Jane Seymour, regina d'Inghilterra

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Jane Seymour (Wolf Hall, 1508 circa – Hampton Court, 24 ottobre 1537) è stata regina d’Inghilterra e Irlanda dal 1536 al 1537 come terza moglie del re Enrico VIII Tudor, seppur non fu mai ufficialmente incoronata nell’attesa che prima procreasse il sospirato erede maschio per il prosieguo della dinastia reale.

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Biografia

Infanzia e giovinezza

Jane Seymour, italianizzata in Giovanna Seymour, fu una delle sei mogli del sovrano inglese Enrico VIII, l’unica che riuscì a donargli ciò che il re aveva sempre desiderato: un figlio maschio cui trasmettere la sua eredità e la corona d’Inghilterra. Di famiglia nobile e agiata, arrivò a corte come damigella prima di Caterina d’Aragona, prima moglie del re, e poi di Anna Bolena, seconda moglie del re, e, alla morte di questa, fu lei stessa a sposare il sovrano. Fu regina per poco più di un anno, prima di dare alla luce l’atteso figlio maschio, e fu, a detta dello stesso Enrico VIII, la moglie che lui amò di più, forse per il suo carattere docile o forse per avergli finalmente donato un erede.
Discendente da una famiglia nobile e antica, Jane nacque a Wolf Hall, nel Wiltshire, intorno al 1508 da Margery Wentworth, discendente da Edoardo III Plantageneto, e da sir John Seymour. Inoltre, la famiglia poteva vantare ascendenze normanne: in origine, infatti, il nome della famiglia era Saint Maur o St. Maur, corrotto poi in Seymour in seguito a vari e fruttuosi matrimoni.
Da bambina, Jane era mite e taciturna e, crescendo, conservò un carattere docile e gentile. Non ricevette però un’eccellente istruzione: «durante la sua infanzia c’era stato un prete stipendiato, Padre James, a Wolf Hall, che potrebbe aver dato a Jane alcune lezioni rudimentali insieme ai suoi fratelli»1; nonostante ciò, imparò a leggere e a scrivere, soprattutto il suo nome, e quando, grazie a suo fratello Edward, divenne damigella della regina Caterina d’Aragona, la sovrana le fece impartire varie lezioni insieme con la figlia Maria Tudor, così che Jane potesse esercitare la sua intelligenza, oltre a dedicarsi all’arte del ricamo, attività in cui era particolarmente dotata. Sua madre poi le impartì lezioni di economia domestica e gestione della casa, nozioni ritenute basilari per qualsiasi giovane donna che in seguito avrebbe avuto in mano le redini di una casa.
Nel 1533, quando il sovrano allontanò la prima moglie Caterina per sposare Anna Bolena, Jane venne costretta dai fratelli a passare al servizio della nuova regina, per evitare di inimicarsi il sovrano. La giovane, così, diventò damigella di Anna e continuò a vivere a corte, dimostrandosi sempre una figura gentile e aggraziata. Pur essendo minuta, infatti, era dotata di un bel portamento e di folti capelli chiari, a cui si univano «gli zigomi poco pronunciati, il naso troppo grosso, il mento troppo appuntito, la bocca troppo piccola, la pelle troppo bianca.»2; nell’insieme, non risultava sgradevole ma non era considerata nemmeno una grande bellezza in grado di affascinare un uomo. Sarebbe stato proprio il suo aspetto, invece, così delicato e minuto, unito al carattere gentile, che l’avrebbe portata ad affascinare non un semplice uomo, ma addirittura il re d’Inghilterra.

