Aringhi, Paolo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Paolo Aringhi (Roma, 1600/1603 – Roma, 2 gennaio 1676), teologo, erudito e appassionato di archeologia cristiana, appartenente alla Congregazione oratoriana, ha raccolto Le vite e detti de’ padri e fratelli della Congregatione dell’Oratorio in tre volumi, rimasti poi inediti tra i manoscritti della Biblioteca Vallicelliana, e ha pubblicato nel 1651 Roma subterranea novissima, ampliamento in latino della Roma sotterranea di Antonio Bosio, opera pionieristica sui cimiteri ipogei cristiani di Roma antica.

Biografia

Era nato a Roma in data incerta, ma da collocarsi tra il 1600 e il 1603. Frequentatore assiduo della Chiesa Nuova, Paolo Aringhi aderì con Virgilio Spada all’Oratorio romano nel 1622, annus mirabilis nella storia della Congregazione, impegnata a celebrare il solenne evento della canonizzazione di Filippo Neri. La sua dedizione alla vita e al governo della Congregazione oratoriana è testimoniata anche dai ruoli di responsabilità ricoperti nel corso degli anni: fu infatti eletto padre deputato dal 1644 al 1646 e poi ancora per altri tre trienni nel 1659, nel 1665 e nel 1671. Dal 23 aprile 1650 fino al 1653 aveva diretto la Biblioteca Vallicelliana, di cui conosceva bene il ricco patrimonio manoscritto e la documentazione d’archivio1.
Essenzialmente autodidatta, sorretto tuttavia da un sincero entusiasmo e da una contagiosa curiositas, Paolo Aringhi condusse in questi anni un profondo scavo documentario finalizzato a raccogliere notizie sulle singole personalità che avevano assistito padre Filippo nella nascita e nello sviluppo dell’Oratorio. In assenza di un preciso piano di lavoro, le ricerche si svolsero lungo un orizzonte temporale piuttosto ampio, configurandosi fin dall’inizio come una storia complessiva della Congregazione filippina nei secoli XVI e XVII, fonte preziosa per le future generazioni di ricercatori. Fu così che Aringhi mise insieme una vasta raccolta di biografie – che includeva sodali del Neri e padri della prima generazione – e di essa, oltre che raccoglitore, fu curatore e in parte anche autore. Assemblata dopo il 1650 con l’intitolazione Le vite e detti de’ padri e fratelli della Congregatione dell’Oratorio, la collezione rimase però manoscritta, incrementando il numero degli inediti conservati in Vallicelliana2. Fu solo nel secolo dei Lumi che a suo nome si diedero alle stampe le vite degli oratoriani Pier Francesco Scarampi – di cui l’erudito romano fu confessore – e Virgilio Spada, suo vecchio amico3.
Paolo Aringhi fu particolarmente attratto dai reperti catacombali e in generale dall’archeologia cristiana, che fin dalla sua nascita era stata un campo privilegiato d’indagine degli studiosi dell’Oratorio. Mosso da un vivo entusiasmo, ma piuttosto debole sul piano della critica e del metodo d’indagine adottato, l’erudito romano fece uscire nel 1651 la fortunata Roma subterranea novissima, impressa in folio dai torchi di Vitale Mascardi, che inizialmente doveva essere soltanto una traduzione latina della Roma sotterranea di Antonio Bosio e finì poi col diventare un suo ampio e libero rifacimento4. Aringhi morì a Roma il 2 gennaio 16765.

