Castelvetro, Ludovico

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Ludovico Castelvetro (Modena ca. 1505 – Chiavenna, 21 febbraio 1571) è stato un intellettuale, filologo e critico letterario perseguitato dall’Inquisizione romana a causa delle sue convinzioni eterodosse in materia di fede.

Anni giovanili e formazione culturale del Castelvetro

Le numerose biografie, a proposito della vita del Castelvetro, concordano sul fatto che egli nacque da Giacomo, ricco mercante e banchiere, e da Bartolomea Della Porta, inoltre gli autori di quegli scritti convengono che i genitori del futuro letterato non appartenevano alla nobiltà urbana, ma nonostante ciò la famiglia natale del Nostro fu certamente una delle più agiate della città emiliana; la ricchezza, garantita dai commerci ai quali erano dediti i parenti del giovane Ludovico, permise a quest’ultimo di formarsi presso valenti insegnanti di “belle lettere”, come Dionigi Trimbocco e Panfilo Sassi: in particolare quest’ultimo fu una figura fondamentale per la formazione di personalità del calibro di Giovanni Grillenzoni e Filippo Valentini, intellettuali che, insieme al già citato Ludovico Castelvetro, segneranno la scena colta della Modena cinquecentesca.
Gli iniziali studi nella città natia, contraddistinti da primi componimenti in latino e commenti della poesia virgiliana, furono seguiti da una peregrinazione accademica alla quale il giovane Ludovico fu spinto dal padre Giacomo al fine di conseguire una solida preparazione nel campo delle leggi, per così proseguire le fiorenti attività commerciali di famiglia; le fonti, seppur con qualche incertezza, ricordano come il Modenese fece tappa negli importanti atenei di Bologna, Padova, Ferrara ed infine Siena, luogo nel quale si addottorò: gli interessi culturali del Castelvetro, nonostante le imposizioni paterne, rimanevano legati agli studi umanistici, tanto che, nel periodo del soggiorno in terra toscana, egli fece parte della celebre Accademia degli Intronati, dove diede sfoggio di grande talento commentando il Petrarca e l’Ariosto.
Le rare qualità di Ludovico Castelvetro non furono notate solamente dal padre Giacomo, ma anche dallo zio materno Giovanni Maria Della Porta, ambasciatore del duca di Urbino presso la Santa Sede, che sperava di fare del nipote il suo successore: durante il breve soggiorno romano del Castelvetro, il diplomatico urbinate si adoperò affinché fosse garantito il vescovado di Gubbio al giovane parente, tuttavia quest’ultimo non aveva nessuna intenzione d’intraprendere la carriera ecclesiastica, cosicché rientrò, come testimoniato da un rogito del 1529, a Modena; le memorie, afferenti agli anni successivi al suo ritorno all’ombra della Ghirlandina, ci danno l’immagine di un personaggio di rilievo della comunità geminiana, infatti, egli fu eletto lettore di diritto dello studio cittadino nel 1532, ricoprì importanti incarichi nelle magistrature di città (Soprastante all’edilizia nel 1542, Conservatore nel 1550 e 1551), intraprese numerosi viaggi nei maggiori centri dell’Italia del tempo ed infine fu considerato uno dei più brillanti ingegni modenesi, data la sua attività culturale nel campo delle lettere, all’interno della cosiddetta Accademia.
Il ritorno in patria aveva significato per il Castelvetro anche la contrazione di una grave malattia che lo debilitò per oltre dieci anni e che lo costrinse, non senza gioia, ad abbandonare le attività commerciali della famiglia per dedicarsi completamente agli studi umanistici, cosicché si associò al circolo intellettuale dell’Accademia, la quale era sorta intorno alla spezieria dei fratelli Grillenzoni negli anni ’30 del XVI secolo: in questo cenacolo colto venivano discussi e commentati autori classici, ma ben presto entrarono, nel novero dei testi analizzati dagli accademici, anche quelli di Erasmo da Rotterdam e dei riformatori religiosi d’oltralpe, risultando così l’ambiente ideale per una figura come quella di Ludovico Castelvetro, la quale era denotata da un marcato eclettismo culturale, ma al contempo facendo sì che su quest’ultimo cadessero i sospetti dell’Inquisizione romana a causa delle tematiche trattate da tale sodalizio.

