Pasque Piemontesi (1655)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Le Pasque Piemontesi furono un massacro della popolazione civile valdese che abitava le valli piemontesi di Luserna, Perosa e San Martino (attuali Pellice, basso Chisone e Germanasca) da parte di un esercito franco-sabaudo comandato dal marchese Carlo Emanuele Filiberto Giacinto Simiana di Pianezza.

Definizioni e terminologia

Il massacro si consumò nei giorni 25-27 aprile 1655, ma secondo il calendario giuliano - allora ancora vigente nei paesi protestanti - esso cadeva a ridosso della pasqua di resurrezione (celebrata il 14 aprile 1655). Uno dei principali testimoni dell'evento fu l'ambasciatore inglese Samuel Morland, che ne fece un primo resoconto storiografico (la History of the Evangelical Churches in the Valley of Piemont) utilizzando però le datazioni del calendario giuliano vigente in Inghilterra, che meglio si adattavano al potenziale pubblico della sua opera. A partire da questo fraintendimento delle fonti seicentesche, nell'Ottocento lo storico e pastore valdese Alexis Muston coniò l'espressione "Pasque Piemontesi" - destinata ad avere una larghissima fortuna - usando però la datazione del Morland nel descrivere un episodio che - in realtà - si consumò dieci giorni dopo la celebrazione della pasqua. Negli anni Settanta del Novecento, per rimediare a questo equivoco, lo storico valdese Augusto Armand-Hugon propose di usare la definizione più generica di primavera di sangue. D'altro canto i contemporanei usarono altre espressioni per definire l'evento: dal semplice vocabolo massacro alla definizione più drammatica di jour de sang et de carnage data dal pastore Jean Léger, testimone diretto e moderatore delle chiese valdesi all'epoca dei fatti.

L'episodio

I preparativi

Il casus belli che scatenò la carneficina fu un ordine promulgato il 25 gennaio 1655 dalla Camera dei Conti del ducato sabaudo, per bocca dell'auditore Andrea Gastaldo, in base al quale i riformati della val Luserna che possedevano terre e case oltre i "limiti di tolleranza" sanciti dalle capitolazioni di Cavour (1561) avrebbero dovuto trasferirsi più a monte, con una moratoria di venti giorni per vendere i loro beni o in alternativa convertirsi al cattolicesimo. In caso di rifiuto, tutti i trasgressori sarebbero stati condannati alla morte e alla confisca dei loro patrimoni. L'ordine tuttavia fu disatteso dalla quasi totalità di coloro che si trovavano in casu edicti. Le comunità della valle e le chiese valdesi del Piemonte avevano infatti preparato una supplica al duca Carlo Emanuele II e alla reggente Cristina di Francia per chiedere la revoca dell'ordinanza. In attesa di ricevere una risposta, i proprietari dei fondi "fuori dai limiti" avevano deciso di non vendere le loro terre al Patrimonio Ducale e di rifiutare le compensazioni promesse.

Mentre la supplica si perdeva nei meandri delle segreterie ducali, nella capitale sabauda un apposito Consiglio per l'aumentatione et conservatione della Catholica Fede creato qualche anno prima dalla reggente Cristina di Francia su istanza dello stesso marchese di Pianezza. Nel "Consiglio" sedevano alti magistrati (i presidenti della Camera e del Senato sabaudi), alti prelati (l'Arcivescovo di Torino Giulio Cesare Barbera, che presiedeva l'organo) oltre a ministri e militari dello stato sabaudo, fra i quali lo stesso marchese di Pianezza. Fu in questa sede che si prese la decisione di intervenire militarmente contro i comuni della val Luserna.

Nel frattempo i comuni della val Luserna non erano rimasti inermi. Fin dalle settimane successive alla pubblicazione dell'ordine di sgombero chiese e comunità valdesi avevano richiesto l'aiuto della Compagnia dei Pastori di Ginevra, che pur consigliando di obbedire all'ordine e attendere gli esiti della supplica ritenne doveroso informare le autorità cittadine e diramare un avviso ai cantoni evangelici di Berna e Zurigo. Alla fine del mese di febbraio del 1655 la notizia giunse anche alle orecchie del governo inglese, che attraverso il matematico John Pell, ambasciatore di Cromwell a Zurigo, fu costantemente aggiornato dell'evolversi della vicenda e iniziò a imbastire quella cordata diplomatica che si sarebbe rivelata essenziale nei mesi successivi al massacro. Verso metà marzo i cantoni di Zurigo, Basilea, Sciaffusa e Appenzell avevano inviato al duca di Savoia una lettera ufficiale per chiedere di ritirare il controverso ordine di sgombero del 25 gennaio, suscitando peraltro l’indispettita reazione del duca che trovava in ciò la conferma di una «cospirazione» internazionale antisabauda organizzata dai principali leader valdesi. La necessità di riaffermare la sovranità sabauda su quelle terre di frontiera (da venticinque anni la fortezza di Pinerolo e una parte della val Perosa era in mano francese) convinse la reggente a dare il via libera all'intervento militare proposto dal "Consiglio" torinese.