Le Vite dei padri e fratelli della Congregazione oratoriana

Inserite in una cornice di taglio cattolico-agiografico, Le vite e detti de’ padri e fratelli della Congregatione dell’Oratorio evidenziano una marcata vocazione devozionale, pur facendosi apprezzare per l’ampia documentazione utilizzata. Lo si rileva, per esempio, nella Vita del Cardinal Cesare Baronio, sotto questo punto di vista esemplare, destinata a influenzare molti dei suoi futuri biografi6. Sorano di nascita, Cesare Baronio (forma latinizzata di Barone) fu tra i primi discepoli di padre Filippo ad essere indirizzato al sacerdozio e il 27 maggio del 1564 prese gli ordini sacri. Di lì a poco, con Giovanni Francesco Bordini e il più anziano Alessandro Fedeli, entrò a far parte del ristretto gruppo di sacerdoti a cui Neri aveva affidato il ministero pastorale di S. Giovanni dei Fiorentini. In considerazione della rinuncia del Padre, Baronio fu eletto preposito generale dell’Oratorio il 22 luglio 1593 e tre anni dopo, nel concistoro del 5 giugno 1596, gli fu conferito il cardinalato da Clemente VIII, che in quella seduta concesse la porpora anche al confratello Tarugi. Il cardinale sorano volle tuttavia morire da semplice oratoriano nella sua camera in S. Maria in Vallicella, ove si spense il 30 giugno 1607 non ancora sessantanovenne, interrompendo al dodicesimo volume la pubblicazione dei laboriosi Annales Ecclesiastici7.
Aderendo al diffuso stereotipo del Baronio dal temperamento eccessivamente malinconico e oppresso da una visione cupa della vita, Paolo Aringhi lo raffigura solitario, a tratti severo, con una spiccata predilezione per i temi classici della meditatio mortis; talvolta sembrava che avesse quasi del terribile e fosse sul punto di alterarsi8. D’altra parte, a conclusione del suo intervento nel Philippus, sive de christiana laetitia dialogus, composto nel 1591 dal cardinale Valier e affine alla spiritualità dell’Oratorio, gli viene attribuita l’opinione che la gioia cristiana si realizza nella considerazione della morte, giudicata «amabile»9.
In realtà la solitudine di Baronio è legata al suo neostoicismo cristiano e in tale contesto occorre tenere presente il complesso rapporto con Filippo Neri10. Su questo tema, Aringhi diede un contributo significativo al mito dell’ispirazione filippina degli Annales, che di fatto «trasfigurò una situazione reale»11. L’erudito romano non aveva dubbi al riguardo e nella Vita baroniana giunse alla conclusione «che l’opera degli Annali si debba più tosto attribuire al Santo, che a Baronio»; mosso dal donum profetiae, Neri avrebbe dunque ispirato l’opera dell’allievo sorano «affine che apertamente si vedesse il vero successo della santa chiesa, il progresso di quella a la verità de’ tempi passati e conseguentemente si scoprissero le falsità degli heretici»12.
Nonostante avesse avuto come compagno di camera Francisco Soto de Langa, divenuto sopranista di chiara fama e maestro della Cappella Sistina, il rapporto di Baronio con la musica era improntato a un forte senso di sobrietà e misura, come si evince dall’interessante ritratto fornito da Aringhi: «Biasimava il soverchio canto de’ musici ne’ giorni festivi al vespero, volendo che i sacerdoti cantassero era solito a dire: spetta a voi altri sacerdoti il lodare e benedire il Signore e perciò cantato un mottetto non volea che i musici cantassero più»13. Eppure gli esercizi dell’Oratorio si concludevano abitualmente con un inno e una preghiera e in particolari occasioni, alla fine dei sermoni, era lo stesso Francisco Soto a cantare laudi spirituali, opera per lo più di Giovenale Ancina, straordinaria personalità musicale molto vicina allo storico sorano14.
È circostanza significativa che le Vite raccolte da Paolo Aringhi, senza mai rientrare in un concreto progetto editoriale, furono considerate nel lungo periodo una fonte preziosa di notizie da chiunque avesse voluto tentare uno scarto conoscitivo sulla biografia filippina e sui primordi della Congregazione. Basti pensare alle ricche biografie di oratoriani operosi e influenti come il cardinale Francesco Maria Tarugi, fondatore dell’Oratorio di Napoli, arcivescovo di Avignone e successivamente di Siena, che nella Congregazione era il maggiore d’età dopo padre Filippo15; il romano Giovanni Francesco Bordini, tra i primi seguaci del Neri, nominato vescovo di Cavaillon e poi arcivescovo di Avignone, traduttore di opere agiografiche e autore di una cronotassi desunta dagli Annales del Baronio16; Orazio Giustiniani, nato a Chio da famiglia genovese, che ascese fino al rango di