Eterodossia del Castelvetro e persecuzioni nei suoi confronti per motivi religiosi

La scarsità di documenti giunti fino a noi lascia più di un dubbio su di una precisa definizione del pensiero religioso di Ludovico Castelvetro: l’origine di tale carenza di testimonianze non è da attribuire ad un disinteresse del letterato modenese per la riflessione teologica, ma piuttosto indica il carattere del Nostro, che ben conscio dei rischi esistenti per chi si distaccava dalla dottrina ufficiale romana, assunse un atteggiamento sfumato nei confronti della religione, il cosiddetto nicodemismo; è la penna di Delio Cantimori quella che ha probabilmente riassunto nella maniera più efficace la personalità di questo dotto, giacché quest’ultimo viene inserito nella più pericolosa tipologia di eretici, ossia quella di coloro che «finivano per spogliare la riforma della sua concretezza religiosa ed ecclesiastica, per ridurla, inconsapevolmente ancora, a fenomeno di vita morale e intellettuale soggettiva».
Le parole di Delio Cantimori sembrano essere confermate dallo stesso Ludovico Castelvetro, che, in uno scambio epistolare del 1536-37, rimprovera all’amico Filippo Valentini la sua adesione ad una precisa declinazione del pensiero riformato, ovvero le dottrine valdesiane, allontanandosi così dalla via razionalista e biblicista, considerata dall’intellettuale modenese come la più prossima all’interpretazione del messaggio cristiano; tuttavia i più recenti studi a proposito del dotto emiliano sembrano propendere per un’analisi più complessa della figura di quest’ultimo, facendone risaltare i suoi caratteri di uomo della riforma, così come si evince dalle sue opere superstiti di tema religioso che saranno trattate nell’ultima sezione della presente voce enciclopedica.
Le posizioni teologiche del Castelvetro, così legate all’analisi ed all’esegesi delle Sacre Scritture, erano figlie delle inclinazioni intellettuali di quest’ultimo e testimonianza di ciò è il casuale ritrovamento della biblioteca dell’intellettuale geminiano nella villa della Verdeta: durante i lavori di restauro del 1825, fu rinvenuta, celata da un muro, una grande quantità di testi appartenuti a Ludovico Castelvetro, frequentatore di quella dimora rustica della famiglia Carandini; la collezione di libri comprendeva un rilevante numero di autori, appartenenti a molte ramificazioni della riflessione riformata, e ciò conferisce il tratto distintivo di un pensiero religioso allergico ad un rigido inquadramento dottrinario, inoltre altro aspetto caratteristico del ritrovamento della Verdeta è che le opere possedute dal Castelvetro erano per la maggior parte di carattere esegetico, sintomo della centralità conferita dal dotto modenese allo studio e alla comprensione del testo biblico.
La difficoltà nell’individuare il pensiero religioso dell’intellettuale emiliano è inversamente proporzionale alla facilità con la quale è possibile rintracciare vicende che lo posero al centro delle attenzioni del Sant’Uffizio a dimostrazione di quanto, nonostante non fosse delineato precisamente il suo profilo confessionale, egli risultasse una personalità in odore di eresia per le autorità religiose; la serie di scandali dovuti all’attività dell’Accademia, ai ritrovamenti di opere interdette e alle pubbliche accuse di padre Serafino da Fermo nei confronti degli eterodossi cittadini avevano fatto sì che la tumultuosa situazione confessionale di Modena fosse giunta ad un punto tale da allarmare papa Paolo III, che solamente per intercessione del cardinale geminiano Jacopo Sadoleto, si decise a concedere una “soluzione morbida” circa la pacificazione religiosa della città estense: fu intavolata una lunghissima trattativa tra le autorità religiose e gli eretici modenesi che si concluse solamente il 3 settembre 1542 con la sottoscrizione di un formulario di fede, proposto dai cardinali Giovanni Morone e Gasparo Contarini, da parte dei più eminenti dissidenti religiosi civici, tra i quali figurava anche Ludovico Castelvetro.
