Leto, Pomponio
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Giulio Pomponio Leto (Diano, 1428 ca – Roma, 1498) è stato un umanista ed erudito italiano.

Vita e opere

Infanzia e giovinezza

Giulio Pomponio Leto nacque a Diano (oggi Teggiano, in provincia di Salerno) nel 1428, frutto di un amore giovanile del conte Giovanni di Sanseverino. Nonostante le ipotesi degli studiosi, il vero nome dell’erudito rimane ancora oggi ignoto. Iulius Pomponius è lo pseudonimo che egli scelse di attribuirsi mentre l’epiteto Laetus «Leto», dovuto alla giovialità dei modi, è attestato soprattutto tra gli allievi. L’umanista viene però ricordato anche attraverso altri cognomina: egli è chiamato Balbus, a causa di un difetto nell’elocuzione, Infortunatus per la sua prigionia e, dopo essere scampato alla prigione, Fortunatus. Il Platina riferisce che durante una seduta del processo contro i congiurati del 1468 Pomponio, interrogato da Paolo II circa il suo vero nome di nascita, rispose evasivamente di avere due nomi (se bynomyum fuisse).
Le notizie riguardanti la giovinezza di Pomponio sono estremamente scarse, nonostante ci siano state tramandate le «biografie» scritte dagli allievi Pietro Marso e Michele Ferno in occasione della morte del maestro (a queste è da aggiungersi la Vita del Leto scritta da Marco Antonio Sabellico). Nei racconti di questi letterati, esemplati retoricamente attraverso il genere del discorso funebre, vi è il ricordo del maestro quale erudito più insigne di Italia, restauratore della purezza della lingua latina e degli antichi riti classici. Il Marso riferisce che il giovane Pomponio, vessato dalle insidie della matrigna e del fratellastro Roberto (divenuto poi principe), fu costretto ad abbandonare la famiglia paterna. Spinto dalla lettura di Virgilio, si recò quindi in Sicilia per osservarne da vicino le meraviglie. Attorno al 1450 Pomponio arrivò a Roma, dove divenne allievo di Lorenzo Valla e di Pietro Odo da Montopoli. Durante questo primo periodo romano, egli sembrò essere affascinato più dal magistero grammaticale del Valla, definito «sermonis Romani instaurator atque fundator» [cfr. Pomponio Leto, De praeteritis, f. 94r, citato in H. Dixon, Pomponio Leto and his teachers Lorenzo Valla and Pietro Odo da Montopoli: evidence from work on Lucretius, in «Italia Medioevale e Umanistica», LI, 2010b, p. 317, n. 210]. Nel 1464 l’erudito, per volontà del pontefice Paolo II, entrò in albo doctorum come professore di eloquenza allo Studio romano, succedendo al maestro Pietro Odo che era morto improvvisamente. Egli si dedicò all’insegnamento nello Studio fino alla prima metà del 1467, quando si trasferì a Venezia con il proposito ufficiale di recarsi in oriente per imparare il greco e l’arabo. Tra le motivazioni che spinsero l’umanista al trasferimento si devono ricordare anche le continue irregolarità nel pagamento del suo stipendio. In attesa di imbarcarsi per l’oriente, racconta il Leto nella Defensio scritta da lui stesso, egli divenne precettore dei figli di Andrea Contarin e Luca Michiel. L’intimità raggiunta con i giovani allievi fu tale da costare all’umanista l’accusa di sodomia. Sottoposto a giudizio dal Consiglio dei Dieci con l’imputazione di avere scritto un libro immorale e sospettato di sodomia, Pomponio fu prima arrestato dai Veneziani e poi estradato a Roma su richiesta del papa (7 marzo 1468). Le accuse mosse contro di lui furono quelle, molto più gravi, di eresia e di partecipazione alla congiura contro il pontefice.