cardinale bibliotecario e fu sepolto nel 1649 alla Vallicella17; Germanico Fedeli, amico e coetaneo di Baronio, ricordato tra i padri che avviarono la prima esperienza comunitaria nella chiesa dei Fiorentini18; Agostino Manni, autore di scritti spirituali e curatore di repertori di laudi, che per diversi anni ricoprì il ruolo di prefetto dell’Oratorio dei giovani19; Tommaso Bozio, tra i primi collaboratori di Baronio durante il processo redazionale degli Annales, giurista, teologo e teorico dell’ordine ecclesiastico, che divenne famoso in Europa per aver dato alle stampe – tra il 1593 e il 1594 – tre volumi contro Machiavelli nel periodo in cui ferveva il dibattito sulla riconciliazione di Enrico IV con la Curia romana20; Francesco Bozio, anch’egli collaboratore di Baronio per le materie storiche e agiografiche, che attaccò sia i politiques sia i fautori dell’autonomia dello Stato nell’aspro trattato De temporali Ecclesiae monarchia et iurisdictione (Roma 1601), così affine alla produzione del più noto fratello Tommaso da sembrare quasi un suo libro21; Antonio Gallonio, che probabilmente aveva conosciuto padre Filippo dall’infanzia e compilò una fortunata Vita del Neri, uscita nel 1600 in latino e l’anno seguente in italiano22; Flaminio Ricci, tra i più legati e devoti al Padre, che ricoprì il ruolo di preposito per due trienni consecutivi, tra il 1602 e il 1608, ancorando la sua azione di governo all’impostazione data originariamente dal Neri23; Pietro Consolini, memoria storica della nascente Congregazione e del suo ambiente intellettuale, in cui svolse a lungo il ruolo di maestro dei novizi24; Pietro Giacomo Bacci, noto soprattutto per aver pubblicato nel 1622 una Vita del Padre fondatore25; Odorico Rinaldi, indicato dai padri della Vallicella come prosecutore degli Annales forse già a partire dal 1636, dopo il tentativo di Cesare Becilli26; Dorisio Isorelli, cantore, compositore e virtuoso della viola da gamba, tenuto in grande considerazione sia presso la comunità filippina sia presso la corte medicea27.
Fu proprio in considerazione del vasto materiale documentario utilizzato da Aringhi, in gran parte inedito e di prima mano, che il domenicano Giacomo Ricci non esitò a servirsi della sua raccolta. L’occasione gli fu offerta quando iniziò a lavorare a una nuova edizione della classica Vita di S. Filippo Neri elaborata dall’aretino Bacci. La pubblicazione dell’opera, prevista nel 1672, coincideva con il cinquantennio della princeps, ragion per cui Ricci pensò bene di ampliarla con «molti fatti e detti dell’istesso Santo», corredandola di un’«aggiunta» finale intitolata Breve notizia di alcuni compagni di S. Filippo. Questa sorta di appendice non è altro che una raccolta di biografie di padri e fratelli laici del periodo del Neri, filologicamente dipendente da Aringhi e destinata a diventare anch’essa un classico della bibliografia filippina28.
L’«aggiunta» del teologo domenicano comprendeva una testimonianza di Francesco di Sales a favore della beatificazione di Giovenale Ancina e le vite dei padri Tarugi, Baronio, Angelo Velli, Flaminio Ricci, Pietro Consolini, Alessandro Fedeli, Tommaso e Francesco Bozio, Giulio Savioli, Antonio Gallonio, Giovanni Matteo Ancina, Agostino Manni e Nicolò Gigli. A mo’ di conclusione, Giacomo Ricci riservò un capitolo ad alcuni tra i più virtuosi «fratelli laici contemporanei di S. Filippo», vale a dire Bernardino Corona (penitente del Santo e legato in modo particolare al cardinale Guglielmo Sirleto), Giovan Battista Guerra (architetto ‘miracolato’ dal Neri), Battista Flores (detto ‘il Taciturno’ da Silvio Antoniano), Taddeo Landi (di professione falegname, benvoluto dal Baronio) e un cuoco non meglio identificato attivo al tempo di padre Filippo, di cui aveva sentito parlare molto bene dalla viva voce di Consolini. Personalmente noti al Ricci erano invece Giuliano Maccaluffi, penitente di Angelo Velli e al seguito di Clemente VIII durante la missione per la devoluzione del ducato di Ferrara, ed Egidio Calvelli, anch’egli sotto la guida spirituale del Velli, che con Corona e Maccaluffi formava il terzetto dei laici di casa più vicini a Neri. Nella Breve notizia del Ricci, come già nelle Vite di Aringhi, si percepisce un palpabile disinteresse per l’attività intellettuale dei padri filippini e più in generale per la politica culturale dell’Oratorio, ma ciò non le impedì di costituire un modello per gli autori successivi e lo stesso Giovanni Marciano se ne servì ampiamente come fonte nelle Memorie historiche della Congregatione dell’Oratorio29.

