L’ex Rettore al limite della docenza
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L’ex Rettore al limite della docenza: un pamphlet di Stefano Pivato sull’homo academicus contemporaneo

Quaderni eretici | Cahiers hérétiques, 3, 2015 : http://www.ereticopedia.org/rivista

Recensione di Stefano Pivato, Al limite della docenza. Piccola antropologia del professore universitario, Donzelli, Roma 2015, pp. VI–122

Il pamphlet di Stefano Pivato è tutto dedicato a un tema recentemente spesso oggetto di viva attenzione da parte dei mass media: la decadenza e la corruzione morale dell’università italiana. Propone una "piccola antropologia", a tinte fosche e per certi versi caricaturale, del professore universitario italiano del giorno d’oggi: innanzi tutto narcisista, smisuratamente egocentrico, incline ai litigi, alla diffamazione dei colleghi e alle lettere anonime, con poca voglia di lavorare, spesso assenteista, nonostante che i suoi obblighi lavorativi sarebbero nettamente inferiori alla media dei colleghi stranieri. Peraltro poco dinamico e poco aggiornato sul piano scientifico, ostile al digitale e alle nuove tecnologie, abbarbicato ai privilegi della cattedra ottenuta in genere nella stessa università in cui si è laureato e nella quale ha svolto tutta o gran parte della sua carriera, l’homo academicus nostrano dipinto da Pivato è tenace difensore di quel tristemente noto “ius loci”, regola non scritta ma ben conosciuta nell’accademia e immancabilmente applicata ad ogni tornata concorsuale, con l’effetto di sbarrare la strada agli “esterni” anche se bravi e meritevoli.
Si potrebbe dire: da che pulpito la predica ! Pivato non è certo l’ultimo tra i ricercatori precari o gli emigrati all’estero per mancanza di prospettive nel mondo della ricerca italiano. È un potente ordinario di storia contemporanea dell’Università di Urbino e in quella piccola, antica e a dire il vero ultimamente un po’ “decaduta” università si è laureato e ha svolto la quasi totalità della carriera, sin dai primi passi negli anni settanta. Vi ha finito per raggiungere i massimi gradi accademici, occupando per diversi anni la poltrona di Rettore (fino alla scadenza del mandato nell’ottobre 2014). Durante il suo governo accademico – ricordato dai suoi colleghi come non particolarmente brillante, anzi non è mancato chi lo ha definito “un incubo baronale”1 – è stato completato il processo di statalizzazione che ha salvato la precedentemente “libera” Università di Urbino da un prevedibile clamoroso fallimento alle soglie del quale era stata portata da politiche decisamente poco virtuose (riguardanti anche e soprattutto il reclutamento del personale e la programmazione). Il salvataggio forzoso non ha risparmiato all’università governata dal rettore Pivato l’onta di vedersi classificare all’ultimissimo posto nella classifica dell’Anvur sulla qualità della ricerca tra i numerosi atenei della sua categoria (“atenei medi”), cosa che non ha mancato di suscitare spropositate polemiche (come l’intervento choc del Presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi, che richiese la chiusura degli atenei di Bari, Messina e Urbino, accumunati dalla pessima valutazione Anvur e definiti “fabbriche delle illusioni”). Pivato è stato altresì membro di non poche commissioni di reclutamento di ricercatori, associati e ordinari e molto recentemente è stato membro della commissione chiamata a conferire l’abilitazione scientifica nazionale (ASN) nel settore concorsuale 11/a3 (storia contemporanea) nella prima e seconda tornata (2012 e 2013; la commissione ha concluso il suo lavoro alla fine del 2014). I giudizi di questa commissione e i criteri delle promozioni/bocciature sono stati al centro di immancabili polemiche, così come per molti altri settori disciplinari delle prime due, disgraziate, tornate ASN.
Fin qui, tuttavia, nulla di particolarmente grave in un contesto accademico che, come rimarca Pivato stesso, si nutre abitualmente di scandali e polemiche.
Ma un “barone” di cotanto rango che si mette ad attaccare in modo così frontale e spudorato i suoi confratelli non può che far molto parlare e destare gran curiosità. E non a caso il libretto ha subito suscitato l’attenzione di importanti testate giornalistiche, nelle quali sono apparse le consuete e scontatissime critiche all’università dei baroni con i soliti toni impressionistici e scandalistici2. In sé e per sé quello di Pivato potrebbe anche essere considerato come un nobile e ricercato gesto di riscatto, un atto di “pentimento” e di ammirabile autocritica. Se non fosse che una simile operazione non destasse il legittimo sospetto di aver voluto cavalcare l’onda di un argomento molto in voga (e a dire il vero anche abbastanza “usurato”) per vendere bene con poco sforzo (anche di redazione: sono solo 120 pagine, e molto discorsive!) e soddisfare un banale bisogno narcisistico di visibilità (il narcismo è proprio uno dei peggiori vizi rinfacciati ai confratelli baroni in questo pamphlet e perché allora il solo Pivato dovrebbe esserne immune?). Preso poi sul versante della sua attività scientifica, al netto di soliti recensori “amici” compiacenti e del marketing editoriale delle case editrici con cui dall’alto del suo rango può permettersi di pubblicare, Pivato non è che si possa definire questo grande storico, uno di quelli da annoverare tra i grandi maestri (di fama o di fatto). Nei suoi libri e libretti dedicati a vari aspetti curiosi e accattivanti della storia dell’Italia contemporanea ha spesso e volentieri, in effetti, cavalcato l’onda: non raramente essi assumono la forma di pamphlet dal titolo ad effetto e sembrano puntare molto più sugli aspetti comunicativi e di marketing (catturare l’attenzione del lettore, soddisfarne le curiosità etc.) che non sul rigore metodologico e sulla vastità dell’analisi di dati e documenti3. L'operazione sembra ripetersi, in modo ancora più ambizioso e applicata stavolta all'antropologia del professore universitario italiano. E forse non è un caso se il pamphlet ha suscitato queste fini riflessioni da parte di Marco Viola:

L’ex rettore cede ampiamente al medesimo vizio che (giustamente!) recrimina ai giornalisti: indulgere a una narrazione “pressapochista e incline a cogliere lo scandalo […] contribu[endo] ad accrescere la misteriosità della vita accademica” (p. 102). Una narrazione sicuramente “vera”, ma quanto mai “parziale” ed inflazionata: per conoscere il “docente-mostro” bastava una ricerca con le parole chiave “professore universitario” sui motori di ricerca dei principali quotidiani italiani; che bisogno c’era di scriverci un intero libro?4

Un altro “recensore per caso”, per giunta collega di Pivato all’Università di Urbino, si è invece lasciato proprio andare nel suo blog personale. In un post dal titolo alquanto sarcastico ed “evocativo” (“Università allo sbando: cacca stellare, auto-cacca rettorale e tanta ipocrisia”), Stefano Azzarà, ricercatore di Storia della filosofia, ha mescolato truci critiche e ricordi personali:

Pivato è stato Rettore a Urbino per molti anni. Nel mio minuscolo ho contribuito a eleggerlo, investendo in lui grandi speranze di rinnovamento (ero rappresentante dei ricercatori nel Cda dell'Università) e una buona dose di amicizia. Ho imparato presto però, sulla mia pelle, che la differenza tra un Barone conservatore e un Barone Rosso è sostanzialmente questa: quando ti incula, il Barone Rosso vuole anche sentirsi dire grazie, perché lui è convinto di essere sinceramente democratico e ti sta beneficando. (…) Pivato ha esordito con grandi proclami di trasparenza e partecipazione ma poi si è circondato di yesmen e chi osava criticare era fuori. Nel concreto, ha boicottato la protesta dei ricercatori contro la Legge Gelmini sostituendo tutti coloro che avevano rinunciato agli incarichi di insegnamento, ha applicato la controriforma con zelo impareggiabile prorogando se stesso e blindando un Cda onnipotente, ha trasformato l'Università di Urbino nel dormitorio della Celere di Senigallia con l'obiettivo di stroncare con la repressione il movimento studentesco. Il fatto che per soddisfare l'aspirazione legittima a veder promosso il proprio libro si presti adesso a lasciarsi coinvolgere nel giochino di Gian Antonio Stella, uno dei principali promotori della campagna contro l'Università e la scuola pubblica, ne fa il Perotti del 2015. Certamente io provo delusione nei suoi confronti (…) Tuttavia, quando Pivato ha scritto libri interessanti li ho segnalati in questo blog come tali. In questo caso, invece, davvero bisognerebbe imparare la decenza – appunto – di tacere.5

Simili spunti polemici e attacchi personali emergono nei numerosi commenti lasciati dai lettori sulle pagine internet degli organi di informazione che hanno recensito il pamphlet. Tra questi, si può facilmente supporre, diversi colleghi e confratelli stizziti da questa operazione editoriale, che rimproverano a Pivato ipocrisia e incoerenza. Colpisce in particolare un commento apparso a margine della recensione pubblicata su Il Foglio del 17 febbraio 20156:

E Pivato chi è per dare lezioni di moralità? Un diplomato in ragioneria che diventa preside di una facoltà di Lettere e poi addirittura rettore universitario! Autore di libretti su canzonette e giornaletti. I suoi giudizi in occasione della tornata 2012 dell'abilitazione scientifica nazionale sono semplicemente aberranti, scritti in un italiano sgangherato, pieni di errori di contenuto, a vantaggio unicamente di soci della Sis[s]co e allievi vari.

