La pena di morte nell'orizzonte mentale di uno storico italiano

La pena di morte nell'orizzonte mentale di uno storico italiano del giorno d'oggi: Delitto e perdono di Adriano Prosperi. Con un appunto sulle recenti interpretazioni della storia degli ebrei nell'Italia moderna proposte da Marina Caffiero
di Daniele Santarelli

Quaderni eretici | Cahiers hérétiques, 2, 2014: http://www.ereticopedia.org/rivista#toc4

A proposito di: Adriano Prosperi, Delitto e perdono. La pena di morte nell'orizzonte mentale dell'Europa cristiana. XIV-XVIII secolo, Einaudi, Torino 2013; Marina Caffiero, Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria, Einaudi, Torino 2012.

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Delitto e perdono di Adriano Prosperi (Einaudi, Torino 2013) si propone di tracciare una storia della pena di morte nell'Italia tardomedievale e moderna. Al centro dell'attenzione sono le Compagnie di Giustizia, che si specializzarono nel conforto da prestare al condannato, accompagnandolo alla morte. La vicenda italiana è inquadrata in un contesto più ampio, e se ne evidenziano le similitudini e – soprattutto – le differenze rispetto al resto dell'Europa. Il titolo, dal sapore dostoevskiano, è invitante e il lettore resta senz'altro affascinato dall'apertura del libro, tutta concentrata sull'attualità. Una suggestiva citazione di Albert Camus abilmente collocata in apertura dell'opera appare un dovuto atto di omaggio a un grande intellettuale di cui si celebrava proprio nel 2013, anno di edizione di questo libro, il centenario della nascita, ma è un po' avulsa dal contesto. Più pertinente a introdurre la problematica del rapporto tra delitto e perdono è forse l'allusione nelle prime righe dell'Introduzione all'episodio dell'uccisione di Osama Bin Laden e conseguente questione del trattamento da rendere al suo cadavere, nonostante che, come ha rilevato (eccedendo forse in pedanteria) Sergio Luzzatto in un articolo apparso sul Sole24Ore nel dicembre 20131, il presidente Obama venga gratificato da Prosperi “di quello che sarebbe uno strafalcione d'ortografia degno dell'indimenticabile vicepresidente Dan Quayle”. Non sono certo alcuni evidenti limiti nell'editing, giustamente ma un po' esageratamente messi in rilievo da Luzzatto, che deplora “ripetizioni di frasi (a volte di intere mezze pagine) che manifestamente derivano da incontrollati taglia e incolla”, a sminuire il fascino delle pagine di Prosperi, che spazia abilmente dalla triste solitudine dell'attesa nel braccio della morte dei condannati negli USA e dal reality dedicato ai loro omologhi cinesi, con l'intento di sbeffeggiarli , da un'emittente televisiva di provincia del grande Paese comunista al rapporto tra espiazione e remissione nei rotoli del Mar Morto e all'attenzione di San Francesco per i condannati, confermata dal fatto che il santo di Assisi pretese di essere sepolto tra di loro. Il tutto è funzionale ad introdurre quella che secondo Prosperi sarebbe una particolarità italiana, o meglio “una storia italiana” per riprendere il titolo della seconda parte, quella più densa dell'opera nonché “centrale” nella sua struttura (“Confortare i condannati: una storia italiana”): l'attenzione posta dalla “religione italiana” verso il conforto al condannato a morte e la puntigliosa cura nell'organizzare la cerimonia del pentimento pubblico precedente all'esecuzione capitale vera e propria, finalizzata a riconciliare il condannato con Dio e con la società.
Ora, l'espressione "una storia italiana" per qualificare il fenomeno analizzato avrebbe potuto essere evitata: ricalca infatti infelicemente il titolo di un celebre libretto di propaganda elettorale ad alto impatto mediatico inviato alle famiglie italiane da un noto imprenditore e politico in occasione delle elezioni del 2001. Forse Prosperi avrebbe potuto scegliere un'espressione più sobria come "una vicenda" o "una particolarità italiana". Ma tralasciamo.
