Comunisti e mangiabambini

Comunisti e mangiabambini : un libretto sulle origini della leggenda

Quaderni eretici | Cahiers hérétiques, 2, 2014 : http://www.ereticopedia.org/rivista#toc4

Rec. di Stefano Pivato, I comunisti mangiano i bambini : storia di una leggenda, Bologna, Il Mulino, 2013, pp. 184, euro 14

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Questo libretto di Stefano Pivato è dedicato alla leggenda, diffusa nella propaganda anticomunista novecentesca di vario orientamento politico ed ideologico, che attribuiva ai comunisti, russi in primis ma poi anche cinesi, vietnamiti, nordcoreani etc., l'usanza di uccidere bambini e consumarne le carni. La leggenda nacque a seguito delle grandi carestie verificatesi nell'Urss degli anni venti e trenta (è noto altresì che molto spesso queste carestie, soprattutto negli anni trenta, venivano “pianificate” ad arte dai gerarchi sovietici per punire determinati gruppi di popolazione, ma su questi aspetti Pivato sorvola del tutto, liquidando superficialmente dette carestie come “tragedie provocate dalla fame”). Durante tali carestie si verificarono casi di antropofagia, provocati dalla fame e dalla disperazione della popolazione vessata da situazioni estreme.
Ma casi di cannibalismo non furono assenti durante altri momenti della dittatura staliniana, in particolare durante l'assedio delle città sovietiche da parte dell'invasore tedesco. Alle vessazioni del regime si aggiungeva la guerra in casa con il nemico alle porte. Ci furono casi, Pivato stesso lo ricorda, di donne che soffocarono i propri neonati per dar da mangiare agli altri figli. E durante la lunga dittatura staliniana non mancarono commerci di carne umana e disseppellimenti di cadaveri dai cimiteri compiuti da gente stremata che aveva bisogno di sfamarsi. Nella legislazione sovietica furono introdotte leggi che prevedevano severe punizioni per i colpevoli di tali atti.
La leggenda dei comunisti mangiabambini, spiega Pivato, trae origine dunque da fatti realmente accaduti, dai quali prese spunto la propaganda di vario orientamento, in diversi contesti nazionali e momenti storici, per screditare a fini politici ed elettorali l'immagine dei partiti filosovietici e/o comunisti e contribuire ad affievolirne il consenso popolare. Al di là della sua credibilità (che p.e. parte della popolazione italiana, come quella incolta delle aree rurali meridionali, credesse effettivamente a tale assurdo mito è tutto da dimostrare), l'accusa fu efficace come sbeffeggiamento anticomunista e non a caso alimentò vignette e manifesti satirici. Pivato passa in rassegna vari casi di impiego della leggenda a fini propagandistici. In un libro di piccolo formato, che non arriva alle 200 pagine, la rassegna è per forza limitata ad alcuni casi particolarmente paradigmatici; la brevità del testo non favorisce un'analisi particolarmente densa e comparativa : il mito dei comunisti mangiabambini poteva essere con maggiore efficacia comparato con altri miti negativi riguardanti gruppi politici, sociali o etnici, ravvisandovi affinità e differenze. L'unica comparazione degna di nota è abbastanza banale e forse poco utile. Pivato paragona le accuse contro i comunisti a quelle contro gli ebrei (e solo in epoca contemporanea), dipinti questi ultimi come plutocrati, capitalisti e cospiratori oltre che come dediti a varie altre nefandezze, accuse che fomentarono l'antisemitismo che alimentò la persecuzione nazista sfociata nella Shoah. I passaggi dedicati a questo paragone sono poco convincenti : la discriminazione e la persecuzione degli ebrei è stata una tragica vicenda plurisecolare, con tratti comuni certo, ma da contestualizzare specificamente a seconda delle aree geografiche e dei periodi storici. È utile altresì ricordare che anche se nessun regime comunista elaborò una compiuta teoria razziale antisemita (a dire il vero il regime staliniano per molti versi ci andò vicino, soprattutto nei suoi ultimi anni), essi non furono esenti dal diffondere pregiudizi contro gli ebrei e talvolta dal promuovere massacri di ebrei in quanto tali. Dal canto loro, le accuse ai comunisti non furono invece mai alla base di grandi massacri organizzati ai danni dei comunisti stessi : rimasero utili strumenti di propaganda e di sbeffeggiamento contro un temuto avversario politico. I comunisti, come la storia tragica del Novecento dimostra ampiamente, si trovarono molto più spesso a recitare la parte dei carnefici che non delle vittime, e costruirono anch'essi dei miti di demonizzazione dei loro avversari o meglio nemici, e forse in modo più accanito di quanto venisse fatto ai loro danni. Comunque non furono mai da meno, nella demonizzazione e criminalizzazione dei loro avversari, rispetto a questi ultimi. Pivato cita le elezioni italiane del 1948, svoltesi in un contesto ormai di “guerra fredda”, e certi manifesti e volantini di propaganda elettorale della Democrazia Cristiana che attribuivano ai comunisti le peggiori nefandezze (in certi casi non esagerando, perché certi manifesti alludevano a massacri e deportazioni effettivamente avvenuti in Urss e nei Paesi dell'Europa orientale in quel momento da poco conquistati alla causa comunista), tra le quali anche quella di “mangiare i bambini”. Questa tendenza a disumanizzare i comunisti nella propaganda avversaria avrebbe fatto sì poi che questi venissero rappresentati in esilaranti e ben note vignette satiriche del secondo dopoguerra come trinariciuti, cioè provvisti di tre narici. Va rilevato che però in tal caso la