"Primum non nocere"
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Medicina, eresia e non conformismo nella prima età moderna

A cura di Domizia Weber

DOI 10.5281/zenodo.1313420

Questa sezione di Ereticopedia è dedicata ai medici che, nella prima età moderna, si avvicinarono all’eterodossia abbracciando il dissenso in tutte le sue forme, sullo sfondo della crisi politico-religiosa e della contestuale rivoluzione medico-scientifica del Cinquecento.
Iscritti ai Collegi medici locali, presenti nelle città italiane fin dalla fine del XIV secolo, i professionisti della salute appaiono, da sempre, propensi a garantire i propri privilegi e la propria professionalità: lo mettono bene in evidenza gli statuti dei Collegi, che riconoscevano tali istituzioni come organismi autonomi regolando i rapporti professionali tra gli iscritti e tra costoro e gli altri cittadini, gli enti governativi e le varie corporazioni.
Nel dare una normativa specifica ai Collegi medici, in alcuni casi, gli articoli statutari come quelli rinnovati nel XVI secolo sembrano difendere non solo la professionalità degli affiliati ma anche le loro scelte confessionali: in un contesto caratterizzato dalla diffusione del dissenso a più livelli sociali e culturali in alcuni centri urbani - basti pensare a città come Venezia, Modena, Padova, Faenza, Ferrara e Lucca - tali istituzioni tentarono di salvaguardare l’ortodossia dei propri membri interdicendo o limitando l’accesso e la permanenza ad eterodossi, ebrei ed apostati.
Tuttavia, se gli statuti di alcuni Collegi, ad esempio quelli di Verona, Piacenza e Mantova, si preoccupavano di radiare dai Collegi i dissidenti, ribadendo anche il divieto di curare i malati non ancora confessati, secondo quanto stabilito dal Concilio Lateranense IV del 1215, in altri statuti invece dette norme mancavano del tutto.
Leggendo la normativa del Collegio medico di Modena, città dove la Riforma aveva incontrato molta fortuna, è evidente la mancanza degli articoli riguardanti la confessione dei malati, mancanza certamente voluta dai membri del Collegio, convinti eterodossi: sebbene nel 1542 Giovanni Grillenzoni, priore del Collegio, e altri affiliati come Gabriele Falloppia e Niccolò Machella, sospettati di eresia, avessero firmato gli Articuli ortodoxae professionis redatti dal cardinal Gaspare Contarini, tra le righe degli statuti è evidente il tentativo di difendere la propria autonomia confessionale e dottrinale dalle ingerenze della Chiesa.
È di tutto rilievo che il caso modenese non fu isolato nel senso che, tra le fila dei medici delle altre città italiane, molti professionisti della salute risultano vicini ai movimenti riformatori cittadini basti pensare - per citarne alcuni - a Girolamo Donzellini a Verona, Donato Antonio Altomare a Napoli, Michelangelo Bertolini a Lucca, Girolamo Buonagrazia a Firenze.
Il fatto che i medici fossero spesso legati al dissenso religioso era dovuto alla formazione ricevuta durante gli anni universitari e al contesto culturale del Cinquecento caratterizzato dalla rivoluzione scientifica innescata dagli studi vesaliani. Se da una parte il corso di laurea in medicina imponeva loro anche lo studio di materie come la filosofia, il latino ed il greco, essenziali per comprendere i testi, dall’altra Andrea Vesalio con la pubblicazione del De Humani Corporis Fabrica nel 1543, quindi con l’esposizione delle sue ricerche, aveva corretto Galeno e messo in discussione le auctoritates del settore. Inoltre, la coeva nascita della filologia indusse molti medici a leggere in modo critico i testi per verificare la loro esattezza anche dal punto di vista scientifico: l’Umanesimo, oltrepassando i confini della letteratura ed estendendosi anche alla medicina, portò i professionisti della salute a comprendere che molti scritti erano stati tradotti in modo errato e che Galeno aveva sezionato solo animali, che il fegato non aveva cinque lobi bensì uno, che la rete mirabile, cioè il fascio di nervi posto alla base della scatola cranica, non esisteva nel genere umano.
Tale ampiezza di interessi e di studi comportò per i medici una spiccata attenzione anche verso le questioni e le inquietudini religiose che permeavano la Penisola italiana fin dagli anni venti del XVI secolo: per costoro, impegnati negli studi, intenti ad allontanarsi da quanto fin a quel momento accettato dalla comunità scientifica, fu quasi fisiologico dissentire anche dall’ortodossia religiosa.
Sospettati di eresia, furono spesso allontanati dai Collegi e dai luoghi dove erano soliti esercitare: perseguitati e processati dai tribunali inquisitoriali, scelsero, in alcuni casi, la via dell’esilio oltralpe, in altri, invece, non riuscirono a scampare condanne spesso molto severe, fino al rogo.

In questa sezione, denominata Primum non nocere come un celebre aforisma probabilmente da attribuire ad Ippocrate, sono delineati i profili dei medici dissenzienti, ripercorse le loro vicende e messi in evidenza i loro studi, spesso spia della loro visione non conformista alla luce del nesso tra medicina ed eterodossia.

Bibliografia di riferimento

  • Maria Luisa Betri, Alessandro Pastore, L’arte di guarire: aspetti della professione medica tra medioevo ed età contemporanea, Clueb, Bologna 1997.
  • Alessandra Celati, Medici ed eresie nel Cinquecento italiano, tesi di dottorato inedita, Università degli Studi di Pisa, 2016.
  • Mary Lindemann, Medicine and Society in Early Modern Europe, Cambridge University Press, Cambridge 1999.
  • Alessandro Pastore, Le regole dei corpi. Medicina e disciplina nell’Italia moderna, Il Mulino, Bologna 2006.
  • Gianna Pomata, La promessa di guarigione. Malati e curatori in antico regime. Bologna XVI-XVIII secolo, Laterza, Roma-Bari 1994.
  • Domizia Weber, Sanare e maleficiare. Guaritrici, streghe e medicina a Modena nel XVI secolo, Carocci, Roma 2011.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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