Paolo IV, papa

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa (Sant'Angelo a Scala o Capriglia, 28 giugno 1479 - Roma, 18 agosto 1559), è stato papa dal 1555 al 1559. Napoletano dal carattere impulsivo ed ostinato, è indiscutibilmente da considerarsi il “padre” del Sant’Uffizio, la “nuova” Inquisizione che egli condusse sin dal 1542 dopo averne caldamente perorato l’istituzione con Paolo III.

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Biografia

Famiglia e inizi della carriera ecclesiastica

Proveniente da una nobile famiglia napoletana, nacque il 28 giugno 1476 nel territorio della baronia di Sant’Angelo a Scala, nell'avellinese (dalle fonti non è chiaro se esattamente a Sant’Angelo a Scala o a Capriglia), figlio di Giovanni Antonio Carafa e di Vittoria Camponeschi. Fu introdotto negli ambienti romani dal potente zio cardinale Oliviero Carafa (1430-1511): la prima tappa della sua carriera in Curia fu la nomina a cameriere segreto nel 1500 (sotto Alessandro VI), cui seguì nel 1503 (sotto Giulio II) la nomina a protonotario apostolico.
Il 30 luglio 1505 fu nominato vescovo di Chieti: risiedette stabilmente in quella diocesi dal 1507 al 1513, dedicando molta cura all’attività di riforma.

Missioni diplomatiche

Nei primi due decenni del secolo svolse varie missioni diplomatiche al servizio della Santa Sede: fu legato straordinario di papa Giulio II a Napoli presso Ferdinando il Cattolico nel 1506-07, quindi fu nunzio di Leone X in Inghilterra presso re Enrico VIII dal 1513 al 1515 e, dopo aver soggiornato nelle Fiandre presso la reggente Margherita d’Austria fino al 1517, accompagnò nel settembre di quell’anno il giovane re Carlo in Spagna, dove rimase sino all’inizio del 1520. Sebbene non molto gradito al futuro imperatore, questi lo propose per il vescovado di Brindisi: la nomina fu ratificata nel concistoro del 20 dicembre 1518, senza che il Carafa rinunciasse per questo al vescovado di Chieti.

Rientro in italia: l'impegno per la riforma della Chiesa

A partire dal 1520 partecipò alle attività romane dell’Oratorio del Divino Amore, nell’ambito del quale conobbe molti futuri amici e collaboratori, tra i quali Gaetano di Thiene, Paolo Consiglieri e Gian Matteo Giberti. Insieme a Gaetano di Thiene fondò nel 1524 l’ordine dei Chierici regolari, più comunemente detto dei Teatini (dal nome latino della città di Chieti), rinunciando in quello stesso anno ai suoi due vescovadi.