La firma del decalogo da parte del Castelvetro non significò l’adesione di quest’ultimo alle dottrine religiose tradizionali, tant’è che il suo nome compare nel quadernetto riportante la lista dei riconciliati in forma privata dal vescovo Egidio Foscarari, che, a causa delle sue posizioni moderate in materia religiosa, fu disposto a riportare, almeno formalmente, in seno alla Chiesa cattolica un gran numero di dissidenti religiosi durante gli anni del suo ufficio pastorale modenese, i quali vanno dal 1550 al 1564.
La serie di accuse di eresia nei confronti di Ludovico Castelvetro proseguì nel 1553 con l’inizio di una complessa controversia letteraria con Annibale Caro, nella quale i contendenti non si risparmiarono durissime invettive caratterizzate anche da argomentazioni che trascendevano la critica testuale, fino a giungere alla denuncia, nei confronti del dotto modenese, di essere il mandante dell’omicidio di Alberico Longo, amico del Caro e servitore di Giovanni Battista Campeggi, avvenuto nel giugno 1555; in quello stesso anno, salì al soglio pontificio l’intransigente cardinale Gian Pietro Carafa e tale elezione portò con sé un giro di vite per tutti coloro che erano in odore di eresia: le autorità pontificie, facendo leva sulle accuse per l’omicidio del Longo e nell’ambito più ampio dell’incriminazione da parte del Sant’Uffizio del cardinale Giovanni Morone, convocarono il Castelvetro, personaggio vicino al prelato milanese, sia a Roma sia nella città papale di Bologna per processarlo, ma egli evitò le procedure giudiziarie nei suoi confronti grazie all’importante status sociale del quale godeva e che gli permetteva di ottenere influenti protezioni rappresentate dal duca di Ferrara, dalle magistrature modenesi e da importanti famiglie della città geminiana.
La mancata presentazione del dotto emiliano alle convocazioni del 1555 avevano fatto guadagnare a quest’ultimo una condanna in contumacia, tuttavia la morte di Paolo IV nell’agosto del 1559 e la successiva elezione del moderato Pio IV segnarono una distensione nei confronti dei sospettati di eresia e così fu possibile al Castelvetro, dotato di un particolare salvacondotto, il recarsi nell’Urbe per riabilitare la propria figura agli occhi della Chiesa cattolica; dopo essere stato sottoposto dal Sant’Uffizio ad alcuni interrogatori nell’ottobre 1560, egli intuì di venire nuovamente giudicato colpevole e di conseguenza fuggì da Roma, insieme al fratello Giovanni Maria, meritandosi una nuova condanna in contumacia per eresia.
Ludovico Castelvetro, dopo avere lasciato l’Urbe, rientrò nei territori estensi, spostandosi tra diverse residenze dei suoi influenti protettori, fino alla primavera del 1561, allorché egli decise di prendere la via dell’esilio verso oltralpe, giacché il nuovo duca Alfonso II era deciso a cedere alle pressioni papali per la consegna del fuggiasco: la prima tappa del peregrinare dell’eterodosso emiliano fu Chiavenna, allora dipendente dalla repubblica delle tre leghe grigionesi, dove incontrò numerosi dissidenti religiosi italiani, tra i quali si trovava anche Francesco Porto, suo vecchio compagno ai tempi dell’Accademia.
Gli ultimi anni della vita dell’intellettuale modenese furono segnati da continui spostamenti tra Chiavenna, Ginevra, Lione, Vienna, luoghi nei quali egli disponeva di numerosi appoggi tra le comunità di emigrati italiani per motivi religiosi e dove poteva godere della protezione dell’imperatore Massimilano II, al quale dedicò il suo famoso commento alla Poetica di Aristotele, e della nobile famiglia Von Salis; l’ultimo viaggio del Castelvetro, il quale aveva sempre sognato di rientrare in Italia, tanto da appellarsi ai padri conciliari riuniti a Trento, fu alla volta di Chiavenna, poiché a Vienna era scoppiata un’epidemia di peste: fu in questo centro della Valtellina che le sue condizioni di salute, precarie fin dagli anni giovanili, precipitarono, portandolo alla morte il 21 febbraio 1571, all’età di 66 anni.

