Flaminio, Marcantonio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

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Marcantonio Flaminio (Serravalle, 1498 – Roma, 18 febbraio 1550) è stato un umanista ed eretico.

Biografia

Nacque a Serravalle (oggi frazione di Vittorio Veneto) da famiglia originaria di Imola (il padre Giovanni Antonio era latinista e maestro di scuola). Tornò ad Imola con la famiglia a undici anni.
Distintosi nelle lettere fin dalla giovanissima età, si fece conoscere nel 1514 a Roma alla corte di Leone X e nel 1515 alle corti di Napoli e Urbino, legandosi a vari letterati quali Jacopo Sannazzaro e Baldassarre Castiglione. Studiò a Bologna, dove allora insegnava Pietro Pomponazzi, fino al 1519, entrando in contatto con Leandro Alberti, nonché con vari letterati e umanisti bolognesi (tra i quali Ludovico Beccadelli), quindi a Padova, dove seguì le lezioni di Marco Antonio Passeri detto il Genua, fino al 1521. Da Padova si trasferì a Genova con Stefano Sauli, poi sempre con lui passò a Roma dopo l'elezione di Adriano VI, nel 1522. A Roma si legò a Gian Matteo Giberti, che, nel 1527, dopo il sacco della città ad opera dei lanzichenecchi, seguì a Verona. Giberti lo protesse fino al 1538, allorché gli divenne inviso a causa delle sue simpatie ereticali, comprovate dalla ettura di libri proibiti. Dal 1538 al 1541 fu a Napoli, dove frequentò il circolo di Juan de Valdés. Nel 1541 fu poi a Roma (dove incontrò Bernardino Ochino), Firenze, Lucca e Viterbo (alla corte di Reginald Pole). Accompagnò il cardinal Pole al concilio di Trento nel 1545-46. Ritornò quindi a Roma, dove morì nel 1550.

Nel corso della sua vita Flaminio fu legato a tutti i principali esponenti del gruppo degli "spirituali", partecipando attivamente alle loro discussioni teologiche, come conferma la sua implicazione, sul finire degli anni trenta, in un dibattito sulla predestinazione con Gasparo Contarini, Girolamo Seripando, Tullio Crispolti e Tommaso de' Giusti, nel contesto del quale scrisse le sue Meditationi et orationi sopra la lettera di San Paolo ai Romani. Anche nella sua produzione lirica ampio spazio ebbero i temi spirituali che riflettono la sua ricerca interiore di un cristianesimo privo degli orpelli dei riti esteriori e dei dogmi, incentrato sulla figura di Cristo e del beneficio da lui concesso agli uomini tramite la sua crocifissione. Fu autore, tra l'altro, di un commento ai Salmi (Paraphrasis in duo et triginta psalmos, Giovanni Padovano, Venezia 1538). Ma soprattutto fu co-autore, assieme a fra Benedetto da Mantova, del più celebre trattato religioso del Cinquecento italiano, il ben noto Beneficio di Cristo, stampato a Venezia presso Bernardino de' Bindoni nel 1541. Nei suoi ultimi momenti di vita fu interrogato sulla sua ortodossia da Gian Pietro Carafa, che, divenuto papa, ebbe occasione di scagliarsi contro la sua memoria in una celebre conversazione con l'ambasciatore veneziano Bernardo Navagero (avvenuta il 23 novembre 1557), indicandolo come uno dei massimi esponenti, insieme a Reginald Pole e Giovanni Morone, della "scola maledetta" che aveva tratto linfa dalle idee di Valdés e che infettava la Chiesa al suo interno, la quale doveva essere debellata al più presto1.

Corrisponde probabilmente a Marcantonio Flaminio l'umanista ritratto da Sebastiano Del Piombo in una sua celebre tela (i due erano legati da rapporti di amicizia).

Bibliografia

  • Alessandro Pastore, Flaminio, Marcantonio, in DBI, vol. 48 (1997)
  • Massimo Firpo, Inquisizione romana e Controriforma. Studi sul cardinal Giovanni Morone (1509-1580) e il suo processo d'eresia, Nuova edizione rivista ed ampliata, Morcelliana, Brescia 2005
  • Marcantonio Flaminio, Lettere, a cura di A. Pastore, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1978
  • Marcantonio Flaminio, Meditationi et orationi formate sopra l’epistola di san Paolo ai romani, a cura di Massimo Firpo, Aragno, Torino 2007
  • Processo Carnesecchi, ad indicem
  • Processo Morone2, vol. 1, ad indicem

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Voci correlate

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2013

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]