La Roma subterranea novissima e altri scritti

Con la pubblicazione dei due volumi sulle catacombe romane, apparsi come si è visto nel 1651, Paolo Aringhi rielaborava in latino, ampliandola e ridandole nuova vita, la bosiana Roma sotterranea, uscita postuma a cura dell’oratoriano Giovanni Severano, le cui aggiunte e osservazioni piuttosto cospicue risentono del clima apologetico e propagandistico della Chiesa postridentina. L’editore Gaspare Facciotti aveva fatto stampare un frontespizio recante la data sospetta del 1632, ma in realtà l’opera di Antonio Bosio vide la luce soltanto nei primi mesi del 163530.
L’iniziativa di Aringhi si rese necessaria sia perché la prima edizione dell’opera era andata esaurendosi nel volgere di poco tempo, sia in considerazione del fatto che l’edizione minore diffusa in occasione dell’anno santo 1650, vale a dire il cosiddetto “Bosietto”, uscita con lo stesso testo della versione in folio ma privata di una buona parte delle efficaci illustrazioni per ridurne i costi di stampa, non aveva ottenuto il successo di vendite che ci si aspettava31. Quanto alla sua scelta di usare la lingua latina per il rifacimento della Roma sotterranea, occorre precisare che già Severano aveva intrapreso una traduzione in latino, senza però portarla a termine, giungendo tuttavia a caldeggiare una tale iniziativa nella dedica dell’opera a Carlo Aldobrandini, ambasciatore a Roma dell’Ordine gerosolimitano32. Lungi dall’essere una semplice traduzione latina dell’opera di Bosio, la Roma subterranea novissima di Aringhi porta i segni profondi di cospicui e continui rimaneggiamenti e adattamenti del testo. In definitiva, vi prevale una concezione eroica del documento e il senso critico deve fare i conti con l’ansia apologetica della Controriforma, la verifica delle fonti con l’agiografia obbligante, la filologia con la devozione, in ossequio alla formula «sapientiam cum pietate coniungere» codificata da Antonio Possevino nella Bibliotheca selecta (Roma 1593)33.
In tale contesto, Aringhi ebbe quanto meno il merito di rendere l’archeologia cristiana ancora più popolare, consapevole del formidabile impatto emotivo e visivo di un’opera come la sua Roma subterranea novissima, paragonabile per questo specifico aspetto, nell’ambito della produzione oratoriana, al Trattato de gli instrumenti di martirio (Roma 1591) del romano Gallonio, reso ancora più efficace dalle incisioni di Antonio Tempesta, a cui si possono aggiungere gli stessi Annales del Baronio. Testi, questi appena citati, che insieme al rifacimento di Aringhi costituivano un formidabile baluardo tridentino sulla questione de cultu imaginum e fornivano nutrimento documentario al martirio figurato e al barocco devoto, ambiti nei quali si era alla continua ricerca di «historie» ed emozioni da tradurre in immagini34.
Fu così che la rielaborazione latina di Aringhi, col ridare nuova linfa all’opera di Bosio, consegnava ai lettori coevi e alle generazioni successive una materia dalle rilevanti implicazioni apologetiche e devozionali, ad uso sia del comune credente sia dell’ecclesiastico impegnato nella milizia quotidiana. La fortuna editoriale della Roma subterranea novissima è testimoniata anche dalle edizioni successive, che contribuirono ad allargarne la diffusione geografica e il pubblico di lettori. Nel 1659 l’editore parigino Frédéric Léonard fece ristampare l’opera di Aringhi, mantenendo inalterati titolo, contenuto e articolazione in due volumi35. Nel 1668 uscì ad Arnheim – presso la tipografia di Johan Friderich Hagen – un compendio in tedesco ad opera di Christoph Baumann, che per forza di cose fu costretto ad abbreviare e modificare il testo originario36. Nel 1671, ancora dai torchi di Hagen, uscì un nuovo compendio dell’opera in lingua latina37.
Posteriori alla Roma subterranea novissima sono due raccolte romane di carattere omiletico e apologetico pubblicate a nome di Aringhi e intitolate rispettivamente Monumenta infelicitatis e Triumphus poenitentiae: la prima apparsa nel 1664, la seconda nel 167038. Nella Biblioteca Vallicelliana si conservano, inoltre, due suoi volumi manoscritti intitolati Scena vitiorum tragica39. Giammaria Mazzuchelli, e dopo di lui Villarosa, sulla scorta della Bibliotheca Romana di Prospero Mandosio, attribuì a Paolo Aringhi un’oscura opera dal titolo Trombe del Giubileo dell’anno santo 1650, a suo dire lasciata manoscritta in Vallicelliana e da lui associata ai citati volumi Scena vitiorum tragica40.