L'incarico fu affidato al marchese di Pianezza, al quale la reggente diede il comando di 500 fanti e 200 cavalieri. Il piccolo contingente armato era affiancato dal senatore Giovanni Francesco Perrachino, al quale era data facoltà di procedere ad arresti e confische nei confronti dei trasgressori dell'ordine di gennaio. Ufficialmente l'azione si configurava come un'operazione di polizia giudiziaria. Tuttavia nelle settimane che precedettero l'arrivo dei soldati nelle comunità valdesi, il marchese di Pianezza aveva sguinzagliato nella pianura piemontese numerosi agenti incaricati di fare reclute di volontari. All'appello risposero centinaia di contadini, soprattutto delle terre della valle Po, attirati dalla prospettiva di facili bottini e debitamente spronati da missionari cattolici al seguito del Pianezza, che esortavano la truppa alla guerra per purgare le valli di Luserna dall'eresia. Agli effettivi del marchese di Pianezza si aggiunsero anche alcuni cattolici della val Luserna, al seguito del marchese Cristoforo Manfredi di Luserna.

Il massacro

Con queste forze il marchese di Pianezza si presentò al borgo di Luserna nella tarda giornata del 17 aprile 1655. La popolazione valligiana si era da tempo rifugiata nell'interno e sulle alture, lasciando la difesa delle case e dei villaggi del fondovalle alla milizia locale. Venuti a sapere dell'imminente arrivo dei soldati ducali, i rappresentanti dei comuni di valle avevano indetto un'assemblea nel corso della quale fu deliberato di opporre resistenza armata. Il Pianezza ebbe presto ragione delle milizie locali, che dopo le prime scaramucce furono sconfitte e costrette a negoziare l'alloggiamento dei soldati ducali nelle case degli abitanti. Tuttavia con i pochi effettivi fornitigli dal governo ducale il comandante sabaudo si era reso padrone dei borghi di Luserna e Torre, nel fondovalle, e non era riuscito ad avere un pieno controllo del territorio montano, dove il grosso della popolazione civile continuava a restare prudentemente sulle armi.

Nei giorni seguenti la spedizione ebbe un'inaspettata evoluzione quando il piccolo contingente sotto il comando del marchese di Pianezza si ingrossò grazie all’arrivo di un intero reggimento francese comandato da Jacques Rouxel, conte di Grancey e maresciallo di Francia, alla testa di circa 18.000 uomini che avevano svernato nelle valli del Delfinato e con la primavera si erano messi in cammino per raggiungere il comando alleato franco-sabaudo a Pavia, dove Mazzarino aveva deciso di sferrare un colpo mortale alla Spagna nella guerra che da venti anni si consumava nel nord Italia. Nella settimana cruciale del 19-24 aprile il grosso del reggimento di Grancey era giunto nei dintorni di Pinerolo, proprio quando il marchese di Pianezza aveva stabilito il campo dei suoi pochi effettivi all’imbocco della val Luserna. Il comandante sabaudo non si lasciò sfuggire l’occasione e scrisse a corte per chiedere che il principe Tommaso di Savoia – che aveva il comando delle truppe alleate – autorizzasse la temporanea deviazione di questo esercito dalla sua tabella di marcia.

All'alba del 25 aprile venne dato ordine di marciare nell'interno della val Luserna, penetrando lungo i valloni di Angrogna e Rorà, dove i valdesi avevano posto i loro quartieri per l'ultima difesa. L'impeto è massiccio e i valligiani sono disfatti in poche ore. L'assalto segna l'inizio dei massacri: i soldati ducali, i francesi e i reparti volontari si abbandonano per tre giorni a saccheggi, violenze, stupri contro la popolazione civile. Migliaia di fuggiaschi cercano di raggiungere i colli, bloccati dalle abbondanti nevicate invernali, per trovare riparo nelle terre francesi (il Queyras e la val vicina val Perosa). Dal campo di Torre, il marchese di Pianezza scrive alla duchessa Cristina di Francia per informarla del buon esito della spedizione:

credo che Nostro Signore (…) voglia che si pensi a purgar interamente questo si bel paese dall’infettione dell’eresia et della ribellione (…) se piace a Dio benedetto di dare quel felice fine che io spero in brevissimo tempo a questo negotio, ne formarò una relatione per mandar a Roma, indirizzata a far spiccar la gran presa e meriti di V.A.R. in questa risoluzione1