L’«Accademia Romana» e la congiura del 1468

Per comprendere meglio il clima di tensione in cui maturò l’opposizione degli umanisti romani è necessario rivolgere lo sguardo alla Roma governata da Paolo II. Il pontefice veneziano fu impegnato fin dalla sua elezione nella riaffermazione della potestas pontificia contro l’autonomia della curia e dei cardinali. Nel 1464, dunque, per limitare l’indipendenza di pensiero degli umanisti al servizio della curia, il papa non esitò a licenziare tutti gli abbreviatori pontifici, il cui numero era salito esponenzialmente per volontà del predecessore Pio II. Tra gli abbreviatori assunti dal Piccolomini e licenziati da Paolo II vi fu anche il Platina (Bartolomeo Sacchi, 1421-1481). Questi, essendo stato privato della sua fonte di sostentamento, scrisse una lettera sfrontata al pontefice in cui minacciava la convocazione di un concilio. Per tutta risposta, Paolo II lo mise in prigione per quattro mesi, da dove fu poi liberato per intercessione del cardinale Gonzaga. Nel 1466 fu invece arrestato il grande umanista Giorgio da Trebisonda, reo di aver fallito la sua missione per conto del papa a Costantinopoli e colpevole di aver riconosciuto il sultano turco, Maometto II, quale imperatore dei Romani. Il Trapezunzio, che era stato anche precettore dello stesso Paolo II, venne poi prosciolto in base alle sue ritrattazioni. Questi due episodi sono sufficienti per descrivere bene il clima di sospetto che vigeva a Roma in quegli anni in cui le tendenze umanistiche, filosofiche e libertarie, convivevano con lo spauracchio dell’«appello al Turco».
Racconta l’erudito Giovanni Campagna che Pomponio aprì la sua casa sul Quirinale e la sua libreria personale alla frequentazione degli altri letterati e dei giovani romani [cfr. Vita di Pomponio Leto di G. Campagna in Pomponio Leto, Lucrezio, a cura di G. Solaro, Sellerio, Palermo, 1993, pp. 31-36: p. 33]. Questo gruppo compatto di letterati, definito dallo stesso ideatore Sodalitas literatorum Sancti Victoris et sociorum o semplicemente Sodalitas Quirinalis (dal luogo di incontro), venne poi comunemente identificato con la definizione di Accademia Romana o Pomponiana (un recente studio di Concetta Bianca ha dimostrato che vi è una precisa distinzione terminologica fra le due denominazioni e che il termine academia deve essere riferito allo Studium universitario).
Fin dal 1464, dunque, il Leto, animato da intenti pedagogici, istituì nella sua casa una specie di scuola o officina dicendi (secondo la definizione del Marso). L’erudito, in qualità di pontefice massimo, presiedeva alle riunioni in cui, accanto allo studio dei testi classici, venivano fatte rivivere le stesse usanze pagane. Tra queste, famosa è la celebrazione dei Parilia, le feste in cui nella Roma antica si ricordava l’anniversario della fondazione dell’Urbe, il 21 aprile. Nella sua orazione funebre, il Marso ribadì più volte l’assoluta onestà e l’innocenza degli incontri della sodalitas, tentando di riscattare il maestro (e i suoi compagni) dalle dicerie e dalle accuse che portarono il Leto alla prigionia.
Nel 1468, dunque, i membri dell’accademia vennero arrestati e fatti rinchiudere da Paolo II a Castel Sant’Angelo con l’accusa di aver preso parte ad una misteriosa congiura repubblicana ordita ai suoi danni. Il Leto, già prigioniero a Venezia, in qualità di ispiratore della sodalitas, venne ricondotto a Roma con le accuse di eresia, empietà e congiura. Tra gli accademici coinvolti furono imprigionati, oltre a Pomponio, il Platina, Antonio Settimuleio Campano, Lucio Fosforo Fazini e Agostino Maffei. Riuscirono invece a scappare Glauco Condulmer, Petreio e Callimaco Esperiente (Filippo Buonaccorsi, 1437-1496), sul quale vennero addossate tutte le responsabilità. Nonostante gli sforzi della critica di fare chiarezza sull’accaduto, le reali motivazioni della congiura sono ancora oggi ignote. Non è stata altresì trovata alcuna prova della colpevolezza del Leto, anche perché i resoconti del suo interrogatorio sono andati perduti. È certo che le accuse riversate sui congiurati riferirono genericamente (e in maniera confusa) di una penetrazione di idee eretiche, neopagane e epicuree, di una radicale devianza dalla norma e dalla disciplina ecclesiale. Esistono però degli indizi che confermerebbero che i letterati «pomponiani» furono effettivamente coinvolti in un intrigo politico internazionale a fianco del sultano turco, volto a provocare un concilio contro il papa o addirittura lo scisma [cfr. P. Medioli Masotti, L’Accademia romana e la congiura del 1468, in «Italia medioevale e umanistica», XXV, 1982, pp. 189-204]. Nell’interrogatorio conseguente all’arresto, ad esempio, il Platina venne interrogato sotto tortura circa la natura dei rapporti intrattenuti con Sigismondo Malatesta, nemico papale per eccellenza e in contatto con Maometto II fin dal 1461. Sia il letterato che il condottiero, inoltre, furono grandi ammiratori del neoplatonico Gemisto Pletone (che il Sacchi venerava come secundum Platonem). Lo stesso Paolo II, secondo l’ambasciatore milanese Giovanni Blanco, in seguito all’arresto del Leto a Venezia dichiarò che quest’ultimo si era recato nella città lagunare «per volere deinde andare ad trovare el Turcho». Effettivi contatti con i Turchi ebbe invece Callimaco il quale, scampato alla prigione, si comportò in modo da confermare tutti i sospetti che gravavano su di lui. Approdato a Costantinopoli dopo varie peripezie, egli manovrò invano per far passare l’isola veneziana di Chio sotto il dominio ottomano. Uscito indenne anche da questa seconda congiura, si rifugiò presso la corte polacca (che seguiva una politica filo-turca non gradita al papato).
La breve prigionia dei congiurati, se da un lato servì alla diaspora di tutti gli umanisti non ortodossi alla politica papale, dall’altro lato contribuì alla composizione di una serie di opere. Il Leto scrisse in carcere la propria Defensio mentre il Platina compose il De falso ac vero bono e la Vita Pii Pontificis.
Il processo agli accademici si risolse velocemente e con condanne assai miti. Già all’inizio del 1469, infatti, i congiurati, prosciolti dalle accuse, furono liberati. Il Leto poté riprendere l’insegnamento presso lo Studium Urbis mentre il Platina venne in seguito nominato bibliotecario della Biblioteca Vaticana (1475).