Opere digitalizzate

  • Roma subterranea novissima, in qua post Antonium Bosium antesignanum, Io. Severanum Congreg. Oratorii presbyterum, et celebres alios Scriptores, antiqua christianorum et praecipue martyrum coemeteria, tituli, monimenta, epitaphia, inscriptiones ac nobiliora sanctorum sepulchra sex libris distincta illustrantur et quamplurimae res ecclesiasticae iconibus graphice describuntur, ac multiplici tum sacra, tum profana eruditione declarantur. Opera et studio Pauli Aringhi Romani Congreg. eiusdem presbyterii. Cum duplici indice, capitum et rerum locupletissimo, I-II, Romae, expensis Blasii Diversini et Zanobii Masotti Bibliopolarum, typis Vitalis Mascardi, 1651, vol. I: [Google Books]
  • Roma subterranea novissima … Opera et studio Pauli Aringhi Romani , Romae, expensis Blasii Diversini et Zanobii Masotti Bibliopolarum, typis Vitalis Mascardi, 1651, vol. II: [Google Books]
  • Roma subterranea novissima, in qua post Antonium Bosium antesignanum, Jo. Severanum Congreg. Oratorii presbyterum, et celebres alios Scriptores, antiqua christianorum et praecipue martyrum coemeteria, tituli, monimenta, epitaphia, inscriptiones ac nobiliora sanctorum sepulchra sex libris distincta illustrantur et quamplurimae res ecclesiasticae iconibus graphice describuntur, ac multiplici tum sacra, tum profana eruditione declarantur. Opera et studio Pauli Aringhi Romani Congreg. eiusdem presbyterii. Cum duplici indice, capitum et rerum locupletissimo, I-II, Coloniae et veneunt Lutetiae Parisiorum, 1659, vol. I: [Google Books]
  • Roma subterranea novissima … Opera et studio Pauli Aringhi Romani , Coloniae et veneunt Lutetiae Parisiorum, 1659, vol. II: [Google Books]
  • Monumenta infelicitatis, sive Mortes peccatorum pessimae; ex variis, probatisque Auctoribus. A Paulo Aringho Romano Congregationis Oratorii Presbytero collectae. Et multiplici tum sacra, tum profana eruditione ad commodiorem studiosorum, maxime vero concionantium usum in duos tomos distributae. Cum duplici indice capitum ac rerum locupletissimo, Romae, ex Typographia Iacobi Dragondelli, 1664, vol. I: [Google Books]
  • Monumenta infelicitatis, sive Mortes peccatorum pessimae … A Paulo Aringho Romano Congregationis Oratorii Presbytero collectae …, Romae, ex Typographia Iacobi Dragondelli, 1664, vol. II: [Google Books]
  • Abgebildetes unterirdisches Rom … Auß H. Pauli Aringi, Lateinischer, als allerneuesten Ausfertigung, in drey reisefahrten mit fleiß verfasset, und ins Hochteutsche übersetzt, Durch Christoff Bauman, Gedrukt zu Arnheim, in Verlegung Joh. Friedrich Haagen, 1668: [Google Books]
  • Triumphus poenitentiae, sive Selectae poenitentium mortes ex variis, probatisque historiarum monumentis. Opera et studio Pauli Aringhi Romani Congregationis Oratorii Presbyteri, et sacra, prophanaque eruditione, ad commodiorem studiosorum, maxime vero concionantium usum. Quatuor libris distinctae, suisque apte locis distributae. Cum duplici indice capitum et rerum locupletissimo, Romae, typis Philippi Mariae Mancini, 1670: [Google Books]
  • Roma subterranea novissima, in qua antiqua christianorum et praecipue martyrum coemeteria, tituli, monimenta, epitaphia, inscriptiones, ac nobiliora sanctorum sepulchra, tribus libris distincta, fideli enarratione pariter ac graphicis iconibus, ceu gemina face illustrantur; plurimaeque inde res ecclesiasticae declarantur: ex absolutissimo opere Pauli Aringhi in hanc portatilem formam concinnata, cum indice capitum et rerum exactissimo, Arnhemiae, apud Joan. Fridericum Hagium, 1671: [Google Books]
  • Memorie istoriche della vita del venerabile servo di Dio Pier Francesco Scarampi preposito della Congregazione dell’oratorio di Roma, scritte dal p. Paolo Aringhi prete della medesima Congregazione, e di lui confessore. Con l’aggiunta dell’elogio fattogli da monsignor Girolamo Gastaldi …, in Roma, nella stamperia di Pietro Rosati, 1744: [Google Books]
  • Memorie istoriche della vita del padre Virgilio Spada preposito della Congregazione dell’Oratorio di Roma … Estratte da un manoscritto della Biblioteca Vallicelliana segnato colla lettera O n. 59, dove sono registrate le memorie di molti padri, e fratelli della detta Congregazione, scritte di proprio pugno dal p. Paolo Aringhi prete della medesima Congregazione, e contemporaneo del suddetto padre Virgilio, in Venezia, Pietro Piotto, 1788: [Google Books]