Le vittime sono almeno un migliaio. Ai sopravvissuti alla carneficina si pone l'alternativa fra la detenzione nelle carceri ducali e la deportazione nelle terre del Piemonte come servitori presso case private di famiglie cattoliche. Una quarantina di valdesi prigionieri nelle carceri torinesi scelgono l'abiura, celebrata solennemente il 18 maggio nella piazza di fronte al palazzo ducale.

La resistenza valdese

Fra i rifugiati scampati al massacro c'erano il pastore Jean Léger, fuggito nella val Perosa francese, e il capitano Giosuè Gianavello, che aveva trovato riparo nel Queyras. Separati dalle linee nemiche, che avevano preso possesso della val Pellice, questi due nuclei di rifugiati daranno origine ad una guerriglia di resistenza destinata a ribaltare le sorti del conflitto.

Mentre Giosuè Gianavello organizzava una squadra di uomini e ritornava in alta val Pellice, prendendo possesso di un alpeggio fra i comuni di Bobbio e Villar, in val Perosa il pastore Jean Léger si fece promotore di un'assemblea pubblica allo scopo di coordinare l'azione. Dopo aver scartato l'ipotesi della resa e dell'esilio - ventilata da alcuni pastori della vicina val Pragelato - l'assemblea prese due decisioni dense di conseguenze: da un lato affidò al capitano Barthélémi Jahier il compito di riorganizzare le difese valdesi; dall'altro affidò al pastore Léger il delicato compito di recarsi in missione a Parigi e Londra per chiedere la protezione del re di Francia e del Lord Protettore.

Dai primi di maggio Jahier e Gianavello iniziarono a cacciare i soldati ducali, ridotti in numero a causa della diserzione dei volontari (ormai carichi di bottino) e della partenza delle truppe francesi, che si erano rimesse in marcia per Pavia. Alla fine del mese i due gruppi della resistenza valdese si congiungono sulle alture della valle d'Angrogna e adottano una sistematica strategia di guerriglia, attaccando in piccoli gruppi le retroguardie ducali e saccheggiando le cascine del fondovalle per fare rifornimento di viveri. Il 13 maggio 1655 le milizie valdesi attaccano il villaggio di San Secondo e fanno strage di un intera compagnia ducale che vi aveva preso quartiere. Il governo ducale sottrae il comando delle truppe al marchese di Pianezza e lo affida al conte François de Mesmes, signore di Marolles, che sceglie una strategia difensiva concentrando le forze sui presidi del fondovalle. I valdesi subiscono un duro colpo il 18 giugno, quando il capitano Barthélémi Jahier viene catturato e ucciso nel corso di un'imboscata mentre Gianavello, pure lui ferito, sfugge per un pelo alla cattura.
La morte di Jahier consegna la guida delle milizie a Gianavello, mentre le fila della resistenza si ingrossano grazie all'arrivo di numerosi volontari dalle provincie ugonotte di Francia. Molti sono militari di professione: alla milizia contadina dei valdesi si aggiungono così fanti, piccoli reparti di cavalleria e soprattutto alcuni ufficiali, veterani delle guerre di Fiandra o dell'esercito di Gustavo Adolfo di Svezia, i quali prendono la direzione delle operazioni militari e imprimono alla resistenza valdese un deciso cambio di strategia: dall'assalto alle cascine del fondovalle si passa all'attacco diretto ai presidi ducali, fino al tentativo di prendere il forte di Torre, all'imbocco della val Pellice.

L'intervento diplomatico delle potenze protestanti

Mentre nelle valli la resistenza valdese riprendeva il controllo del territorio, Jean Léger marciava a tappe forzate verso Parigi, non prima di aver fatto tappa a Grenoble per redigere un manifesto di denuncia da far circolare per tutta la Francia. La sua missione fu dunque largamente anticipata dalle notizie che rimbalzavano attraverso tutto il mondo protestante.