Il soggiorno veneziano

Nel maggio 1527 assistette al sacco di Roma messo in atto dai lanzichenecchi di Carlo V. Scampato alle violenze, dalla città del papa riparò avventurosamente a Venezia nel giugno 1527, stabilendosi con i suoi Teatini presso l’oratorio di San Nicola da Tolentino. Nel corso del lungo soggiorno veneziano, che si protrasse fino al 1536, il Carafa si dedicò all’organizzazione e allo sviluppo dell’ordine dei Teatini, per i quali egli ottenne importanti concessioni papali nel 1529 e nel 1533. Sotto la sua guida, essi si dedicarono ad un’intensa attività di predicazione e di propaganda contro gli eretici e per la riforma della Chiesa nel territorio della Repubblica di Venezia. Strette relazioni furono intrattenute con un grande amico del Carafa: Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, che fu aiutato dal Carafa nell’attività di riforma della sua diocesi a più riprese (sin dal 1527). Nel 1528-29, su incarico di papa Clemente VII, il Carafa si adoperò, con successo, per ottenere la sottomissione della comunità greca di Venezia alla Chiesa di Roma; dal 1530 procedette contro fra Girolamo Galateo ed altri francescani conventuali sospettati d’eresia. Il soggiorno veneziano costituì per il Carafa un fondamentale periodo di riflessione sulla situazione della Chiesa del tempo e di elaborazione di idee che egli avrebbe tentato di concretizzare in seguito, come capo della “nuova” Inquisizione e quindi come pontefice. Espressione matura di tali idee fu il memoriale (De Lutheranorum haeresi reprimenda et ecclesia reformanda ad Clementem VII) che nel 1532 da Venezia Gian Pietro Carafa fece pervenire a Clemente VII, nel quale il futuro Paolo IV deprecava la diffusione degli eretici e la corruzione del clero a Venezia e nel suo Dominio, e suggeriva al papa le linee d’azione da seguire per porvi rimedio. Dall’analisi della particolare situazione religiosa veneziana il Carafa giungeva a proporre soluzioni che potevano essere applicate su ben più larga scala: per rimediare alla diffusione della “peste” della “heresia luterana” nella Repubblica di Venezia, alimentata innanzi tutto dagli “apostati” (religiosi vaganti), nonché dalla “maledetta nidata” di alcuni frati minori conventuali (tra i quali il Galateo e Bartolomeo Fonzio) occorreva, tra l’altro, controllare e disciplinare l’attività di predicatori e confessori, imporre l’obbligo di residenza ai vescovi, impedire le ordinazioni sacerdotali fatte per denaro, intervenire contro la diffusione dei libri ereticali e riformare gli ordini religiosi. Ma il più efficace tra i rimedi, secondo il Carafa, restava comunque l’Inquisizione, la quale andava tolta dalle mani degli inetti frati minori e completamente riorganizzata.

Ritorno a Roma: la nomina a cardinale; intransigenti vs. spirituali

Nel settembre 1536 Paolo III richiamò Gian Pietro Carafa a Roma perché facesse parte della commissione incaricata di redigere il Consilium de emendanda ecclesia, ed il 22 dicembre di quello stesso anno lo nominò cardinale. A partire dal suo rientro a Roma il Carafa si affermò come il leader indiscusso del partito curiale degli “intransigenti”, che di fronte al disordine creato dalla Riforma protestante si facevano portatori di una religiosità rigida, austera e dogmatica e chiudevano ogni porta al dialogo, concependo come unico rimedio la repressione violenta di ogni forma di deviazione dottrinale. Gli avversari più pericolosi, agli occhi del Carafa, apparivano proprio quei personaggi che, restando all’interno della Chiesa romana, propugnavano piuttosto una riconciliazione con i protestanti, sulla base di una concezione molto interiorizzata della religione, che svalutava opere e pratiche esteriori, e si basava su pochi fundamentalia fidei: il nascente gruppo degli “spirituali”.

Alla testa della nuova Inquisizione

Così, mentre le correnti ireniche si adoperavano in un disperato tentativo di ricucire lo scisma protestante – nel 1541 si svolgevano i colloqui di Ratisbona cui partecipava il cardinale Gaspare Contarini, punto di riferimento degli “spirituali”, che l’anno seguente moriva –, il Carafa insisteva presso Paolo III perché si intraprendesse la via della repressione più dura del dissenso religioso: il 21 luglio 1542 con la bolla Licet ab initio, cedendo proprio ai consigli e alle pressioni del Carafa, Paolo III istituì la congregazione del Sant’Uffizio, la “nuova” Inquisizione alla testa della quale fu messo il Carafa stesso, coadiuvato da altri cinque cardinali inquisitori. Tramite la conduzione del Sant’Uffizio Gian Pietro Carafa riuscì ad acquisire quel prestigio e potere tali da permettergli in seguito l’ascesa al papato. L’Inquisizione fu utilizzata come un potente mezzo per screditare gli avversari in Curia: nel 1549 Gian Pietro Carafa portò in conclave documenti inquisitoriali contro il cardinale Reginald Pole per impedirne l’elezione papale. Cresceva di contro l’ostilità dell’imperatore Carlo V, protettore dei cardinali “spirituali” Reginald Pole e Giovanni Morone, contro il cardinale napoletano: in quello stesso anno Carlo V impedì al Carafa di prendere possesso dell’arcivescovado di Napoli, ponendo altresì un pesante veto sulla sua possibile elezione al soglio pontificio. La morte di Paolo III (1549) e l’elezione al papato di Giulio III (1550) non frenarono affatto l’impeto inquisitoriale del Carafa: l’inchiesta contro il cardinal Morone veniva avviata proprio sotto il nuovo papa a sua insaputa; Giulio III impose poi la cassazione del processo, ma il Carafa si rifiutava clamorosamente di obbedire. Il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo, la cui azione pastorale lo aveva reso sospetto di luteranesimo, nel 1551 era convocato a Roma, arrestato e sottoposto ad un processo che si concluse con la sua abiura. La protezione degli amici “spirituali” fu fondamentale nell’attenuare gli esiti di quel processo: di fatto “perdonato” da Giulio III, che intervenne di persona in contrasto con il cardinal Carafa, nel 1554 Soranzo fu poi reintegrato nella sua diocesi.