Fonti e bibliografia

  • Paolo Aringhi (et alii), Le vite e detti de’ padri e fratelli della Congregatione dell’Oratorio. Da s. Filippo Neri fondata nella chiesa di S. Maria in Vallicella, 3 v., Roma, Biblioteca Vallicelliana, mss. O 58, O 59, O 60.
  • [Paolo Aringhi], Le vite, e detti de padri, e fratelli della Congregatione dell’Oratorio da s. Filippo Neri fondata nella Chiesa di S. Maria in Vallicella raccolti da Paolo Aringhi Prete della detta Congregatione e da Altri, vol. I, edito e annotato da Maria Teresa Bonadonna Russo, con la collaborazione di Renato De Caprio, Edizioni Oratoriane, Roma 2018.
  • Antonio Cistellini, San Filippo Neri. L’Oratorio e la Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, prefazione di Carlo Maria Martini, 3 v., Morcelliana, Brescia 1989, vol. III, p. 2345 (Indice dei nomi di persona).
  • [Carlo Antonio de Rosa], Memorie degli scrittori filippini o siano della Congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri raccolte dal marchese di Villarosa, vol. I, Napoli, Stamperia Reale, 1837, pp. 17-18 (voce «Aringhi, Paulo»).
  • Antonio Ferrua, Aringhi, Paolo, in Enciclopedia cattolica, vol. I, Ente per l’Enciclopedia cattolica e per il libro cattolico, Città del Vaticano 1948, col. 1899.
  • Giuseppe Antonio Guazzelli, Aringhi, Paolo, in Personenlexikon zur Christlichen Archäologie. Forscher und Persönlichkeiten vom 16. bis zum 21. Jahrhundert, 2 v., hrsg. von Stefan Heid und Martin Dennert, Schnell und Steiner, Regensburg 2012, vol. I, pp. 91-92.
  • Il primo processo per san Filippo Neri nel codice vaticano latino 3798 e in altri esemplari dell’Archivio dell’Oratorio di Roma, edito e annotato da Giovanni Incisa della Rocchetta e Nello Vian, con la collaborazione di Carlo Gasbarri, 4 v., Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1957-1963 (I: Testimonianze dell’inchiesta romana: 1595, 1957; II: Testimonianze dell’inchiesta romana: 1596-1609, 1958; III: Testimonianze dell’inchiesta romana: 1610. Testimonianze «extra urbem»: 1595-1599, 1960; IV: Regesti del secondo e terzo processo. Testimonianze varie. Aggiunte e correzioni alle note dei volumi I-III. Indice generale, 1963), vol. IV, p. 249 (Indice generale).
  • Prospero Mandosio, Bibliotheca Romana seu Romanorum scriptorum centuriae, vol. I, Romae, typs ac sumptibus Ignatii de Lazzaris, 1682, p. 331 (voce «Paulus Aringhus»).
  • Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, cioè Notizie storiche e critiche intorno alle vite e agli scritti dei letterati italiani, 6 v., in Brescia, presso a Giambatista Bossini, 1753-1763, vol. I, parte II, 1753, p. 1055 (voce «Aringhi, Paolo»).
  • Stefano Zen, Baronio storico. Controriforma e crisi del metodo umanistico, prefazione di Romeo De Maio, Vivarium, Napoli 1994 p. 422 (Indice dei nomi).
  • Stefano Zen, Francesco Bozio e suo fratello Tommaso. Erudizione ecclesiastica e difesa dell’autorità temporale della Chiesa nell’Oratorio filippino, in Frammenti di filosofia contemporanea, vol. XXVI, a cura di Ivan Pozzoni, Limina mentis, Villasanta (MB) 2018, in stampa.
  • Stefano Zen, Baronio e il suo tempo. Storia sacra, politica e religione nell’Europa moderna, Centro di Studi Sorani «Vincenzo Patriarca», Sora 2019, di prossima pubblicazione.

Voci correlate

Article written by Stefano Zen | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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