conseguenza di questo nuovo vigore della condanna morale, la strada della penintenza è quella privilegiata dalla politiche controriformistiche. A Firenze il convento di Santa Elisabetta, detto «delle Convertite», era stato fondato all’inizio del Quattrocento ma vede le modalità di ammissione indurirsi notevolmente nel Cinquecento: la candidata deve non solo confessarsi, ma convocare tre persone che possano testimoniare della realtà del suo pentimento, e accettare il parere di tre altri testimoni scelti dalla magistratura dell’Ufficio all’Onestà; infine deve pagare una somma notevole e subire un periodo di prova. Nella Roma del Cinquecento Ignazio di Loyola capisce che la possibilità, per la maggioranza delle donne pubbliche, di entrare in un monastero classico è quasi nulla. Crea allora del 1546 la Casa di Santa Marta, che accoglie temporaneamente (da sei mesi a un anno) le prostitute pentite, ma anche le concubine abbandonate o le spose in difficoltà, con l’obbiettivo finale di favorire la loro reintegrazione sociale. A Venezia una varietà di conventi si sforza di offrire un’alternativa alle meretrici. Le Convertite della Giudecca (1551) accolgono le prostitute che decidono di lasciare la professione; la Casa del Soccorso (1581) funziona sul modello della Casa di Santa Marta romana, anche se preferisce spingere le donne ad integrare le Convertite invece di accompagnarle di nuovo verso la vita secolare. Ma i conventi di penintenti non sono l’unica novità dell’età del concilio di Trento a riguardare le prostitute: l’ambiente nel quale vivono le rende particolarmente soggette a sospetti di stregoneria.

Prostitute, mezzane ed erbere

Con la Controriforma la Chiesa inizia infatti a preoccuparsi di un insieme di pratiche magiche, di superstizioni tradizionali che vengono pesantemente assimilate a pratiche eretiche. Gli ingredienti principali di questi rituali hanno in genere una dimensione blasfema (olio santo rubato in chiesa, terra raccolta in un cimitero, carne toccata da ebrei…) mentre lo svolgimento degli stessi ha una valenza simbolica: sotterrare un alimento affinché la sua decomposizionne porti alla fine del sentimento per l’uomo o la donna amati, sporcare la porta di una rivale per maledirla, ecc. Si tratta quindi di pratiche quasi sempre dediche a stabilire o ristabilire un legame amoroso o sessuale, e operate prima di tutto da donne: tra il 1542 e il 1599 il tribunale veneziano istruisce 182 processi per strigaria, maleficio, arte magica e superstizione, e fra i 213 indagati troviamo solo 20 uomini per 193 donne. Mezzane e prostitute sono di conseguenza, sia per interesse professionale sia per sostratto culturale, al centro di questi traffici magici, quando non sono loro stesse «erbere». Pratica per eccellenza, si va a consultare l’erbera per farsi «buttar le fave» e intravedere la possibilità di una compatibilità amorosa; possiamo citare la testimonianza di una certa Agnesina, che alla fine del Cinquecento spiega agli inquisitori veneziani il procedimento:

«Se butano le fave con le man per vedere se li amorosi gli vogliano bene, et se butano in questo modo: se piglia un pocho de pan, de sal, de carbon, calcina dela casa et un pocho di cera, et la calcina bisogna che la sia de quella dona ad instantia dela qual si butano le fave. Et le fave hano ad esser nove, et si segno l'homo et la dona in doi fave sole, ma l'homo se segna dala banda et la dona dala testa. Et si butano così che si missino per le mani, et le si segna col segno dela croce et si dice un pater noster et un'ave maria, et come cascano le fave nelle mani, si vede se l'homo vien o no vien»

Colpire la cortigiana: il processo inquisitoriale

La grande novità della prostituzione rinascimentale è l’apparizione della cortigiana, figura che con il proprio prestigio sembra minacciare le fondamenta della società. A Venezia in particolare, l’accusa di stregoneria diventa nella seconda metà del secolo un mezzo privilegiato per colpire queste donne potenti ed indipendenti, quando le accuse civili, guidate dalle recenti leggi sontuarie, si accontentano di lievi multe. Dobbiamo però distinguere due tipi di casi opposti. Nel 1589 la famosa cortigiana Isabella Bellocchio, abbandonata da un cliente, viene processata per aver mandato le sue serve ad imbrattare la porta di una rivale; durante il lungo processo che la vede carcerata l’uso di numerose pratiche magiche viene comprovato, e la Bellocchio è condannata prima alla berlina e poi ad una multa di 4 000 ducati. Nel 1581 Andriana Savorgnan sposa, con grande scandalo, il patrizio Marco Dandolo; la famiglia del giovane non può accettare una tale mésalliance, e denuncia la cortigiana al Santo Uffizio, ma senza riuscire a fare cancellare il matrimonio. Fra questi due poli – la pratica avverata della magia e il ricorso alla denuncia come ricatto – troviamo il caso di Livia Azzalina, che svela la credenza diffusa nel potere della cortigiana-erbera. Nel 1589 l’Azzalina viene infatti denunciata da un cliente di gioventù, disperato dalla lunga e inspiegabile malattia della moglie. La gelosia della cortigiana viene invocata come movente del delitto, ma l’intervento di patrizi a sostegno dell’Azzalina portano gli inquirenti ad archiviare il procedimento. La minaccia del processo inquisitoriale è però nel frattempo diventata un efficace strumento di ricatto nei confronti delle prostitute dell’età della Controriforma.

Bibliografia essenziale

  • Allison Levy (a cura di), Sesso nel Rinascimento – Pratica, perversione e punizione nell'Italia Rinascimentale, Le Lettere, Firenze 2009.
  • Marisa Milani (a cura di), Streghe e diavoli nei processi del S. Uffizio, Venezia 1554-1587, coll. Le Giuncate, Grafiche Tassotti, Bassano del Grappa 1994.
  • Marisa Milani, La Verità, ovvero Il processo contro Isabella Bellocchio (Venezia, 12 gennaio – 14 ottobre 1589), 2 voll., Centrostampa Palazzo Maldura, Padova 1985.
  • Jacques Rossiaud, Amours Vénales – La prostitution en Occident XIIe-XVIe siècle, Aubier, Paris 2010.
  • Giovanni Scarabello, Meretrices. Storia della prostituzione a Venezia dal XIII al XVIII secolo, Supernova, Venezia 2008.
  • Chiara Schiavon, «De Veritate Dicenda». La lingua nei processi alle streghe del Sant'Uffizio di Venezia, tesi di laurea sotto la direzione di Ivano Paccagnella, Università degli Studi di Padova, a.a. 2001-2002.
  • Tessa Storey, Carnal Commerce in Counter-Reformation Rome, Cambridge University Press, Cambridge 2008.

Article written by Fabien Coletti | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]