Gambara, Lucrezia

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Lucrezia Gambara (Alfianello, 4 gennaio 1704 – 21 agosto 1737) è stata una laica “santa vivente” sospettata di “affettata santità”, dichiarata dalle autorità diocesane “illusa e indemoniata”

Biografia

Lucrezia Gambara – meglio nota come l’“Illusa di Alfianello” – nacque il 4 gennaio 1704 ad Alfianello, piccolo comune nel bresciano. Figlia di Stefano, un anziano contadino, e di una fervente cattolica, la giovane crebbe in un contesto familiare particolarmente pio e devoto. Era ancora infante quando la madre le insegnò le principali orazioni e la rudimentale catechesi cristiana. Infiammata d’amore per la Passione di Cristo dalle prediche materne, all’età di cinque anni iniziò a sperimentare pratiche penitenziali, come il digiuno e la disciplina a sangue. Tali esercizi ascetici, sempre più dolorosi e proseguiti anche dopo la morte della madre, furono premiati con visioni e apparizioni divine. Poco prima dell’ottavo anno d’età fece privato voto di castità, mentre al dodicesimo aggiunse il precetto di non osservare – per pudicizia – alcun uomo in viso.
Tra i 15-20 anni la sua virtù venne messa in discussione da ripetute tentazioni demoniache, palesatesi sotto forma di giovani ragazzi o di orrendi animali (per non cedere al peccato moltiplicava le penitenze e “gettava i piedi nel fuoco”). Comunicata la natura del suo turbamento al padre spirituale, il prevosto Giuseppe Bartolomeo Simoni, egli stimò trattarsi di possessione diabolica. Condusse dunque l’ossessa da un noto esorcista nella vicina Verola e le furono impartiti esorcismi per tre giovedì consecutivi. Il rimedio si dimostrò tuttavia palliativo e temporaneo, quindi Simoni decise di chiedere il parere del tribunale ecclesiastico. Lucrezia, munita di lettera del confessore, si presentò il 24 marzo 1726 al padre inquisitore di Brescia il quale la congedò bonariamente. La sua anima non era invasa dal Maligno, ma da naturali inclinazioni umane. Pochi giorni dopo il colloquio con l’inquisitore le sue condizioni di salute precipitarono. Paralisi degli arti, sbocchi di sangue, aritmie cardiache costrinsero la giovane a passare lunghi mesi a letto, soccorsa ed assistita dalle cosiddette “putte spirituali”. Intorno a lei si era infatti raccolto un piccolo gruppo di coetanee, rigorosamente vergini, che condividevano l’aspirazione alla santità scambiandosi consigli ed esperienze sul come raggiungerla. Fu probabilmente a loro che Lucrezia narrò le sue frequenti visioni, gli stati d’estasi, le locuzioni divine, la levitazione.
La notte del 3 maggio 1728, festa della Santa Croce, lei ebbe in visione un anziano uomo che portava in spalla una pesante croce. Egli le offrì di compartecipare ai suoi dolori e, dopo averli accettati, sentì il suo cuore appesantito dalla presenza di una croce di piombo e dagli strumenti del martirio (stigmate invisibili). Da quel momento l’unica ragione della sua vita divenne il patire, spiritualmente e corporalmente. I suoi digiuni e la sua disciplina si fecero drammatici. Non si cibò più di nulla se non della sola comunione ed era solita flagellarsi le carni per cinque volte al giorno con ferri taglienti e corone di spine. Stando alla deposizione di padre Simoni, il 24 settembre dello stesso anno, mentre meditava sulla crocifissione, si aprì sul suo petto la ferita della lancia ed iniziarono a sgorgare vivo sangue ed acqua. Tamponando la piaga con dei pannilini rimanevano impresse su di essi delle figure a forma di croce. Venuto a conoscenza dell’accaduto, il prevosto convocò i quattro religiosi della parrocchia per discutere il caso. Decisero collegialmente di sospendere ogni giudizio sino alla comparsa di “segni più chiari”. Tali segni si manifestarono sul corpo della donna pochi giorni dopo la festività di San Francesco (siamo quindi intorno al 7/8 ottobre 1728). Mentre era in orazione cinque raggi luminosi dipartirono dal crocifisso e le colpirono mani, piedi e fronte: la stigmatizzazione divenne completa a visibile. Pochi giorni dopo iniziò a fuoriuscire copioso sangue dalle ferite e Lucrezia rivelò questo nuovo prodigio a Simoni. Egli si dimostrò scettico e la convinse a tenere occulto il misterioso fenomeno. Così la ragazza fece per due mesi fino alla solennità della Concezione (8 dicembre). Dopo aver partecipato alla messa, cadde in uno stato di totale paralisi. Soccorsa dalle fedeli putte spirituali, fu portata nella vicina casa parrocchiale per ricevere le prime cure. Qui la straordinaria scoperta. Immediatamente venne chiamato il prevosto e gridato il miracolo: «Lucrezia è una santa!». In meno di un’ora la notizia superò i confini della piccola comunità di Alfianello. Il concorso popolare fu enorme. Persone di ogni genere e ceto, laici e religiosi, accorsero a vedere con i propri occhi le piaghe del Signore, sperando di potersi aggiudicare uno di quei fazzoletti-reliquia o bere (sic) la miracolosa acqua che usciva dal costato della giovane.
La fama sanctitatis di Lucrezia raggiunse velocemente terre lontane. Il controllo dell’entusiasmo popolare era totalmente sfuggito dalle mani del clero locale. Preoccupato di ciò, l’11 dicembre Simoni scrisse una lettera informativa al Vicario Generale di Brescia, Mons. Leandro Chizzola. Era tuttavia troppo tardi. La notizia giunse a Brescia sia attraverso la sua missiva (alla quale il Chizzola rispose tre giorni dopo), sia tramite il frenetico word of mouth della gente. I rumors arrivarono in fetta anche a Roma e presso i vertici della Chiesa. Il 14 dicembre l’abate Garbelli di Pontevico aveva inviato ad amici e religiosi diverse relazioni sui prodigiosi eventi di Alfianello. Tra i destinatari vi era anche il cardinale Pietro Ottonini, segretario del Sant’Uffizio. Quest’ultimo convocò con urgenza il cardinale vescovo di Brescia Angelo Maria Querini, d’istanza nella città eterna, e ordinò che venisse discussa la questione nella successiva riunione della Suprema Congregazione. In meno di una settimana Lucrezia era divenuta, suo malgrado, una celebrità.