deformazione del comunista tendeva a sottolinearne il fanatismo ideologico e l'obbedienza cieca e talvolta stupida ai propri leader politici. In ogni caso la stessa propaganda dei comunisti italiani in quel contesto di “guerra fredda” non fu meno tenera nei confronti dei democristiani e degli altri avversari. È nota poi l'efficacia della politica culturale del PCI, soprattutto negli anni di Togliatti, tesa a isolare e a demonizzare l'intellettuale dissidente rispetto alle posizioni del Partito. La “criminalizzazione” dell'avversario, o meglio nemico politico è una tendenza che fu praticata a lungo dal PCI nostrano (anche quando esso si affrancò dallo stalinismo, seguendo l'evoluzione delle dinamiche politiche sovietiche), i cui membri spesso si sentivano moralmente superiori rispetto agli avversari di destra, di sinistra e di centro. Il retaggio di questa tendenza passata purtroppo rimane ancora al giorno d'oggi in certe fazioni, ultimamente molto minoritarie per fortuna, della Sinistra italiana ed europea. Per tornare al caso delle elezioni italiane dell'immediato secondo dopoguerra, se i comunisti venivano descritti nei manifesti della propaganda avversaria come crudeli e disumani, non meno violenti erano i manifesti comunisti contro i democristiani e i loro avversari, dipinti come voraci e panciuti divoratori del Bene pubblico (Pivato questo lo ricorda) o servi di un potere straniero (viene a mente un manifesto, non citato da Pivato, che dipinge De Gasperi accostandolo agli Austriaci dei tempi delle guerre d'indipendenza, giocando sull'origine trentina dello statista e sul fatto che da giovane avesse fatto parte, da sostenitore dell'autonomia della popolazione di lingua italiana, cosa naturalmente non evidenziata, del Parlamento austriaco).
Insomma, questo libro di Pivato affronta una tematica non troppo originale, sulla quale sono presenti ben più importanti (ed equilibrati) studi, non sempre citati e valorizzati come si deve dall'autore. Insiste sulla faziosità dei denigratori dei comunisti di ogni epoca, ma esso stesso risulta un po' fazioso nella sua impostazione generale. Alcuni passaggi riferiti a certe grottesche ed esilaranti affermazioni anticomuniste di Silvio Berlusconi, che in un caso portarono ad una protesta ufficiale del governo cinese (ma Berlusconi, statista talvolta alquanto pasticcione, ebbe sempre un certo talento nel provocare con le sue battute incidenti diplomatici con altri Stati, anche quando esse non avevano un contenuto anticomunista) possono risultare di divertente lettura. Peraltro nel trattare questi come molti altri episodi emerge una certa faziosità da parte dell'autore e, in una certa misura, un uso politico della storia un po' mortificante. Un uso politico che, nel trattare un elemento di propaganda finalizzato a demonizzare i comunisti, finisce per certi versi per demonizzare i loro avversari, soprattutto quelli dell'immediato secondo dopoguerra, che spesso militavano in partiti che difendevano ideali democratici e liberali che i comunisti stessi aborrivano. Manca inoltre del tutto l'analisi di aspetti che avrebbe potuto risultare molto utile, per così dire per guardare all'altra faccia della medaglia: non viene troppo preso in esame e contestualizzato il carattere violento e denigratorio della propaganda comunista contro i rispettivi avversari, che fossero fascisti, liberali, cattolici-democratici o socialdemocratici. In che misura, ci si potrebbe chiedere, la costruzione di certi pregiudizi anticomunisti come quello assurdo dei mangiabambini era una reazione alla propaganda comunista che attribuiva ai nemici politici le peggiori nefandezze, spesso disumanizzandoli in modo anche peggiore ? In che modo inoltre, si potrebbe aggiungere, la costruzione del mito del comunista mangiabambini fu in rapporto con le violenze e i massacri perpetrati dai comunisti contro i propri avversari politici e contro popolazioni inermi ? Se pure i comunisti non mangiavano i bambini, i regimi comunisti si macchiarono delle peggiori atrocità, che non risparmiarono gli elementi deboli della popolazione, bambini compresi. Non è un caso se la notizia della finta deportazione in Urss dei bambini siciliani diffusa dalla stampa fascista alla fine del 1943 fu attribuita a un carnefice vero, quel Vysinski che fu il regista delle grandi e terribili Purghe staliniane degli anni trenta, che non risparmiarono donne e bambini. Quella "falsa notizia" si fondava poi su un antecedente vero : la deportazione in Urss di un contingente di circa tremila bambini spagnoli durante la guerra civile tra franchisti e repubblicani. La deportazione di questi bambini spagnoli, in parte ma non tutti, figli di militanti repubblicani, è descritta da Pivato come un'operazione puramente "umanitaria" per sottrarli alle atrocità e alle ristrettezze della guerra (in realtà venivano sottratti sì al Paese natale devastato dalla guerra civile, ma per essere trasferiti in un Paese straniero che stava attraversando un periodo altrettanto e forse più tragico e nel quale l'infanzia veniva sottomessa all'ideologia in modo senz'altro più brutale che nell'Italia fascista o nella Spagna franchista: dalla padella alla brace, si potrebbe dire, restando in tema rispetto al titolo e all'argomento di questo libro). Per il rientro di tali "Niños de Rusia" in patria si mobilitarono in seguito, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sia il governo spagnolo sia il Vaticano sia associazioni umanitarie, riuscendo ad ottenere il rimpatrio almeno di una parte di essi.