Opere a carattere religioso di Ludovico Castelvetro

Ludovico Castelvetro fu un intellettuale capace di una prolifica produzione testuale la quale spaziava in numerosi campi del sapere: dalla critica letteraria fino alla filologia, passando per traduzioni dalle lingue antiche e testi a tema religioso; proprio su questi ultimi intende focalizzare la propria attenzione la presente sezione, mentre per aver maggiori delucidazioni sulle altre tipologie di scritti si veda l’esauriente voce enciclopedica di Valerio Marchetti e Giorgio Patrizi, citata in bibliografia.
In precedenza si era ricordato come a proposito dell’intellettuale modenese non si trovassero numerosi documenti che definissero nitidamente il profilo confessionale del Castelvetro, tuttavia è possibile rintracciare alcuni testi frutto del lavoro di quest’ultimo: primo fra tutti è un volgarizzamento del De Ecclesiae auctoritate et de veterum scriptis libellus di Filippo Melantone, nell’edizione di Wittenberg del 1539, tradotto con il titolo di Libricciuolo di Phi. M. dell’autorità della Chiesa, e degli scritti degli antichi volgarizzato per Reprigone Rheo con le giunte d’alquante chiose; su tale scritto non ci sono sostanzialmente controversie tra gli esperti, i quali rintracciano numerose caratteristiche tipiche della scrittura del Nostro, delineando così la figura di un intellettuale attivo nel propagandare gli ideali della riforma nella effervescente realtà confessionale della Modena degli anni Quaranta.
Il giudizio degli studiosi è ben più contraddittorio in merito al volgarizzamento di un’altra opera melantoniana, ossia i Loci communes theologicarum, apparsi come Principii de la theologia di Ippofilo da Terra Negra: tale versione sarebbe basata sulla prima edizione dello scritto del praeceptor Germaniae e precisamente sulla copia di Strasburgo del 1523; analisi approfondite e confronti con altri documenti sembrano collocare tale traduzione tra il 1544 ed il 1549, ma tali date non sono accettate da tutta la comunità scientifica, giacché sono presenti anche ipotesi che collocano questo testo all’inizio degli anni Trenta, inoltre le differenti visioni tra gli specialisti riguardano anche le analisi testuali e storiche che porterebbero a riconoscere la paternità castelvetrina della traduzione della famosa sistemazione della dottrina luterana, operata da Filippo Melantone.
Dopo aver ricordato brevemente le traduzioni riferite, non senza opinioni contrarie, al Castelvetro è bene ricordare che a quest’ultimo sono associati testi di cui non abbiamo più traccia, se non nelle memorie storiche: tra essi figura la traduzione del Nuovo Testamento la quale sembra ancora una volta collegata alle convulse vicende relative all’Accademia degli anni Quaranta; nel novero dei volgarizzamenti operati dall’intellettuale emiliano vanno inseriti anche le Enarrationes in quattuor Evengelia di Teofilatto di Ocrida, compiute nel 1540, e probabilmente collegate all’attività dello zio materno Giovanni Battista Della Porta, il quale tentava di avviare alla carriera ecclesiastica il giovane Ludovico, che, per ben figurare agli occhi dei potenti cardinali romani, aveva operato tale versione di letteratura patristica.
La lista dei testi ascritti al Castelvetro si allunga con la Dichiarazione del Pater Noster, & modo d’ascoltare la S. Messa: presumibilmente tale scritto è l’unione di due distinte opere vergate in latino dal vescovo Egidio Foscarari, delle quali solamente la prima è verosimilmente stata tradotta dal Nostro; in questo trattatello gli assiomi di base sono il riconoscimento dell’autorevolezza e dell’autenticità della tradizione apostolica ed il rifiuto delle accuse di interpolazione ai riti sacri mosse alla Chiesa cattolica, cosicché è evidente che esso si colloca su posizioni decisamente ortodosse alle quali il Castelvetro fu formalmente costretto a aderire alfine di riabilitare la sua precaria fama di buon cattolico.
Le attribuzioni di scritti religiosi, collegate all’intellettuale modenese, si concludono con alcuni scritti minori concernenti la riflessione teologica come: l’epigramma latino De simulacro Divi Francisci in aedicula Cardinalis Aracoeli sito (1560), una discussione di un passo della prima lettera ai Corinzi a proposito della prescrizione paolina del velo alle donne che intervengano in riti sacri (post 1554), Origine e significato d’Autore (post 1554) nella quale si polemizza contro l’intitolazione di un libretto di Teodoro di Beza e Se gli Apostoli hebbono il dono dell’eloquenza insieme col dono delle lingue (anni Cinquanta del XVI secolo) dove si analizzano alcune posizioni del successore a Ginevra di Giovanni Calvino e di Sebastiano Castellione, a proposito del Nuovo Testamento.

