Fontana, Mauro

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Mauro Fontana da Castiglion Aretino è stato un frate domenicano che operava come guaritore, perseguitato dall'Inquisizione.

Le vicende che interessarono Frate Mauro Fontana dell’ordine dei predicatori, ci restituiscono forse il miglior esempio di ecclesiastico empirico e guaritore dell’area aretina. Operava in Valdichiana e cadde nella rete inquisitoriale sul finire del XVI secolo, allorché si era fatta più serrata la lotta ad ogni forma di terapia magica.
L'Inquisizione romana era venuta a conoscenza che fra Mauro medicava diverse infermità avvalendosi di scritture proibite.
Giulio Antonio Santori, cardinale di Santa Severina, scrisse da Roma il 17 luglio 1599 all’Inquisitore fiorentino Dionigi Sanmattei da Costacciaro perché facesse la perquisizione della persona e delle scritture possedute dal frate.
Fu così istruita la causa di apostasia, la cui documentazione fu poi spedita a Roma per il processo.
Il voluminoso fascicolo che conserva la confessione del frate, documenta i momenti importanti della sua condizione sacerdotale e del suo profilo terapeutico1.
Aveva avuto importanti e proficui rapporti con la corte estense ed aveva lavorato nella fonderia di quella signoria. Dal cardinale Farnese Vecchio aveva avuto la gestione del beneficio di S. Maria Assunta di Lugnano in Teverina, una chiesa mariana, detta S. Maria di Ramici o del Ramo.
Ma non solo. Su ordine di papa Gregorio decimo terzo aveva reso conto dei suoi medicamenti al Collegio dei Medici di Roma, ed era stato impegnato nell’ospedale degli Incurabili di quella città.
Ormai ottantenne e infermo, fra Mauro dimorava da cinque anni a Castiglion Aretino da certi suoi nipoti e nei giorni festivi celebrava la messa dai frati francescani.
Orgoglioso della sua professione terapeutica, il frate dichiarò di aver continuato a medicare e si mostrò dapprima sorpreso delle accuse: «sono molti anni che mi diletto di stillare et fare molti olii per diverse medicine /…/ et ho medicati alcuni di mal franzese et di piaghe e mal d’occhi et simili». Era, infatti, convinto che ai religiosi fosse impedito di curare solo certe malattie, come la febbre, o ordinare medicine presso gli speziali, mentre fosse loro permesso di utilizzare medicamenti naturali e offrire qualche rimedio di salute, senza ricevere compensi.
Aveva raccolto in un libro di ricette tutte le sue conoscenze mediche, dandogli un titolo alquanto ambizioso: Secreti medicinali di fra Mauro Fontana. Fu tuttavia costretto a dichiarare di avvalersi anche di una calamita battezzata, di un osso di pesce, di un breve da portare al collo e tanti altri secreti.
A ben vedere, Fra Mauro si era lasciato prendere la mano dalla sua curiosità di sperimentatore che lo aveva portato a scivolare nel versante molto pericoloso della terapia magica, dei sortilegi e della divinazione delle cose future.
Il 28 febbraio 1600 giunse da Roma, dove era stato celebrato il processo, l’ordine del Cardinale di Santa Severina di fare abiurare fra Mauro nel capitolo del convento castiglionese alla presenza dei suoi confratelli. Doveva cessare immediatamente le sua attività di terapeuta, sconfessare le bestemmie dette e chiedere perdono dello scandalo dato. Si ordinò per lui un anno di carcere nello stesso convento e al contempo fu sospeso per tre anni dagli ordini sacri e privato «di voce attiva e passiva per cinque anni». Infine, si fecero bruciare i suoi «libri di necromantia o altrimenti cattivi» che gli erano stati trovati nella perquisizione.

Bibliografia

  • Francesco Sinatti, Quando la medicina smise di curare l'anima. Il pluralismo terapeutico nella Toscana di Cosimo I tra magia, empirismo e ossessione diabolica, Accademia Valdarnese del Poggio - Quaderni del Centro Studi e Documentazione del Valdarno Superiore, Montevarchi 2019.

Article written by Francesco Sinatti | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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