Il papato

La guerra contro gli Spagnoli e la successiva riappacificazione con Filippo II

Il nuovo papato fu tutto all’insegna della lotta contro eretici e infedeli – non a caso uno dei primi atti di Paolo IV fu l’emanazione della bolla antiebraica Cum nimis absurdum (14 luglio 1555) –, categoria che, nella visione di papa Carafa arrivò a comprendere anche sovrani come Carlo V e Filippo II. Paolo IV concepì infatti la sua guerra contro gli Spagnoli come una “crociata di scudi cristiani” contro un “imperatore eretico” e suo figlio che dimostrava di camminare nella strada del padre, come si evince in modo molto netto dalle sue conversazioni con l’ambasciatore veneziano Bernardo Navagero, col quale papa Carafa sviluppò un particolare rapporto di confidenza e simpatia. Oltre ai rancori personali, Paolo IV rimproverava a Carlo V di essere stato troppo tollerante nei confronti dei protestanti tedeschi, dimostrando di aver mal digerito sia l’Interim (1548) sia la successiva pace di Augusta (1555), e in Spagna di aver favorito l’eresia “spirituale”, da cui proveniva Juan de Valdés, che aveva introdotto le nuove istanze religiose in Italia attraverso il suo circolo napoletano. La guerra, iniziata nel settembre 1556 dopo un anno di tensioni seguite all’esproprio dei possedimenti pontifici dei Colonna, protetti dagli imperiali, ebbe un esito catastrofico, nonostante l’alleanza francese: le truppe del duca d’Alba, viceré di Napoli, avanzarono sino alle porte di Roma ed i Francesi erano costretti a ritirare il loro appoggio militare al pontefice in seguito alla clamorosa disfatta subita nella Fiandre, a San Quintino (10 agosto 1557). La pace di Cave del settembre 1557 sancì la fine delle ostilità. Da allora in poi l’atteggiamento di Paolo IV nei confronti di Filippo II cambiò radicalmente, e non solo per ragioni di opportunità politica: nei brevi inviati al nuovo re di Spagna a partire dalla fine del 1557 non mancano attestazioni di stima per il giovane sovrano, precedentemente tanto vituperato, motivate soprattutto dal suo pieno appoggio all’Inquisizione spagnola guidata dall’intransigente arcivescovo di Siviglia Fernando de Valdés, che avviava in quel frangente la sua poderosa offensiva orientata a stroncare il fronte spagnolo degli “spirituali”, raccolto attorno a Bartolomé Carranza, arcivescovo di Toledo dal 1557.

La persecuzione degli eretici: l'offensiva contro gli spirituali, il potenziamento del Sant'Uffizio

