Luigi Mascilli Migliorini, Prefazione, in Luca Al Sabbagh, Daniele Santarelli, Domizia Weber (a cura di), Eretici, dissidenti, inquisitori. Per un dizionario storico mediterraneo, vol. I, Aracne editrice, Roma 2016, pp. 13-14

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In questi giorni di autunno 2016, nella cattedrale di Lund in Svezia, si è levata la preghiera comune di cristiani che cinque secoli hanno tenuto distanti e assai spesso ferocemente contrapposti. Con gesto elegante, la leggera anticipazione dei tempi ha permesso che il gesto di concordia si sottraesse alla cadenza pienamente cinquecentenaria, e dunque, alle inevitabili memorie identitarie che quella circostanza è destinata a porre in primo piano. Questa anticipazione ha, tuttavia, permesso che i suoi autorevoli protagonisti trovassero il tempo e l’occasione di indicare quale debba essere, a loro giudizio, il segno sotto il quale dovrà, tra qualche mese, essere posto l’anniversario della Riforma, il significato profondo e l’insegnamento che da essa si vuole trarre.
La ricerca storica, nella sua insopprimibile autonomia, ma anche in quel rapporto stretto tra ragioni del presente e ragioni del passato che ne costituisce il principale motivo di legittimità, non potrà non avvertire il senso di quanto sta accadendo e delle attese e delle responsabilità che su di essa si caricano nel momento in cui l’occasione cinquecentenaria impone non solo un ravvivarsi di studi, ma anche una riflessione critica ampia e fruttuosa. Queste attese e queste responsabilità si iscrivono, peraltro, in un contesto – che è poi il contesto che dà all’incontro di Lund un valore ancor più ampio e impegnativo di quanto esso da solo già non possegga – particolarmente delicato. Le crisi drammatiche del nostro presente segnalano, particolarmente nello spazio a noi così vicino del Mediterraneo, un ritorno alle religioni che si offre – come tante volte nella storia – con una inquieta duplicità. Da un lato le religioni tornano oggi ad essere «guerre di religioni», conflitti violenti che l’appello alla fede rende, per tutti gli attori, carnefici e vittime per così dire, irriducibili. Per un altro lato, le religioni sembrano in grado di sviluppare – nella crisi evidente della secolarizzazione – forme di umanesimo antiche e nuove al tempo stesso, di fornire chiavi di coabitazione reciproca tra diversi che le affaticate forme della modernità politica non sono più in grado di garantire.
Guardare indietro, al momento in cui l’Europa fu teatro di questo tragico paradosso, non potrebbe, dunque, conoscere momento più opportuno e difficile. Ed è in questa prospettiva che ritengo utile salutare lo sforzo compiuto nelle pagine di questo volume da tanti storici, spesso di «nuova generazione».
Non è difficile, per chi sfoglia queste pagine, accorgersi non solo del rilevante sforzo organizzativo richiesto dal mettere insieme studiosi di varia provenienza e di ancor più varia formazione, e del tradurre questo sforzo in un volume omogeneo e, nello stesso tempo, bene articolato. Ci si accorge anche che il risultato si offre come mosso da attenzioni metodologiche e prospettive di indagine che aiutano e spiegano l’incontro tra gli studiosi. L’ampiezza delle mappe storiche e, per così dire, geografiche in cui è collocata la ricerca singola, la ricognizione specifica, talvolta esplicitamente prosopografica, è tale da lasciar comprendere quale sia il valore conoscitivo aggiunto che questa opera può, anche negli sviluppi che di essa si annunciano, darci. Essa è un invito ad accogliere, nella grande trasformazione della vita religiosa conosciuta dal Cinquecento europeo, ma non solo europeo, il formarsi di una libertà che è in primo luogo richiesta di rispetto della diversità. Nella battaglia di verità che si contrappongono, prende posto e coraggio una battaglia dei dubbi che riavvicinano. Dubbi sostenuti da fedi e da speranze non meno forti e autentiche delle certezze della verità e, dunque, tanto diversi dal dubbio nichilistico nel quale l’Europa nata da essi rischia oggi di naufragare. O di dovere, come è accaduto, appunto, in questi giorni, ritrovare nelle fedi da cui essa si era separata una forza che essa fa fatica a ritrovare in se stessa.

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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