Un ulteriore caso mediatico “recente”, seppur un po' meno rispetto alla vicenda dell'uccisione di Bin Laden, introduce la problematica: Prosperi ricorda l'attenzione mediatica a suo dire tutta italiana per la vicenda di Joseph O'Dell, condannato a morte in Virginia nel 1997, per il quale si mobilitò papa Giovanni Paolo II ma ancor di più il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che si recò personalmente a confortare i familiari del condannato e a chiedere al governatore della Virginia un atto estremo di clemenza che non giunse. Orlando conferì anche a O'Dell la cittadinanza onoraria di Palermo e accolse la sua richiesta di essere sepolto nella città. Prosperi vede le radici storiche di quel gesto nella storia tutta italiana – da lui ripercorsa in questo libro – del conforto al condannato e delle Compagnie di Giustizia. Tale supposizione può sembrare esagerata: molti casi di condannati a morte negli USA e altrove, che pure suscitano grandi mobilitazioni in altri Paesi, passano inosservati in Italia, e l'attenzione italiana al caso O'Dell apparirebbe piuttosto dovuta a cause contingenti, oltre che all'influenza del Vaticano (O'Dell era cattolico), come rilevarono all'epoca diversi organi di informazione internazionali. Due esempi casuali datati al luglio 1997, nei giorni immediatamente successivi all'esecuzione (avvenuta il 23 luglio 1997). Il 25 luglio The Moscow Times scrisse: “The extraordinary support for O'Dell in Italy, where most U.S. executions go unnoticed, resulted from a mix of strong opposition to the death penalty, an appeal by Pope John Paul II for the Catholic O'Dell and a sophisticated public relations campaign by his Italian supporters. Italy's nationally circulated newspapers gave his case enormous coverage, which mobilized anti-death penalty activists and helped bring leading politicians on board”2. Il 31 luglio Andrew Gumbel per il quotidiano londinese The Independent spiegò dal canto suo con queste parole la bizzarra campagna mediatica italiana a favore di un condannato americano : "The explanations are many and complex. Even if the US Catholic church has remained silent on the issue, the Vatican has been campaigning energetically against the death penalty in recent months. That, in turn, has had a profound effect on the Italian political establishment, which is still heavily influenced by the church despite the demise of the old Christian Democrat Party. […] If the O'Dell case captured the public imagination, it was partly because of doubts about his guilt. He was originally convicted after choosing - unwisely - to act as his own defence counsel in court. Subsequent DNA tests showed that blood found on his clothing did not belong to his victim, Helen Schartner. A legal battle ensued to have further DNA tests performed on O'Dell himself, but the request was ultimately turned down. These facts did not reach Italy or the Vatican by magic, however. They became the object of a strange journalistic war between the country's various correspondents in the United States. Il Giornale first brought O'Dell to public attention. Then the Corriere della Sera blew it up into a huge scandal. Finally, the veteran correspondent for La Repubblica, Vittorio Zucconi, went into overdrive and refused to let a week go by without an interview with O'Dell's lawyers, or with O'Dell himself. All of them wrote as though O'Dell was as innocent as a lamb, brutalised by a heartless judicial system that refused to hear his side of the story. I met one of the journalists involved a couple of weeks ago and asked him about the O'Dell case. "He's guilty, of course," he said, without blinking. So that's the answer: O'Dell was just a good story blown up to keep Italian readers on the edge of their seats for a few months. That's show business, folks"3.