Fin dai giorni successivi al massacro, infatti, i pastori delle chiese valdesi rifugiati in val Perosa stilarono una Lettre des fidèles exilées con l'intenzione di inviarla a Ginevra per informare la Compagnie des Pasteurs di quanto stava accadendo nelle valli del Piemonte. La lettera giunse il 7 maggio nella città del Lemano, dove Antonio Léger - rettore dell'Accademia e zio del leader valdese Jean Léger - la trasmise al Consiglio cittadino e alle autorità di Berna e Zurigo. Qui la lettera fu posta all'attenzione dell'ambasciatore inglese John Pell, che la trasmise subito a Londra per informare Oliver Cromwell dell'accaduto e che consigliò le autorità elvetiche di trasmetterla anche al Principe del Palatinato e alle autorità delle Province Unite.

Si venne così a delineare una cordata diplomatica anglo-elvetico-olandese che alla fine di maggio era già pienamente operativa. Il risultato fu che quando Léger varcò le porte di Parigi trovò ad attenderlo l’ambasciatore olandese, William Boreel, messo in allerta dagli Stati Generali e a sua completa disposizione per introdurlo nei meandri della corte di Francia. Su consiglio di Boreel, Léger rimise mano al manifesto che aveva redatto a Grenoble e lo diede alle stampe in forma anonima (Recit veritable de ce qui est arrivé depuis peu aus Vallées de Piémont, Paris, 1655).

Frattanto Oliver Cromwell aveva inoltrato al re di Francia una richiesta formale di spiegazioni circa la partecipazione del reggimento di Grancey al massacro dei valdesi. Mazzarino - che stava trattando con l'Inghilterra i termini di un'alleanza antispagnola - rispose di essere all'oscuro della vicenda, mentre Luigi XIV garantì la sua protezione ai valdesi che avevano trovato rifugio nelle sue terre. Il Lord Protettore scrisse un'altra lettera al pastore valdese Jean Léger - che stava per imbarcarsi alla volta di Londra - rassicurandolo del suo interessamento e pregandolo di fare marcia indietro per raggiungere Samuel Morland, l'ambasciatore che aveva spedito a Torino presso la corte del duca di Savoia. Cromwell non scartò neppure l'ipotesi di un intervento militare contro il Piemonte (proprio in quei frangenti la flotta dell'ammiraglio William Blake stava incrociando le acque del porto di Nizza) e la corrispondenza degli ambasciatori inglesi mostra che il governo inglese premeva sui cantoni svizzeri affinché fossero i primi a prendere le armi contro il duca di Savoia.

Dal canto loro però i cantoni evangelici temevano che un intervento armato scatenasse una guerra civile interna alla Confederazione, dato che i cantoni cattolici si erano alleati con il duca di Savoia. Rivolgendosi al borgomastro di Zurigo, l'ambasciatore John Pell esprimeva in questo modo la sua visione dello stato delle cose:

The fire draws near you – Wallis on one side, Turgow on the other; the Grisons that lie between them are ready to go together by the ears of the same reason. The evangelical cantons will be forced to take up arms whether they will or no2

Nonostante le pressioni inglesi, l'iniziativa diplomatica degli svizzeri fu dettata dalla prudenza: all'inizio di giugno le autorità di Zurigo, Berna e Sciaffusa avevano mandato a Torino il colonnello Gabriel Weiss per chiedere al governo ducale la fine delle ostilità, ma anche per prendere sul posto le dovute informazioni prima di decidere un eventuale intervento armato.

La pace di Pinerolo

Di fronte a questa escalation diplomatica, e al rischio dell'apertura di un conflitto europeo in un'area che la Francia considerava di sua influenza, il governo francese decise infine di intervenire direttamente nella faccenda dando incarico al suo ambasciatore a Torino, Enemond Servient, di recarsi a Pinerolo e patrocinare un negoziato di pace fra i rappresentanti del duca e i ribelli valdesi.

Sul fronte diplomatico, infatti, la situazione aveva preso una piega preoccupante tanto per Mazzarino quanto per il duca di Savoia. Alla fine di giugno la polizia di confine aveva fermato in val di Susa il medico di Losanna Antonio Guerino con addosso una bozza di trattato di pace, assai simile nella forma all'editto di Nantes, che se fosse stata approvata avrebbe ampliato le libertà dei valdesi anziché contenerle entro gli stretti «limiti di tolleranza» nei quali il duca intendeva chiudere i valdesi.
L'iniziativa era stata presa dalla diplomazia svizzera, che intendeva così gettare acqua sul fuoco ed evitare l'incognita dell'opzione armata proposta da Cromwell. Il fallimento della missione di Guerino non interruppe l'iniziativa diplomatica dei cantoni evangelici: al ritorno in patria del colonnello Weiss fu presa la decisione di istituire una folta delegazione diplomatica guidata dal proconsole di Zurigo Salomon Hirzel e composta da delegati dei cantoni di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa. Scopo della missione era trattare con il duca di Savoia una pace con i ribelli valdesi.
D'altro canto anche l'Inghilterra e l'Olanda avevano deciso di intervenire direttamente per dare il loro contributo ad una pace favorevole agli interessi dei riformati. Alla fine di luglio gli ambasciatori George Downing e Roelof van Ommeren stavano percorrendo di gran carriera le strade francesi per arrivare in tempo a Pinerolo e prendere parte al negoziato con l’obiettivo di strappare al duca di Savoia – con la minaccia di un appoggio diretto agli insorti – una vera e propria capitolazione. Downing in particolare aveva ricevuto ordini precisi dal Lord Protettore: bisognava in ogni modo evitare che i valdesi, vittoriosi sul campo, si accomodassero a firmare da sconfitti una pace priva delle necessarie garanzie sulla loro futura sopravvivenza nelle valli.