Mentre progettava e quindi metteva in atto l’offensiva politico-militare contro Carlo V e Filippo II, Paolo IV dava naturalmente nuovo impulso alle inchieste dell’Inquisizione: gettava così il Morone nelle prigioni di Castel Sant’Angelo (l’arresto avvenne il 31 maggio 1557), sottoponendolo ad un estenuante processo inquisitoriale (alle prevedibili dure conseguenze del quale il Morone scampò solo grazie alla morte di Paolo IV nell’agosto 1559, venendo riabilitato dal successore Pio IV); revocava la legazione inglese al cardinal Pole, richiamandolo a Roma col fine evidente di metterlo pubblicamente sotto accusa (ma il cardinale inglese, protetto dalla regina Maria Tudor e da Filippo II, restò in patria, dove morì il 17 novembre 1558); processava in contumacia il fiorentino Pietro Carnesecchi, già protonotario di Clemente VII, protetto dal duca di Firenze Cosimo de’ Medici, e Vittore Soranzo, riaprendo il processo contro di lui conclusosi in modo indolore sotto Giulio III: stavolta invece il processo si concluse con una durissima condanna il 20 aprile 1558 (ma il Soranzo, gravemente malato e protetto dal suo governo, morì in patria il 15 maggio di quello stesso anno). Nel complesso, con Paolo IV il Sant’Uffizio ampliò a dismisura la sua sfera d’azione e le sue competenze: la congregazione arrivò a contare ben quindici membri (all’inizio del pontificato i cardinali inquisitori erano solo quattro), allargò le sue competenze a reati come la bestemmia, l’omosessualità e persino la simonia, essendo d’altronde la lotta contro quest’ultima dichiaratamente al centro della sua attività di riforma della Chiesa, e si affermò di fatto come la più importante congregazione cardinalizia romana. Cura del Sant’Uffizio fu anche la stesura del primo Indice romano dei libri proibiti (1559). Paolo IV avviò dunque quel processo di sviluppo del Sant’Uffizio che giunse a pieno compimento nel 1588, allorché Sisto V ratificò in modo ufficiale la posizione di preminenza di tale congregazione su tutte le altre congregazioni romane.

Gestione delle nomine cardinalizie

Anche le nomine cardinalizie di Paolo IV risentirono del suo interesse per la difesa dell’ortodossia, pur dovendo tener conto anche di altre esigenze. Papa Carafa favorì generalmente l’ascesa di personaggi che brillassero per l’integrità della propria fede, spesso non tenendo conto delle pretese dei prìncipi di avere uomini loro fidati ai vertici della gerarchia ecclesiastica: tra le sue 19 nomine cardinalizie spiccano quelle di Giovanni Battista Scotti, antico Teatino, del teologo Johann Gropper, dell’intransigente arcivescovo di Toledo Juan Martínez Silíceo, già precettore di Filippo II e persecutore dei conversos (20 dicembre 1555), di Clemente Dolera, generale dei Minoriti, e di Michele Ghislieri (15 marzo 1557). A quest’ultimo frate domenicano di umili origini, che si era distinto per il suo zelo inquisitoriale, già asceso a commissario generale del Sant’Uffizio, Paolo IV aveva assegnato il 1° settembre 1555 gli stessi pieni poteri dei cardinali inquisitori; quindi, il 4 settembre 1556, lo aveva nominato vescovo di Nepi e Sutri. La carriera del Ghislieri sotto Paolo IV culminò poi con la nomina vitalizia a Grande Inquisitore (“inquisitor maior et perpetuus”), avvenuta il 14 dicembre 1558. Grazie a Paolo IV e al Sant’Uffizio, il Ghislieri riuscì dunque a compiere quel salto di qualità e ad ottenere quell’autorità e quel prestigio in curia che gli permisero di ascendere a sua volta, nel gennaio 1566, al soglio papale col nome di Pio V, e quindi di proseguire l’opera del suo “maestro”. Un’altra nomina cardinalizia fu strettamente legata, anche se in modo indiretto, alle vicende dell’Inquisizione: il vecchio frate francescano inglese William Peto fu infatti nominato cardinale (14 giugno 1557) perché scelto da Paolo IV come sostituto del Pole nella legazione d’Inghilterra.

Il rapporto con i nipoti

Il primo cardinale nominato fu Carlo Carafa (7 giugno 1557), che, in quanto “cardinal nepote”, svolse un ruolo di primo piano nella gestione della politica interna ed estera dello Stato Pontificio: Paolo IV non ruppe affatto con la politica nepotistica dei suoi predecessori, favorendo grandemente altresì gli altri due nipoti Giovanni Carafa, duca di Paliano e capitano generale della Chiesa, e Antonio Carafa, marchese di Montebello, e nominando cardinale anche il giovanissimo figlio di quest’ultimo, Alfonso Carafa (15 marzo 1557), nonché un altro parente, Diomede Carafa, vescovo di Ariano (20 dicembre 1555). Questo almeno fino al gennaio 1559, allorché, esasperato dalla condotta dei tre nipoti, li esautorò da ogni carica e li allontanò da Roma.