In ogni caso, prendendo spunto da queste premesse molto più vicine a noi, Prosperi elabora la sua ricostruzione personale della storia della pena di morte in Italia. Lo fa a partire da primordi tardomedievali, concentrandosi in primis sull'attenzione mostrata da parte di gruppi di laici devoti al conforto dei condannati: quei laici si organizzarono in compagnie che si dettero propri statuti e che la Chiesa patrocinò fin da subito, avvertendovi uno strumento per consolidare la propria egemonia spirituale. La svolta avvenne nel Quattrocento allorché l'esecuzione capitale perse il suo carattere di “violenza disordinata”. Il cerimonioso “modello romano”, nella ricostruzione di Prosperi, si impose progressivamente a tutta la Penisola. Va detto che l'analisi dello studioso si fonda in larga parte sui manuali dei confortatori e su alcune serie documentarie di ambito geocronologico limitato: molta attenzione è in particolare concessa al caso bolognese. E la casistica è selezionata in modo tale da confermare le teorie dell'autore. Il caso veneziano, cioè il caso del più importante Stato della Penisola, l'unico rimasto politicamente autonomo durante tutta l'età moderna, per esempio, è ignorato (spicca l'assenza di riferimenti a serie documentarie veneziane, sin dall'elenco delle abbreviazioni all'inizio del libro, dove non è citato nessun archivio veneziano o di area veneta). A Venezia, com'è noto, le esecuzioni non erano particolarmente spettacolari, soprattutto nel caso degli eretici. In questi casi, infatti – com'è ampiamente noto e Prosperi stesso lo ha ricordato in Tribunali della coscienza (Einaudi, Torino 1996)4 – , i condannati venivano annegati di notte nella laguna: il fine era da un lato di nascondere l'esistenza del fenomeno ereticale a Venezia, considerato una “macchia” per la comunità civile, dall'altro di impedire alla Chiesa di utilizzare il rituale dell'esecuzione per farsi eccessiva pubblicità davanti al popolo, a detrimento dell'autorità della Repubblica. Il caso napoletano, pur importante (Napoli era la città più grande e più vivace della Penisola, centro del dominio spagnolo in Italia) è trattato in fretta. Prosperi richiama brevemente – e in termini elogiativi – un “classico” lavoro di Giovanni Romeo del 19935, limitandosi ad aggiungere in modo perentorio che, pur essendo il modello napoletano importante, alla lunga fu soppiantato da quello papalino, la cui apoteosi si ebbe nella Roma barocca.
Il modello romano, secondo Prosperi, fu talmente efficace al punto che talvolta i condannati si mostrarono loro stessi inebriati di devozione, contribuendo spontaneamente a rendere la propria esecuzione uno spettacolo edificante al di là delle attese dei confortatori e dei confessori: è il caso per es. di Gian Matteo Bertoldi, condannato a morte dall'Inquisizione di Bologna per aver detto messa più volte illecitamente (possedeva solo gli ordini minori) e che fu decapitato nella Piazza Maggiore della città il 3 settembre 1710.
Ma il modello, nella ricostruzione di Prosperi, cominciò a declinare nel Settecento, con l'affermazione dell'incredulità e con la comparsa di un sentimento di sempre maggiore ostilità verso la Chiesa romana e i suoi rituali. Prosperi dà molta enfasi al caso di Carlo Sala, la descrizione del quale egli ricalca da un articolo di Angela Lischetti del 19976 (che tra l’altro cita scorrettamente in nota attribuendone la paternità ai curatori del volume in cui esso è pubblicato). Si trattava di un miscredente, dalle convinzioni deiste e volterriane, giustiziato a Milano il 25 settembre 1775. Fu condannato a morte per aver compiuto numerosi furti sacrileghi in chiese del milanese nonché per commercio di libri proibiti. Rifiutò sdegnosamente ogni conforto e non mostrò alcun segno di pentimento. La sua vicenda impressionò Pietro Verri che lo incontrò in carcere prima dell'esecuzione. Prosperi qualifica tale atteggiamento come segno del cambiamento dei tempi. Tale argomentazione appare un po' debole: come Prosperi stesso sa bene, non mancarono nei secoli precedenti casi di eretici impenitenti che rifiutarono, sulla base delle loro convinzioni, ogni atto esteriore di pentimento e sottomissione.