Niente di particolarmente innovativo e interessante, dunque (al di là delle sterili e inutili polemiche personali). Né rispetto alla banalità e alla semplificazione giornalistica con cui spesso si presentano al pubblico gli oggettivamente gravi problemi dell’università italiana. Né rispetto a ciò che Pivato stesso ha prodotto in ambito scientifico. Il pamphlet di Pivato manca oltretutto, drammaticamente, di una pars construens, cioè di seri aspetti propositivi. Nessun cenno, per es., a come riformare un sistema di reclutamento che ha fatto cadere, insieme ai tagli ai finanziamenti, in uno stato pietoso e miserabile la vita degli atenei italiani, rubando il futuro ai giovani meritevoli e favorendo "l'irresistibile ascesa del cretino locale" (come da celebre definizione di Pietro Rossi)7. Il fatto poi di affermare (atteggiamento molto diffuso che Pivato sembra riprendere) che in Italia le cose fanno schifo e all’estero invece sì che sono seri (in questo caso limitatamente agli ambiti dell’università e della ricerca) è una grossolana banalità e segno di mentalità “provinciale”. Il percorso accademico e professionale di Pivato è stato prettamente localistico e manca quasi del tutto di un elemento oggi considerato fondamentale: l’“internazionalizzazione”. Questa esperienza umana e professionale “limitata”, unita all’appartenenza al mondo delle discipline umanistiche (in Italia in profondissima crisi, almeno sul versante del reclutamento e del ricambio generazionale, e sempre più caratterizzato da gerontocrazia, autoreferenzialità e resistenza all'innovazione tecnologica) e ad un ateneo medio-piccolo, di provincia e in forte sofferenza negli ultimi anni, ha probabilmente condizionato non poco l’ex Rettore nell’antropologia cupa e pessimistica che traccia. Pivato dimostra altresì di conoscere poco le storture degli ambienti accademici al di fuori dello Stivale, che non sempre sono modelli da seguire pedissequamente. Chiusure localistiche, mentalità provinciale, egolatria, narcisismo, ipocrisie, stranezze e prepotenze degli accademici esistono anche in Francia e in Svizzera, per intendersi. Certo, forse un po' meno che in Italia. Inoltre i docenti vengono pensionati prima e finanziamenti migliori garantiscono un più efficace ricambio generazionale. Ma non è tutto oro ciò che luccica e, come recitava una celebre canzone di De Andrè: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Sarà un miracolo, ma l’Italia continua ad essere una fucina di talenti, che spesso (ahinoi) fanno fortuna all’estero. Se riescono a competere alla pari con gli omologhi stranieri e talvolta a sbaragliare la concorrenza, pur giocando fuori casa, vorrà dire anche che la parte della formazione che hanno ricevuto nel “letamaio” universitario patrio (come solitamente viene dipinto dai mass media e dagli intellettuali “illuminati” nostrani, questi ultimi spesso grandi beneficiari del sistema contro cui dirigono i propri affondi) non era poi così male. Talvolta, raramente, ritornano e portano con sé il valore aggiunto delle loro esperienze (positive e negative) al di fuori della Penisola. Pivato, comunque, sembra non essere particolarmente interessato al fondamentale tema del rientro dei cervelli, il che in un pamphlet del genere meraviglia un po’. La fuga dei talenti per lui sembra inevitabile. È affrontata come un argomento come un altro per dipingere una situazione a tinte fosche e “disperata” e fare moralismo fine a se stesso. L’unica proposta degna (per così dire) di nota formulata dall’ex Rettore, l’invito de facto ad accettare una “decrescita felice”, presente nelle pagine finali di questo libretto, non è assolutamente condivisibile. Vorrebbe dire accettare passivamente la decadenza come inevitabile, continuando a sbarrare la strada ai giovani e ai meritevoli in un’ottica profondamente egoistica e conservatrice.

(Daniele Santarelli)

Data di pubblicazione on line:
14/02/2015 su http://ereticopedia-materiali.wikidot.com
16/02/2015 su http://www.ereticopedia.org

Ultimo aggiornamento: 06/03/2015

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]