La reazione di Chizzola fu immediata e tempestiva. Capendo l’incapacità del prevosto nella risoluzione positiva del caso, lo convocò di persona presso il tribunale vescovile. Dal 24 dicembre al 4 gennaio 1729 Simoni fu sottoposto a ripetuti interrogatori dal vicario e dall’inquisitore bresciano, padre Tommaso Maria De Angelis. Questi lo convinsero dell’«affettata santità» di Lucrezia e lo ammonirono per la sua incauta condotta e semplice credulità. Nel frattempo i cardinali dell’Inquisizione si riunirono l’8 gennaio e diedero a Querini precise disposizioni da far eseguire dai suoi sottoposti. Il vescovo comunicò al proprio vicario le direttive, ma egli preferì coraggiosamente adottare un’altra strada, preferendo una risoluzione lenta ma oculata ad una vigorosa ma potenzialmente pericolosa. Giudicava infatti azzardato rimuovere coattivamente – come richiedeva il Sant’Uffizio – l’invalida dal paese nativo e sottoporla a processo. La vox populi era tutta dalla sua parte e aveva già dato segni di mobilitazione in suo favore. Onde evitare disordini il Chizzola, servendosi del redarguito prevosto, mise in opera una sorta di campagna diffamatoria contro la povera Lucrezia, diffondendo la voce della sua possessione demoniaca e delle sue “debolezze femminili”. Tornato ad Alfianello, il Simoni si adoperò nel promuovere i piani del superiore e dal 12 al 15 gennaio redasse cinque rapporti sulle visite e sulle istruzioni date all’Illusa. Tale politica diede celermente i suoi frutti.
All’inizio del febbraio successivo il clamore sembrava già essersi moderato e molti erano coloro che la deridevano e disprezzavano pubblicamente. Il Chizzola stabilì quindi che era giunto il momento per poterla convocare. Il 9 febbraio Lucrezia venne segretamente prelevata da Alfianello, ospitata da una “pia matrona” nei pressi del monastero di San Faustino (in centro città) ed affidata alla direzione spirituale di Agostino Randini, benedettino cassinese che si era precedentemente occupato di un simile caso (vd. Giulia Guidotti, processata a Reggio Emilia il 17 giugno 1716). In quattro mesi la vita della giovane venne scandagliata nel minimi dettagli (oggetto di particolare interesse furono la sua rivendicata castità, le tentazioni demoniache, il rapporto col direttore religioso e il suo ruolo nella diffusione delle pretese stigmate). Persuaso dell’impossibilità della natura divina dei suoi fenomeni, egli cercò dimostrazioni empiriche alle sue ipotesi studiando la penitente con quelle che erano le conoscenze – e i pregiudizi – medici del tempo. Ogni suo sguardo, mutamento di colore, intonazione della voce vennero annotati e si avvalse anche dell’ausilio del medico chirurgo Galanti, oltre che dell’inquisitore De Angelis. In stretta collaborazione con il vicario generale – il quale doveva rendere rationem al più presto al Querini e ai vertici romani – padre Randini convinse la giovane di essere un’ossessa dal demonio, una semplice “femmina visionaria e fanatica”. Lucrezia avrebbe dovuto abbandonare ogni aspirazione alla santità, preferendo il matrimonio al celibato, le ordinarie pratiche religiose all’ascesi mistica, la vita laboriosa all’orazione. Ammonita ed istruita, la giovane poteva finalmente tornare alla casa paterna il 16 maggio 1729. Si decise di non intentare il processo per “affettata santità” e il padre confessore venne considerato un “credulone”, non un malizioso istigatore. L’intera vicenda poteva dirsi conclusa come caso di illusione demoniaca positivamente sanata (inizialmente si credeva trattarsi di “pia frode” a scopo di lucro).
I mesi successivi al ritorno di Lucrezia ad Alfianello trascorsero senza particolari evidenze. Il vicario diocesano mantenne un’attenta supervisione attraverso la regolare corrispondenza col prevosto, il quale inviava relazioni sullo stato della giovane e riceveva direttive. Molti di coloro che prima la veneravano come santa vivente ora la biasimavano come “mezza matta” ed ossessa, deridendola o “caricandola di sassate”. La giovane soffriva con rassegnazione gli scherni dei paesani e le malattie continue (non si testimoniarono più né stigmate né visioni), dividendo le sue giornate tra il ricamo e le cure al vecchio padre. Nella primavera del 1730 il caso “Lucrezia Gambara” tornò prepotentemente al centro del dibattito pubblico. Stefano Gambara, sentendosi prossimo alla morte, temeva per la sorte della figlia, oggetto di ripetute molestie. Egli ottenne da don Francesco Simoni, nipote del prevosto Giuseppe, di far alloggiare in via cautelativa la figlia entro la casa parrocchiale. Immediato fu lo sdegno degli alfianellesi che informarono il Chizzola di una rinata devozione verso l’Illusa. Il vicario condannò con severità la filantropia dei Simoni, minacciando di “chiudere in una prigione per sempre” la povera inferma e togliendo la facoltà di comunicare a Francesco ed esautorando progressivamente l’anziano prevosto dalla cura della finta santa – in realtà sotto sua espressa richiesta. La giovane venne riportata nella casa nativa dove trascorse i suoi ultimi anni di vita logorata dalla malattia.
Abbandonata da tutti, Lucrezia morì trentatreenne ad Alfianello il 21 agosto 1737.