In questo quadro sia la Francia sia il ducato sabaudo decisero di aprire subito il tavolo delle trattative prima dell'arrivo degli ambasciatori inglese e olandese. Il duca di Savoia aveva tentato - invano - di fermare la marcia degli ambasciatori svizzeri, e se il negoziato fosse stato aperto anche all'Inghilterra e all'Olanda la bilancia sarebbe stata troppo sfavorevole agli interessi sabaudi.

Il negoziato fu aperto a Pinerolo il 31 luglio e si chiuse il 18 agosto, con la pubblicazione delle Patenti di grazia e perdono. Oltre all'ambasciatore Enemond Servient - arbitro e garante della trattativa - presero parte alle assemblee la delegazione svizzera, guidata dal proconsole Salomon Hirzel, la delegazione sabauda, guidata dal consigliere di Stato Giovanni Giacomo Truchi, e la delegazione delle comunità valdesi, guidata dal pastore Jean Léger.

I venti articoli delle Patenti del 18 agosto 1655 riconoscevano ai valligiani piena amnistia per i crimini commessi prima e durante il conflitto, confermavano la libertà di culto entro i limiti sanciti dalle concessioni precedenti, sospendevano per cinque anni il pagamento dei carichi fiscali, e restituivano ai valligiani la libertà di commercio e movimento in tutto il territorio del Piemonte. In cambio il duca di Savoia pretendeva che i valligiani di fede riformata dovessero stabilire la propria abitazione entro i limiti di tolleranza e stabiliva che in tutte le comunità dell’interno si doveva individuare un sito per edificare una chiesa e una casa parrocchiale per la celebrazione della messa e dei riti cattolici.

Fonti e bibliografia

Fonti a stampa

Opere storiografiche

  • ARMAND HUGON Augusto, Storia dei valdesi. Dall’adesione alla Riforma all’emancipazione, 1532-1848, Torino, Claudiana, 1974
  • ARMAND HUGON Augusto, Il conte di Marolles contro Janavel e Jahier, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 98, 1955, pp. 51-62
  • ARMAND HUGON Augusto, Le Pasque Piemontesi e il Marchese di Pianezza (1655), in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 98, 1955, pp. 5-49
  • BALMAS Enea, ZARDINI LANA Grazia (a cura di), La vera relazione di quanto è accaduto nelle persecuzioni e i massacri dell’anno 1655. Le «Pasque Piemontesi» del 1655 nelle testimonianze dei protagonisti, Torino Claudiana, 1987
  • BALMAS Enea, MENASCÉ Ester, L'opinione pubblica inglese e le «Pasque Piemontesi»: nuovi documenti, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 150, 1981, pp. 3-26
  • CONTINO Tullio, L'intervento diplomatico inglese a favore dei Valdesi in occasione delle Pasque Piemontesi del 1655, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 94, 1953, pp. 35-43
  • JALLA Jean, Josué Janavel (1617-1690), in «Buletin de la Société d'Histoire Vaudoise», n. 38, 1917, pp. 5-81
  • LAURENTI Martino, I confini della comunità. Conflitto europeo e guerra religiosa nelle comunità valdesi del Seicento, Torino, Claudiana, 2015
  • MC COMISH William, Reazioni inglesi alla «primavera di sangue» valdese del 1655, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 149, 1981, pp. 3-10
  • VOLA Giorgio, Cromwell e i Valdesi, una vicenda non del tutto chiarita, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 149, 1981, pp. 11-37
  • VOLA Giorgio, “Oche Selvagge” nelle Valli Valdesi: la presenza e il ruolo dei mercenari irlandesi nelle Pasque Piemontesi, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», n. 181, 1997, pp. 234-265

Article written by Martino Laurenti | Ereticopedia.org © 2013-2014

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]