Moscardo, Paolo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Paolo Moscardo è stato un avvocato, perseguitato dall'Inquisizione di Venezia ed esule religionis causa.

Sollecitatore di cause veneziano, fu denunciato al Sant'Uffizio di Venezia da un certo "Domenego Marangon" il 29 aprile 1568. Secondo le accuse, oltre a professare come unici due sacramenti il battesimo e la Cena, a negare la presenza reale di Cristo nell'ostia consacrata, a possedere libri proibiti e a negare l'esistenza del Purgatorio, Paolo era solito irridere le immagini sacre e insultare il papa definendolo "una bestia, un cavallo". Resosi irreperibile, fu difeso dal patrizio Anzolo Foscarini (probabilmente suo compagno di fede), che fece da intermediario tra di lui e i giudici, riuscendo a garantirgli un trattamento moderato e di evitargli di vestire l'abitello in pubblico. Non fidandosi di tali rassicurazioni, non si presentò di fronte ai giudici e fu condannato, in contumacia, al bando da Venezia (16 luglio 1568). Si stabilì a Ginevra, dove trovò lavoro come fattore presso un ricco mercante di seta. A Ginevra fu in rapporti col conte vicentino esule Giulio Thiene, di cui fu testimone testamentario nel 1583.

Anche i fratelli Antonio Maria Moscardo e Giuseppe Moscardo furono eterodossi. Antonio Maria, messo sotto processo, abiurò il 14 giugno 1568; Giuseppe, medico molto amico di Teofilo Panarelli, fuggì da Venezia e morì esule a Trieste.

Bibliografia

  • Federica Ambrosini, Storie di patrizi e di eresia nella Venezia del '500, Franco Angeli, Milano 1999, ad indicem, in part. pp. 115-119.

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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