Fonti

  • ACDF, StSt, C-3-g, fasc. Lucrezia Gambara, ff.43.
  • BsASD, Processi 11, 1720-1796, 10, 20, 1729, Lucrezia Gambara “Illusa” di Alfianello, ff.45.
  • BsBCQ, MS*L.II.13, Processo della causa di Lucrezia Gambara d’Alfianello, cc.333
  • BsBCQ, *I.VII.18.m.1a, Lettera e dissertazione sul fenomeno di Lucrezia Gambara d’Alfianello (ms autografi di cc.14), cc.14.
  • PdBU, Relazioni (altre) sopra Lucrezia Gambara, cc.90
  • RaBC, Mss 579-80, Visioni, estasi e stimmate di Lucrezia Gambara da Alfianello diocesi di Brescia descritte e per ordine di Monsig. E Vicario Generale di detta città esamonate e riconosciute prestigi, inganni ed illusioni diaboliche.

Bibliografia

  • Anne Jacobson Schutte, Aspiring Saints. Pretense of Holiness, Inquisition, and Gender in the Republic of Venice, 1618-1750, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 2001, pp. 18-21, 148-53, 172, 188-89.
  • Franca Romano, Donne, passioni, possessioni, Roma, Meltemi Editore, 2004, pp. 56-60.
  • Lucrezia Gambara, in Enciclopedia Bresciana, a cura di Antonio Fappani, Brescia, Edizioni “La Voce del Popolo”, 1982, vol.5, p. 81.
  • Paolo Querini, Figure della storia e della cronaca IV, in Pagine sparse, Brescia, Edizioni del Moretto, 1986, vol. XXII, pp.338-342 (estratto da “Il cittadino”, 15 agosto 1922).
  • Giovanna Petragnani, L’indemoniata di Alfianello, in Il popolo di Brescia, 15, 1936, p. 3.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]