Processi alle streghe di Lecco (1569-1570)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

All'inizio del 1569 diverse donne di Lecco furono incarcerate per stregoneria. Quattro tra loro confessarono il 23 febbraio 1569 di essere state "a quel ballo o gioco diabolico" (ovvero di aver partecipato al sabba) e "d'haver fatto morire creature et bestiame et molte altre sceleragini". Le donne nominarono altre donne "di questa diabolica setta", il che portò al coinvolgimento di molte persone nell'inchiesta, che suscitò prontamente le attenzioni del cardinal Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, che, informando il 23 febbraio 1569 il cardinale Scipione Rebiba, "inquisitore maggiore" della Congregazione del Sant'Uffizio perorò da subito la condanna a morte delle imputate: "conviene farne essemplare dimostratione, essendo questa peste sparsa per quelle montagne et invechiata di mala maniera". Il 9 marzo le donne che avevano confessato di aver compiuto malefici erano diventate otto, a cui si aggiungeva un'altra donna che aveva confessato di aver compiuto sortilegi ad amorem. Una delle otto presunte streghe era però morta in carcere in circostanze non chiare. La Congregazione del Sant'Uffizio avanzò alcuni dubbi sulla vicenda, che si protrasse al di là delle aspettative del cardinal Borromeo, che il 13 agosto, sempre più convinto della necessità di mandare al rogo le ree confesse, rilasciava le donne al capitano di giustizia. Ma il Senato di Milano avanzò varie perplessità, scrivendo a Roma alla Congregazione del Sant'Uffizio, cosa che indignò il cardinale Borromeo. Due donne, la Tognotta e l'Anchisa, tramite i loro legali, chiesero di ascoltare nuovi testimoni e protestarono che le confessioni erano state estorte con la tortura. Gli approfondimenti si trascinarono, come evidenzia la corrispondenza tra il cardinale Borromeo e la Congregazione del Sant'Uffizio, fino all'inizio del 1570, e infine la Congregazione rendeva noto che le morti causate dalle streghe non erano sufficientemente provate. Borromeo provò a replicare che, in ogni caso, le donne andavano comunque condannate al rogo come eretiche. Alla fine del 1570 la vicenda non era ancora chiusa e un'altra donna, forse la Tognotta, moriva in carcere in circostanze sospette (con segni di soffocamento). Dato che questo è l'ultimo cenno alla vicenda dei processi alle streghe di Lecco nella documentazione disponibile, non è chiaro come essa andò a finire.

Bibliografia

  • Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Processo per stregoneria a Caterina de' Medici 1616-1617, Rusconi, Milano 1989, pp. 85-88.
  • Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Sansoni, Firenze 1990, pp. 47-52.

Article written by Daniele Santarelli & Domizia Weber | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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