L’insegnamento presso lo Studium e le opere

Dal 1470 fino alla sua morte Pomponio si dedicò all’insegnamento, attività che interruppe solo in occasione di due lunghi viaggi negli anni 1479-1480 e 1482-1483. In queste trasferte egli visitò la Germania, la Polonia e tutta l’Europa orientale, arrivando fino al Mar Nero.
L’attività di Pomponio Leto quale insegnante è riccamente documentata da una serie di manoscritti, copiati e postillati dall’umanista o dai suoi allievi. Il materiale tramandatoci può dividersi in due tipi. Il primo tipo è composto dai chirografi, cioè i testi commentati che il professore o gli studenti postillavano con annotazioni ai margini e in interlinea. Il secondo tipo è costituito dai dictata, ossia dagli appunti presi durante le lezioni che venivano poi raccolti in un unico volume.
Il lungo periodo di insegnamento dell’umanista è stato diviso in tre differenti periodi da Zabughin. Nel primo periodo, corrispondente al decennio 1470-1480, prevalse la critica linguistica ed esegetica e il commento dei poeti classici (soprattutto i poeti epici). Tra i codici di questa prima fase sono stati tramandati gli autografi pomponiani di Lucano (Vat. lat. 3285), di Stazio (Vat. lat. 3279), di Silio Italico (Vat. lat. 3302) e di Ovidio (Vat. lat. 3264). Il secondo periodo (1480–1484 ca.) fu caratterizzato dall’interesse per le questioni filologiche, linguistiche e grammaticali. Al limite di questo secondo momento si colloca il commento al De lingua Latina di Varrone, testo letto nel corso tenuto presso lo Studium nel 1484-1485, e trasmesso da due codici di dictata degli allievi (il Vat. lat. 3415 e l’Escurialense g.III.27). Nel terzo periodo, infine, dal 1484 alla morte, l’insegnamento dell’umanista fu connotato da un interesse storico-archeologico e dall’attenzione per la Roma classica. Allo studio delle antiche magistrature fu dedicato il Liber de magistratibus, sacerdotiis, iurisperitis et legibus mentre nei Caesares (pubblicati postumi nel 1499) egli sintetizzò il suo interesse per la storia romana.
Secondo la testimonianza del Ferno, Pomponio Leto morì a Roma il 9 giugno 1498. Tale datazione è quella accolta dalla maggior parte della critica, sebbene altre fonti ne anticipino la morte al 21 maggio 1497.

Bibliografia

  • Maria Accame Lanzillotta, L’insegnamento di Pomponio Leto nello Studium Urbis, in Storia della Facoltà di lettere e filosofia de «La Sapienza», a cura di L. Capo - M. R. Di Simone, Viella, Roma, 2000, pp. 71-91.
  • Ead., Pomponio Leto. Vita e insegnamento, Biblioteca pomponiana, Tivoli, 2008.
  • Ead., Pomponio Leto, Giulio, in DBI, vol. 84 (2015)
  • Concetta Bianca, Pomponio Leto e l’invenzione dell’Accademia Romana, in Les Académies dans l’Europe humaniste: idéaux et pratiques, a cura di M. Deramaix et al., Librairie Droz, Genève, 2008, pp. 27-56.
  • Isidoro Carini, La «Difesa» di Pomponio Leto, in Nozze Cian – Sappa-Flandinet 23 ottobre 1893, Bergamo 1894, pp. 151-193.
  • Helen Dixon, Pomponio Leto and his teachers Lorenzo Valla and Pietro Odo da Montopoli: evidence from work on Lucretius, in «Italia Medioevale e Umanistica», LI, 2010b, pp. 261-319.
  • Michele Ferno, Iulii Pomponii Laeti Elogium historicum, ed. G.D. Mansi, in J.A. Fabricii, Bibliotheca Latina mediae et infimae aetatis, vol. VI, Florentiae, 1859, pp. 629-632.
  • Pietro Marso, Funebris oratio habita Romae in obitu Pomponii Laeti, in M. Dykmans S.J., L’humanisme de Pierre Marso, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1988, pp. 79-85, note 69-82.
  • Paola Medioli Masotti, L’Accademia romana e la congiura del 1468, in «Italia medioevale e umanistica», XXV, 1982, pp. 189-204.
  • Vladimiro Zabughin, Giulio Pomponio Leto. Saggio critico, vol. I, La Vita letteraria, Roma 1909; vol. II, Tip. italo-orientale «San Nilo», Grottaferrata, 1910-12.

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Article written by Anna Gabriella Chisena | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]