Algieri, Pomponio

Pomponio Algieri (Nola, 1531 ca. - Roma, 19 agosto 1556) è stato un eretico condannato a morte dal Sant’Uffizio romano.

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Biografia

Pomponio Algieri studente a Padova

Nacque a Nola attorno al 1531. Studente a Padova, meta universitaria di molti studenti del Regno di Napoli, viveva insieme al giurista Ippolito Craya di Veglia, a una certa Caterina piemontese (moglie di quest'ultimo) e a un certo Giacomo Castracucchi, un altro studente napoletano, in un'abitazione nei pressi del Portello. Costoro, come risulta dal processo istruito a carico del Craya da parte del vescovo di Veglia Alberto Duimio, avevano formato un piccolo circolo intellettuale, che si cibava di letture comuni e contestava i precetti della Chiesa romana. 
L'arresto di Pomponio avvene in casa del Craya, nel maggio 1555.

Il processo padovano

Algieri apparve ai suoi giudici come un giovane di circa 25 anni, con poca barba bionda. Sin dal primo interrogatorio, avvenuto il 29 maggio 1555 nel palazzo pretorio di Padova, presenti fra Girolamo Girello, inquisitore e maestro di sacra teologia, Gerardo Busdraghi, vicario del vescovo di Padova (cardinal Francesco Pisani), e al podestà di Padova Stefano Trevisan, negò l’autorità del papa, sostenendo essere Cristo l’unico capo della vera Chiesa, disse di considerare validi come sacramenti solo l’eucarestia e il battesimo e di non credere alla presenza reale del corpo di Cristo nell’ostia consacrata. I due interrogatori seguenti si svolsero il 17 e il 28 luglio 1555, presenti Girello, Busdraghi e il nuovo podestà di Padova Pietro Morosini, ribadendo in modo ancora più esplicito e senza turbamenti le proprie convinzioni. Nell’interrogatorio del 17 luglio Algieri dichiarò la sua adesione alla dottrina della giustificazione per sola fede luterana e biasimando le dottrine della Chiesa romana in proposito. Nell’ultimo interrogatorio si rifiutò di svelare i nomi dei compagni di fede; negò inoltre le dottrine del Purgatorio e dell’intercessione dei santi.

I dubbi veneziani sull'estradizione

Il 24 agosto 1555 papa Paolo IV, appena venuto a sapere del caso dello studente nolano, ne chiese l’estradizione a Roma. Il nunzio a Venezia Filippo Archinto, calorosamente esortato a nome del papa dal cardinal Carlo Carafa, esercitò le più vive pressioni sul governo veneziano in tal senso. Ma da parte veneziana sulle prime si temporeggiò, per la preoccupazione che la consegna del giovane nolano a Roma suscitasse il malcontento degli studenti padovani (in particolare di quelli stranieri, tra i quali c’erano molti protestanti). Pertanto il podestà di Padova, Pietro Morosini, di concerto con il capitanio Vincenzo Diedo, giudicò opportuno non procedere a sentenza alcuna contro l’Algerio, sperando che quest’ultimo “mediante il tormento delle pregioni havesse vogliuto lasciare questa sua ostinazione et forsi humor malencholico”.

Trasferimento e processo a Roma, martirio in piazza Navona

Alla fine, tuttavia, il Consiglio dei Dieci concesse l’estradizione (14 marzo 1556). La notizia, riportata a Roma dall’ambasciatore Bernardo Navagero, fu accolta da Paolo IV con grande soddisfazione. Algieri, tradotto a Roma, fu sottoposto ad un nuovo processo (i cui atti sono andati perduti), Rifiutatosi di abiurare, fu condannato a bruciare vivo come eretico impenitente. Il suo supplizio, avvenuto in piazza Navona il 19 agosto 1556, fu terribile: egli fu infatti bruciato vivo dentro una caldaia piena di olio, pece e trementina allestita a piazza Navona. L’esecuzione avvenne il 19 agosto 1556. Il suo caso destò una certa impressione, per la fermezza e la serenità con cui sopportò il carcere e affrontò il supplizio, notate negli avvisi diplomatici, e la propaganda protestante ne fece ben presto un martire.

Bibliografia

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]