Qualche accenno autenticamente critico a questi aspetti, a questo non trascurabile risvolto della medaglia, avrebbe potuto arricchire molto questo libretto e liberarlo da sospetti di faziosità, di facile schematizzazione ideologica, nonché di un certo uso politico della storia che legittimamente si possono sollevare. Lo si ripete, pur essendo di un'evidenza lapalissiana : nel Novecento i comunisti furono molto più spesso carnefici che vittime (anche in Italia militanti comunisti, iscritti o simpatizzanti del PCI o di altre formazioni di estrema sinistra, furono responsabili di esecuzioni sommarie o efferati assassini politici, si pensi alle vicende avvenute nel cosiddetto "Triangolo della morte" negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale o al terrorismo rosso degli anni di piombo; e di nuovo si pone il problema di come queste crudeltà commesse da militanti comunisti abbiano contribuito all'elaborazione di miti negativi ai loro danni, questione del tutto elusa da Pivato). Essi tuttavia sono caratterizzati in questo libro esclusivamente come vittime innocenti di pregiudizi, discriminazioni e persecuzioni ingiustificate, un po' come gli ebrei o gli afroamericani. Al caso tragico degli ebrei quello dei comunisti vien pure apertamente paragonato da parte di Pivato, che facendo ciò sbaglia prospettiva in modo vistoso. L'approccio, nel complesso, appare un po' limitato e limitante e rischia di deludere anche il lettore meno accorto. Non a caso non ha suscitato neppure l'apprezzamento dei lettori che lo hanno acquistato su un noto sito commerciale. Due esempi di giudizi "profani", molto tranchant ma significativi della reazione del pubblico a questa operazione editoriale (a dispetto delle solite recensioni benevole di "lancio" del libro apparse su alcuni organi di informazione), con cui si può chiudere : "Mi aspettavo di meglio. Storie e spiegazioni di un classico luogo comune. Nulla di eccezionale e niente sorprese. Resoconti e basta. Non ho trovato divulgazione e né grossa storiografia. Qualche risata amara, ma nulla di più. Acquisto errato, sullo stesso argomento c'è di meglio." ; "Il libro cerca, invano a mio parere, di rimanere oggettivo,ma scade continuamente in valutazioni di parte. Qualche fugace accenno a casi,definiti sporadici ed estremi,di bambini mangiati,e tante situazioni di evidente manipolazione della notizia in chiave anticomunista. Il libro non è divertente né divulgativo."

Daniele Santarelli

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]