Verzata, Maria Lucrezia (la Maiola)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Maria Lucrezia Verzata, detta la Maiola, è stata una donna originaria di Cesena ma residente a Valsavignone, nel territorio del vicariato di Pieve Santo Stefano, quando fu perseguitata per stregoneria nel 1603.

Nel 1603 ser Leonardo di Pasquino da Loro, notaio del maleficio fiorentino, condusse un processo contro alcune presunte streghe di Pieve Santo Stefano, del quale fu prodotto un estratto, su richiesta del granduca Ferdinando I de Medici, conservato nella Segreteria di Gabinetto dell’Archivio di Stato di Firenze (n. 155, inserto 8).
Imputata principale risulta Maria Lucrezia Verzata, detta la Maiola, abitante da 15 anni in Valsavignone nel vicariato di Pieve Santo Stefano. La donna non era originaria della Pieve, ma proveniva da Cesena, dove era stata moglie di un calzolaio di nome Taviano di Simone da Maiole nello stato di Urbino: da qui il suo soprannome la Maiola.
Le accuse ci aiutano a comprendere come nella mentalità popolare fossero diffusi gli stereotipi stregoneschi, ma anche quanto sconcertante fosse il fanatismo di un funzionario pubblico, nella fattispecie il notaio. Così si esprime nel suo verbale:

mossa da diabolico spirito e consigliata da Maria Margherita sua suocera strega e maliarda oggi defunta, si dette 25 anni sono in preda al diavolo chiamandolo in suo aiuto /…/ una sera dopo essersi unta come usato dalle malvagie streghe, con sua suocera, fu portata dal diavolo in forma di montone alla noce di Benevento dove trovasi gran quantità di diavoli in forma umana che il maggiore di loro nominato Barbone stava sulla sedia in forma di Re con un gran fuoco, facendoli reverenzia con il culo all’indietro come usano tutte le streghe, detto Barbone si fece promettere l’anima da Lucrezia /…/ gli fece mutare il nome da Lucrezia in Caterina facendoli promettere di spergere il genere umano con ogni suo potere e di tirare a tal diabolica vita altre persone /…/ dandoli ogni genere di benefici e infiniti piaceri e alla fine un reame e Lucrezia giurò nelle sue mani e fu data in custodia ad un altro diavolo di nome Bigiarino.

Seguiamo le malefatte attribuite a Lucrezia, facendo tesoro delle espressioni verbali riportate nel documento: andò con sua suocera nella fortezza di S. Leo e guastò al capitano un figlio di tre mesi; fece morire succhiando il loro sangue più centinaia di creature nelle località di Montalone, Moggerano, Ruoti, Cerione, Pian del Trebbio, Verghereto Valsavignone; fece malìe con un cuore di colombo, con un pezzo di ferro, con un fiore; ad un fornaciaio fece un incanto di diavoli in modo che la fornace alla quale lavorava non abbruciasse facendola poi tornare ardente; fece cascare un figlio per le scale e dette una bevanda ad una donna che dopo che ne bevve si “sconciò”; si faceva credere perfetta cristiana, ma faceva incanti con il santissimo sacramento: prendeva l’ostia, la metteva nel fazzoletto e la portava a casa e dopo la metteva sotto i piedi e la scherniva con parole inique e vi pisciava sopra; faceva un “pallottolino” per far conquistare le donne ai clienti, e aveva attirato alle sue voglie due preti e un frate; aveva, infine, procurato una bevanda ad un cliente per far abortire una fanciulla.
Oltre alle infrascritte «malie e omicidi, per propria vendetta e colli suoi soliti diabolici incanti» fece nell’anno 1602 e 1603 grandinare nella vigna di Francesco Angelini e della Modesta di Silvestro da Valsavignone che gli tolse la maggior parte del vino perché non aveva avuto l’elemosina secondo il suo volere (unico esempio di strega tempestaria rinvenuta nell’aretino). Inoltre, incantando e scongiurando un diavolo in forma di faina lo mandò ad ammazzare tutti i colombi della sua colombaia e in più, sempre allo stesso Angelini, fece rompere il collo a due vacche e a una cavalla per opera di un diavolo.
Nel processo si rammentano altre due streghe, una certa Antonia di Iacopo Santi della Pieve S. Stefano e Francesca di Gio. di Tofano da Monte Cornaro, senza specificare che relazione possono aver avuto con la nostra Lucrezia; per esse si ordinò che fossero liberate dalle carceri dietro pagamento di una somma di denaro secondo le loro possibilità economiche.
Si ricorda, infine, il fabbro da Moggenano che si diceva fosse in possesso di «un libro senza stampa né titolo dove sono ricette superstiziose e diaboliche e in particolare per non poter usare con una donna, per provocare il tempo delle donne e raffrenarlo, per tor via e aumentare la lussuria e altre cose oscene e brutte ricette contenute nel libro, indizio manifesto della sua diabolica vita».
Il fascicolo termina con un appunto sull’ultima carta scritto forse del notaio o dal trascrittore del documento, dove si evidenziarono alcuni punti salienti dei reati stregoneschi contestati a Lucrezia, utili forse per l’ufficiale criminale.

Ma chi era Lucrezia Verzata detta la Maiola? Durante l’interrogatorio la donna ricordò aspetti importanti della sua vita e utili per comprendere il profilo di questa presunta strega. Disse di aver avuto due fratelli a Cesena morti per la carestia e la peste e uno era cavaliere di Croce Rossa e teneva per moglie una contessa. Poi aggiunse, con qualche orgoglio: «se bene ve ne fate meraviglia per essere io di gran casata /…/ siamo di casa Verzaia da Cesena». Verzaglia è una frazione di Cesenatico e la casata in questione parrebbe quella di nobili che presero il nome da questa località.
Ma il tratto della sua vita più inquietante è questo: «fu causa di Leonardo che mi rubò assieme con il Frate che ero fanciulla e mi condussero a Maiole dove mi tennero tre anni, che li miei fratelli mai lo seppero e poi mi maritorno /maritarono/ come ho detto e questo figlio che io ho l’acquistai con il Frate e me lo battezzò Cesare Battilana che era Fiscale e oggi è vicario di Sogliano». Il documento non chiarisce chi fossero Leonardo e il frate, ma parrebbe di comprendere che Lucrezia, strappata da fanciulla alla sua famiglia, avesse subito ogni sorte di violenza, e che il suo destino, forse la stessa sua arte magica, fossero stati in qualche modo scaturiti dalla frequentazione di tali personaggi e dalle vicende che così pesantemente la coinvolsero.
Mostrarsi strega e guaritrice per una donna, seppur vista con sospetto dalla comunità, poteva risultare un modo per raccogliere qualche elemosina e sbarcare alla meno peggio il lunario.

Bibliografia

  • Francesco Sinatti, Quando la medicina smise di curare l'anima. Il pluralismo terapeutico nella Toscana di Cosimo I tra magia, empirismo e ossessione diabolica, Accademia Valdarnese del Poggio, Montevarchi 2019.

Article written by Francesco Sinatti | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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