Grismondi, Marina Teresia

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Marina Teresia Grismondi è stata una donna processata per stregoneria dall’Inquisizione di Bologna alla fine degli anni settanta del XVII secolo.

La vicenda

Il 3 dicembre del 1676 Teodoro Loris, veneziano detenuto nelle carceri del legato di Bologna, chiese di incontrare l'inquisitore della città per scaricarsi la coscienza. Nello stesso giorno l’uomo fu condotto dal vicario del Sant'Uffizio, Andrea Rovetta, a cui denunciò Marina Teresia Grismondi Vanufoli, cortigiana sua conterranea, in quanto strega e detentrice di scritture ‘sortileghe’, utili per trovare tesori e farsi volere bene. Teodoro narrò di avere incontrato Marina nel 1673 a Venezia. La donna, avendo deciso di trasferirsi a Bologna, preoccupata per i controlli eseguiti su tutto ciò che usciva ed entrava in città, gli aveva affidato in custodia la figlia Chiaretta di 13 anni e un «cartone» contenente delle scritture. Chiaretta avrebbe riportato il materiale alla madre dopo alcuni mesi, una volta raggiunta a Bologna. L'uomo confessò di avere scoperto il contenuto delle scritture a insaputa di Marina, mentre questa si trovava a Bologna, e fornì diversi dettagli sulle scritture e sugli oggetti posseduti dalla donna, sulle persone e i testimoni che potevano confermare il suo racconto e sulla poca stima che nutriva nei confronti dell'accusata. «Mai l'ho veduta andare à messa», disse. Alla domanda se vi fossero motivi di odio o rancore alla base della denuncia rilasciata, l'uomo rispose di avere agito semplicemente per alleggerire la propria coscienza e in conformità a quanto gli aveva prescritto il suo confessore1.
La deposizione spinse il vicario a istruire il processo informativo contro Marina. Dal 6 dicembre al 29 luglio del 1677 si susseguono una lunga serie di interrogatori e di perquisizioni. In quell’arco di tempo si presentarono a deporre Lucia Martelli, detta l'astrologa, madre di Maddalena, concubina di Teodoro; Michele Tegnarini, locandiere e conoscente di Lucia Martelli, affittuario di Marina durante l’iniziale permanenza con la figlia a Bologna; Lucia Cavalieri, domestica del locandiere e Lucia de Angelis, amica di Lucia Martelli. Infine si presentò al Sant'Uffizio Lodovico Generoli, un sacerdote regolare, che consegnò al vicario delle scritture ‘sortileghe’ di proprietà di Marina. Il religioso dichiarò che il materiale gli era stato recapitato da Francesco Ratta, senatore della magistratura bolognese e patentato del Sant'Uffizio, con il compito di trasmetterlo al vicario. In seguito alle numerose deposizioni, il 30 aprile Marina fu condotta nelle carceri.
A dispetto della presunta limpidezza della ‘spontanea comparizione’, i racconti rilasciati al vicario dai testimoni riportano spesso la vicenda di una controversia fra Teodoro e Marina, relativa a una questione di denaro prestato e che l'uomo non avrebbe mai restituito alla donna. La disputa si era conclusa con l'arresto e la condanna all'esilio di Teodoro da parte del tribunale legatizio della città. Tanto che alle incalzanti domande del vicario circa le scritture magiche e i sortilegi, Marina rispose che si trattava di una congiura, ordita contro di lei, da ricondurre alla lite avuta con Teodoro, genero di Lucia Martelli.
Il processo subì una brusca sterzata il 21 luglio 1677. La Congregazione del Sant'Uffizio, infatti, visionate le copie degli atti spedite a Roma, rilevò numerosi errori commessi dal vicario nell'istruire il processo informativo e nutrì fondati dubbi sulla colpevolezza della donna2. Così venne inviata una lettera, firmata dal cardinale Francesco Barberini, all'inquisitore di Bologna, Sisto Cerchi, in cui si prescrisse di rimettere Marina in libertà, di rifare il processo informativo e di rimproverare il vicario per come aveva condotto la procedura giudiziaria. Alla lettera fu allegata un'istruzione in sette punti, che precisava gli errori commessi da Rovetta3. Le ammonizioni riguardavano in primo luogo l'interrogatorio della figlia di Marina: i cardinali infatti chiarirono che non si «esamina» la madre contro la figlia, se non in rari casi, quando si tratta di eresia formale. In secondo luogo il vicario aveva eseguito le perquisizioni senza tenere conto della