Bibliografia

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  • Delio Cantimori, Adriano Prosperi (a cura di), Eretici italiani del Cinquecento e Prospettive di storia ereticale italiana del Cinquecento, Einaudi, Torino 2009, pp. 343-344.
  • Salvatore Caponetto, Due opere di Melantone tradotte da Lodovico Castelvetro: «I principii de la teologia di Ippophilo da Terra Negra» e «Dell’autorità della Chiesa e degli scritti degli antichi», in “Nuova Rivista Storica”, 70, 1986, pp. 253-274.
  • Ludovico Castelvetro, Guido Mongini (a cura di), Filologia ed eresia. Scritti religiosi, Morcelliana, Brescia 2011.
  • Giuseppe Cavazzuti, Lodovico Castelvetro, Società Tipografica Modenese, Modena 1903.
  • Massimo Firpo, Guido Mongini (a cura di), Ludovico Castelvetro. Letterati e grammatici nella crisi religiosa del Cinquecento/. Atti della XIII giornata Luigi Firpo. Torino, 21-22 settembre 2006, Olschki, Firenze 2008.
  • Enrico Garavelli, Gli scritti “religiosi” di Lodovico Castelvetro, in Antonio Corsaro, Harald Hendrix, Paolo Procaccioli (a cura di), Autorità, modelli e antimodelli nella cultura artistica e letteraria tra Riforma e Controriforma. Atti del Seminario internazionale di studi. Urbino-Sassocorvaro, 9-11 novembre 2006, Vecchiarelli, Manziana 2007, pp. 267-300.
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  • Valerio Marchetti-Giorgio Patrizi, Castelvetro, Ludovico, in DBI, vol. 22 (1979).
  • Processo Morone², vol. I-III, ad indicem (in particolare vol. I: pp. 9-10).
  • Ludovico Antonio Muratori, Opere varie critiche di Lodovico Castelvetro gentiluomo modenese non più stampate, colla vita dell’autore scritta dal sig. proposto Lodovico Antonio Muratori bibliotecario del Ser.mo Sig. duca di Modena, Pietro Foppens, Berna 1727, pp. 1-78.
  • Girolamo Tiraboschi, Biblioteca modenese o Notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli stati del serenissimo signor duca di Modena raccolte e ordinate dal cavaliere ab. Girolamo Tiraboschi, Società Tipografica, Modena 1781-1786, t. I: ad indicem (in particolare pp. 434-485); t. III: ad indicem; t. VI: pp. 62-82 (Vita di Lodovico Castelvetro da Modena).

Article written by Samuele Reggiani | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]