Gli ultimi mesi: il Sacro Consiglio e l'accelerazione dell'attività di riforma

Il governo dello Stato della Chiesa fu quindi affidato ad un nuovo ed originale organo, il Sacro Consiglio, per molti versi precursore della Consulta (istituita nel 1587 da Sisto V) ma con competenze assai più ampie, e, sbarazzatosi dei nipoti, negli ultimi mesi di vita Paolo IV accelerò ulteriormente la sua attività di riforma della Chiesa.

Paolo IV nel giudizio dei contemporanei e il suo lascito alla Chiesa della Controriforma

La sfortunata guerra condotta ostinatamente contro gli Spagnoli, la pessima fama dei nipoti e l’incredibile intransigenza nella persecuzione degli eretici alienarono a Paolo IV gli animi dei contemporanei. Il popolo romano, alla sua morte, avvenuta il 18 agosto 1559, insorse, devastò il palazzo dell’Inquisizione e sfregiò la sua statua. Il successore Pio IV, tra i primi atti del suo papato, sottopose a processo e condannò a morte Carlo e Giovanni Carafa.
Gli storiografi dell’epoca della Controriforma che hanno trattato di Paolo IV si sono divisi tra chi ha visto in lui un “santo” (la storiografia teatina) e chi lo ha bollato come un indegno pontefice. La sua figura ed il suo papato restano comunque legati indissolubilmente all’Inquisizione, che egli seppe abilmente rimodellare e riorganizzare, facendo di fatto del Sant’Uffizio il più importante organo della Chiesa romana, ruolo che esso avrebbe mantenuto saldamente nei secoli a venire.

Bibliografia

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  • Alberto Aubert, Paolo IV, in EP, vol. 3 
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  • Massimo Firpo, Vittore Soranzo vescovo ed eretico. Riforma della Chiesa e Inquisizione nell'Italia del Cinquecento, Laterza, Roma-Bari 2006
  • Gennaro Maria Monti, Ricerche su papa Paolo IV Carafa, Cooperativa Tipografi Chiostro Santa Sofia, Benevento 1923
  • Pio Paschini, S. Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa e le origini dei chierici regolari teatini, Scuola tipografica Pio X, Roma, 1926
  • Ludwig von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo, vol. VI, Storia dei Papi nel periodo della Riforma e Restaurazione cattolica. Giulio III, Marcello II e Paolo IV (1550-1559), Desclée, Roma,1922 EN
  • Miles Pattenden, Pius IV and the Fall of The Carafa: Nepotism and Papal Authority in Counter-Reformation Rome, Oxford University Press, Oxford 2013
  • Daniele Santarelli, Il papato di Paolo IV nella crisi politico-religiosa del Cinquecento. Le relazioni con la Repubblica di Venezia e l’atteggiamento nei confronti di Carlo V e Filippo II, Aracne editrice, Roma, 2008
  • Daniele Santarelli, Il papato di Paolo IV nella crisi politico-religiosa del Cinquecento. Nota critica, bibliografia, indice dei nomi, Aracne editrice, Roma 2012
  • José Ignacio Tellechea Idígoras, El arzobispo Carranza. “Tiempos recios”, voll. I-IV, Publicaciones Universidad Pontificia - Fundación Universitaria Española, Salamanca 2003-2007
  • Andrea Vanni, “Fare diligente inquisitione”. Gian Pietro Carafa e le origini dei chierici regolari teatini, Viella, Roma 2010

Link

Voci correlate

Nota bene

Questa voce è la rielaborazione, con alcune modifiche e aggiunte, di un testo originalmente pubblicato in Dizionario storico dell'Inquisizione, diretto da Adriano Prosperi in collaborazione con Vincenzo Lavenia e John Tedeschi, Edizioni della Normale, Pisa 2010, vol. 3, pp. 1164-66.

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2013-2015

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]