norma che prevedeva la presenza di due testimoni quando si eseguiva quella procedura. Infine le perquisizioni erano state decise in base a testimonianze indirette, cioè su fatti uditi da altri, e il vicario aveva letto ai testimoni le deposizioni indirette già trascritte durante l'interrogatorio. Anche in seguito il processo fu interrotto più volte dall'intervento della Congregazione, e sempre per vizi procedurali. Per di più l’origine della vicenda si chiarì nel corso dei successivi interrogatori. Marina Teresia risultò vittima di una congiura organizzata in primo luogo da Lucia Martelli, l'astrologa. Oltre ai testimoni già menzionati, la donna era riuscita ad avere dalla sua parte anche Pietro Pompeo Mantechetti, fiscale del Sant'Uffizio di Bologna: colui che avrebbe dovuto raccogliere le prove per il processo informativo a garanzia di una corretta indagine. Quest'ultimo, insieme con il senatore Ratta e la stessa Lucia Martelli, aveva organizzato le testimonianze da rendere al vicario e offerto protezione a Lucia de Angelis, amica dell'astrologa, precedentemente esiliata dal Sant'Uffizio di Bologna per sortilegi. La donna infatti non aveva rispettato la condanna, era tornata in città, contando sulla protezione dei due e sull'ospitalità di Lucia Martelli e si era presentata dal vicario per deporre contro Marina Teresia.
Irritata dall’affare, il 28 settembre 1678 la Congregazione decretò di ritirare la patente del Sant'Uffizio a Ratta e di non procedere contro Mantechetti4. Circa un anno dopo, il 13 settembre 1679, i cardinali trasmisero al nuovo inquisitore e futuro commissario generale del Sant'Uffizio, Tommaso Mazza, la decisione di assolvere Marina Teresia5. Il 6 dicembre i cardinali stabilirono anche le pene per i fautori della congiura contro la donna. Lucia Martelli venne condannata all'esilio dall'intero Stato pontificio, al divieto di praticare l'astrologia e qualsiasi pratica divinatoria sotto pena della fustigazione. Infine le fu intimata la bolla Si de protegendis in lingua volgare, in modo da tutelare Marina Teresia da eventuali ritorsioni. Lucia de Angelis fu condannata alla frusta nelle «solite strade» della città e all'esilio dalla giurisdizione inquisitoriale di Bologna. Lucia Cavalieri ricevette la stessa condanna, ma le furono risparmiate le frustate. Lodovico Generoli, il religioso confessore, fu condannato al carcere per due anni6. Il 7 febbraio 1680, pochi mesi dopo la condanna, fu concessa la grazia a Lodovico per la sua ‘fama’ di essere una persona da bene7. Non risultano documenti analoghi per le altre donne condannate, tranne che per Lucia Martelli, la mente della congiura. Nelle sedute della Congregazione del Sant'Uffizio del 1683, il suo nome compare due volte, il 28 aprile e il 29 dicembre, in relazione alla richiesta di grazia dall'esilio, ma i cardinali furono inflessibili8. Fu solo una lettera del 21 luglio 1686, firmata dal cardinale Alderano Cybo e diretta all'inquisitore di Bologna, Paolo Girolamo Giacconi, ad autorizzare il rimpatrio di Lucia Martelli nella sua città9. Il nome di Marina Teresia, la cortigiana veneziana che per firmare gli atti del notaio non metteva una croce, come la maggior parte delle donne e degli uomini del suo tempo, ma scriveva il suo nome e cognome di proprio pugno, non compare più nei documenti inquisitoriali romani e bolognesi. Nel 1679 Andrea Rovetta, il vicario che aveva istruito il processo contro di lei, era stato trasferito prima a Genova e poi a Milano10.

Bibliografia

  • Antonio Battistella, Il S. Officio e la riforma religiosa in Bologna, Zanichelli, Bologna 1905
  • Gian Luca D’Errico, L’Inquisizione di Bologna e la Congregazione del Sant’Uffizio alla fine del XVII secolo, Aracne editrice, Roma, 2012
  • Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, RCS, Milano [Sansoni, Firenze], 20044  [1990]

Nota bene

Questa voce è la rielaborazione, con alcune modifiche e aggiunte, di un testo originalmente pubblicato in Dizionario storico dell'Inquisizione, diretto da Adriano Prosperi in collaborazione con Vincenzo Lavenia e John Tedeschi, Edizioni della Normale, Pisa 2010, vol. 2, pp. 738-39.

Article written by Gian Luca D'Errico | Ereticopedia.org © 2013

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]