Prosperi sottolinea costantemente la specificità del sentimento italiano verso i condannati definendolo come un “unicum” nel contesto occidentale e come tratto saliente della “religione italiana” imposta dall'egemonia della Chiesa cattolica, pur dovendo ammettere che i casi della Spagna e del Portogallo (paesi nei quali nacque e si impose l'autodafé) presentano alcune similarità col caso italiano come da lui tracciato. Ma fuori dell'Italia il trattamento riservato ai condannati sarebbe rimasto molto più spietato e quasi del tutto privo di elementi di conforto, e lo testimonierebbe il fatto che spesso ai condannati veniva rifiutata la comunione. La spietata ferocia con cui in Francia si punivano i condannati per reati comuni ed ancor più per reati politici non sarebbe appartenuta all'Italia moderna. Va detto che quando il giustiziato rappresentava un pericolo politico, tuttavia, anche un papa “moderato” del Cinquecento come Pio IV mostrava di aver dimenticato ogni senso di pietà: basti pensare al trattamento da lui riservato ai parenti e collaboratori del suo predecessore e nemico Paolo IV (in particolare il cardinale Carlo Carafa e suo fratello Giovanni duca di Paliano, decapitati nel 1561) o ai responsabili della congiura del 1564 che mirava ad assassinarlo, congiura che è stata al centro di un recente libro di Elena Bonora7.
Insomma, malgrado il cupo fascino dostoevskiano che le pagine di Prosperi suscitano indubbiamente nel lettore e malgrado l'apprezzabilità del grande lavoro dell'autore nel mettere insieme questa sintesi definita “fluviale” ed “enciclopedica” dal recensore del Sole24Ore, la ricostruzione appare più fondata sulla pur brillante e vivace immaginazione dello studioso che non su una ampia ricognizione delle fonti tale da consentire un esame più critico di differenze e analogie tra i diversi casi territoriali. L'impresa sarebbe stata forse titanica, ma sarebbe stato l'unico modo per fornire una sintesi più convincente. Nell'impossibilità di portare a termine una simile impresa di ricognizione archivistica, più efficace sarebbe stato se l'autore si fosse concentrato su un unico caso territoriale (quello bolognese per es., che Prosperi dimostra di conoscere bene): l'operazione poteva consentire di formulare ipotesi più prudenti e meno onnicomprensive nonché di proporre interpretazioni generali meno perentorie e “ideologiche”.

Nessuno studioso, neppur navigato ed eminente, è immune dalla tentazione di farsi demiurgo della storia. In un contesto come quello italiano questa tentazione narcisistica è purtroppo favorita da una serie di sfortunati fattori: le risorse per le ricerche nel campo umanistico sono sempre più limitate; gli studi troppo ben documentati spesso non pagano in termini di impatto sul mercato editoriale e per di più espongono l'autore al rischio di essere liquidato come un "erudito" (in senso negativo); gli storici passano sempre meno tempo in archivio, vuoi a causa degli impegni didattici e amministrativi sempre più pesanti degli strutturati, della precarietà dei "giovani" ricercatori non strutturati, o degli inevitabili acciacchi dell'età dei vecchi professori che fanno il mercato (in un contesto accademico, come quello umanistico nostrano, drammaticamente dominato dalla gerontocrazia e dal "baronato"); la comunità "scientifica" è ossessionata dal dover dire sempre qualcosa di nuovo e fortemente originale ad ogni costo, anche assumendo il rischio di sconfinare nell'"esotico" e/o nel palesemente assurdo… Il risultato è il proliferare di studi poco solidi ed originali che possono certo esser fatti passare per innovativi e importanti dalle strategie di marketing editoriale di una casa editrice di alto rango e da recensioni compiacenti di colleghi o discepoli legati all'autore da obblighi di fedeltà e gratitudine (un esempio significativo è l'abile – sin dal titolo ad effetto – ma poco critica recensione di lancio al libro di Prosperi fresco di stampa pubblicata da Vincenzo Lavenia sull'Indice dei libri del mese8); ciò non toglie che ad una lettura meno superficiale non sfuggano i risultati molto deboli, sul piano scientifico, di simili operazioni editoriali.

Sembrano inserirsi appieno in questa tendenza che privilegia le strategie di promozione editoriale rispetto al valore scientifico della ricostruzione anche gli ultimi due libri di Marina Caffiero sulla storia degli ebrei in Italia in età moderna9: in particolare l'ambizioso saggio Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria (Einaudi, Torino 2012) fornisce una ricostruzione non meno immaginaria e infondata dei rapporti tra ebrei e cristiani della storia della pena di morte raccontata da Prosperi e non è esente neanche da forzature interpretative e sviste imbarazzanti, come recentemente rilevato, da diversi punti di vista, da Luciano Allegra su "Quaderni storici"10 e da Giovanni Romeo sulla "Rivista storica italiana"11. Se Allegra ha accusato la Caffiero di esser rimasta vittima dello stereotipo degli "italiani brava gente", ironizzando anche sulla presenza nel testo di "alcune sviste ed errori che occorrerebbe correggere" ("Su tutti - ha puntalizzato lo studioso - quello, piuttosto vistoso, che scambia Ragusa di Croazia con Ragusa di Sicilia, dando per scontato che l’Inquisizione romana, investita del caso da un domenicano dal cognome tipicamente siciliano, Obradovich, fosse in grado di invadere la giurisdizione dell’Inquisizione spagnola, ma soprattutto che nel cuore della Sicilia spagnola del Settecento potesse tranquillamente sopravvivere una comunità ebraica")12, Romeo dal canto suo si è concentrato sulle carenze empiriche e metodologiche della ricostruzione della studiosa, definendola "fragile"13. Si potrebbe aggiungere che nelle sue tesi centrali Caffiero non tiene conto di un fattore "identitario" importante messo a fuoco almeno da parte della storiografia occupatasi del caso spagnolo14: cioè i "cristiani" avevano "bisogno" degli "ebrei", come di altre minoranze, per definirsi come gruppo. Un gruppo non può definirsi come tale e costruire la propria identità senza la presenza del "diverso", dell'"altro da sé". Caffiero forza troppo la mano nello sminuire le frontiere che esistevano tra cristiani ed ebrei in età moderna, offrendo una panoramica edulcorata, attraente ma poco verosimile, dei rapporti tra i due gruppi. Una diffusa ostilità dal basso (fondata spesso su pregiudizi ancestrali) ancor prima che dall'alto è documentata ampiamente dalle fonti, come nota giustamente Allegra (che poi Caffiero nella sua ricostruzione non sia in grado di valorizzare e contestualizzare opportunamente le fonti utilizzate è argomentazione al centro dei rilievi di Romeo): piuttosto si potrebbe dire che la Chiesa e l'Inquisizione romana in qualche modo "contenevano" e "disciplinavano" entro un quadro normativo e teologico l'ostilità contro gli ebrei diffusa negli strati inferiori della società, trasformando la disordinata violenza popolare in una forma di violenza ordinata, che legittimava i soprusi e le discriminazioni ai danni di questa minoranza.

Per tornare a Prosperi e alla sua storia della pena di morte in Italia, parafrasando un memorabile intervento critico di Dominick LaCapra a proposito del Menocchio di Carlo Ginzburg15, si potrebbe concludere che in questo imponente libro, più che "la pena di morte nell'orizzonte mentale dell'Europa cristiana", è rappresentata la pena di morte nell'orizzonte mentale di uno storico italiano del giorno d'oggi (importante certo, ma non immune come non pochi colleghi dalla tentazione di farsi demiurgo della storia, astraendo troppo dalla documentazione e dalla realtà dei dati storici e forzando la mano metodologicamente e nella critica delle fonti).

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]