L’ascesa al potere e il matrimonio con il re d’Inghilterra

Dopo essere passata al servizio della nuova regina Anna, Jane continuò a mostrarsi dolce e gentile, proseguendo la sua vita a corte nella più totale discrezione. In breve tempo, il sovrano iniziò a notare quella pallida fanciulla dal carattere remissivo e sottomesso, completamente antitetico rispetto all’aggressività e all’arroganza della regina. Probabilmente, dopo averla notata, il sovrano e Jane si videro a Wolf Hall nel 1536: lei aveva circa ventotto anni, e ancora nessuno l’aveva chiesta in moglie, mentre il sovrano ne aveva ormai quarantacinque, eppure il re rimase colpito soprattutto dalla sua intelligenza e dalla sua dolcezza. Iniziò così un discreto corteggiamento, accompagnato da doni, lettere e prestigiosi incarichi elargiti agli uomini della famiglia Seymour, i quali spingevano Jane ad incoraggiare il re per non perderne i favori.
Ben presto, accorgendosi dell’interesse del re per la sua damigella, la regina iniziò a considerare Jane alquanto fastidiosa: ogni volta che la Seymour riceveva un dono o un messaggio da parte di Enrico, Anna diventava irascibile e aggressiva, trattando male e arrivando persino a schiaffeggiare la rivale.
Un giorno, Jane ricevette un medaglione contenente una miniatura del re da parte di Enrico e continuò a lungo ad aprirlo e richiuderlo proprio dinanzi alla regina, la quale «reagì violentemente, strappando il medaglione dal collo di Jane così bruscamente da tagliarsi un dito.»3 Più cresceva l’interesse del re nei confronti della giovane Seymour e più la Bolena avrebbe voluto congedarla dal suo seguito, non osando mettere in atto la sua volontà solo per non contraddire suo marito.
Nel gennaio 1536, la regina ebbe un aborto spontaneo di un figlio maschio e questo segnò il suo declino: secondo una voce riportata dall’ambasciatore Chapuys, era stata la notizia di alcuni doni che il re aveva inviato a Jane a scatenare l’aborto di Anna, inferocita per le attenzioni che il marito continuava a rivolgere ad un’altra donna. Un pettegolezzo successivo, invece, «vuole che Anna trovasse un giorno la damigella seduta sulle ginocchia del re e che al dispiacere della scoperta attribuisse l'infelice conclusione della gravidanza.»4
Ritenuta incapace di generare un erede per il trono inglese, Enrico iniziò a pensare di essere stato costretto in quel matrimonio per mezzo di sortilegi e ordinò di investigare sulla condotta della moglie, determinato a liberarsi di lei. Il carattere autoritario di Anna, le sue sfuriate, l’abitudine di circondarsi di pretendenti, i continui aborti e la mancanza di sostenitori e consiglieri non fecero altro che far precipitare la situazione.
Proprio mentre si indagava sulla Bolena, Jane iniziò ad apparire agli occhi di Enrico sempre più desiderabile: meno affascinante e stravagante e più mite e accondiscendente della regina, la Seymour emergeva come una donna intelligente, di buon senso, casta, morigerata e, provenendo da una famiglia numerosa, sicuramente fertile. Erano queste delle qualità, soprattutto l’essere quasi sicuramente prolifica, tutte gradite al sovrano che, dopo anni burrascosi trascorsi tra il divorzio dalla prima moglie, Caterina d’Aragona, e il disastroso matrimonio con la seconda moglie, Anna Bolena, mirava ad ottenere una stabile pace familiare e un erede maschio in breve tempo. Se «Anna era stata ribelle, Jane era docile»5 e sapeva trasmettere la sua dolcezza a chiunque le stesse intorno, compreso il re, il quale, tempo dopo, avrebbe ammesso che la giovane Seymour si era comportata in maniera impeccabile durante il corteggiamento.
Dall’indagine sulla Bolena, ne derivò una sequela di accuse che includevano il tradimento, l’adulterio, l’incesto e la stregoneria e che furono decisive per condannare a morte la regina, che venne decapitata il 19 maggio 1536. Appena due giorni prima dell’esecuzione, l’arcivescovo Cranmer era riuscito a dichiarare nullo il secondo matrimonio del re, sciogliendolo definitivamente dal disastroso legame con Anna e permettendogli di pensare alle successive nozze. Meno di ventiquattro ore dopo la morte della seconda regina, il 20 maggio 1536 il re e Jane Seymour si fidanzarono segretamente ad Hampton Court e iniziarono a preparare il matrimonio, il terzo per il sovrano inglese. «Dal momento che i due promessi sposi discendevano entrambi da Edoardo III (cioè erano legati da un vincolo di sangue troppo stretto per consentire il matrimonio secondo le leggi della Chiesa), l’arcivescovo Cranmer dovette concedere una dispensa»6, contro cui nessuno obiettò, anche perché il tutto fu tenuto segreto.
Probabilmente, tra il fidanzamento e il matrimonio, la futura sposa tornò nella residenza di famiglia a Wolf Hall, forse seguita dallo stesso Enrico e, circa dieci giorni dopo il fidanzamento, il re e Jane si sposarono, con una cerimonia che «ebbe luogo privatamente nello “studio della regina” a Whitehall.»7 Successivamente, «il re approfittò della tradizionale festa di Pentecoste per presentare la sposa ai sudditi»8, che accolsero la nuova regina con giubilo.
Ormai Enrico non era più nel fiore degli anni e dimostrava tutta la sua età: era quasi calvo, aveva perso la sua figura alta e proporzionata a favore di una corporatura obesa e pesante, soffriva di piaghe alle gambe a causa della gotta e del diabete, ma era pur sempre il sovrano di una delle più grandi nazioni europee e Jane si sentiva fortunata e lusingata, insieme alla sua famiglia, di essere stata scelta per diventare la sua nuova regina. A dimostrazione di ciò, il motto che scelse la Seymour fu “Tenuta ad ubbidire e a servire”, una dichiarazione sia del suo carattere remissivo sia del compito che si accingeva a svolgere accanto al suo consorte.

La vita di corte e la nascita dell’erede maschio

Subito dopo il matrimonio, Jane intraprese la sua nuova vita come regina e volle immediatamente prodigarsi per riappacificare il sovrano con sua figlia Maria, nata dal primo matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona. La nuova regina non aveva dimenticato gli anni in cui era stata damigella della prima sovrana e, grazie alla sua intercessione, Maria si riconciliò col padre e ottenne di poter tornare a vivere a corte, sebbene non venne reinserita nella linea di successione. Quanto ad Elisabetta, nata dal secondo matrimonio del re con Anna Bolena, dopo essere stata disconosciuta dal padre, rimase a vivere lontano dalla corte e nemmeno Jane riuscì a far cambiare idea al marito.
Il rapporto tra la regina e la figliastra si intensificò fino a sfociare in una genuina amicizia, costellata dallo scambio di continui doni, da gioielli preziosi fino a piccoli pensieri: «un giorno, per esempio, Maria inviò al giardiniere della regina a Hampton Court un cesto di cetrioli freschi»9, a dimostrazione di quanto Maria fosse desiderosa di mantenere un legame con Jane e, attraverso lei, anche con il re suo padre.
Come prova della sua felicità per questa nuova unione, il re fece commissionare per la regina degli splendidi gioielli, in cui comparivano una H, iniziale inglese di Enrico, e una I, iniziale latina di Joanna, intrecciate insieme e tali lettere iniziarono a comparire ovunque per sostituire le vecchie decorazioni formate dalla H e dalla A di Anna Bolena. Inoltre, il re diede a Jane facoltà di organizzare il suo seguito e così la regina «dettò norme severe riguardo agli abiti delle sue dame»10, proibendo che esse indossassero vesti francesi, giudicate troppo licenziose e poco adatte a delle dame di corte al servizio di una regina così morigerata nei costumi e nel comportamento.
Durante i mesi estivi del 1536, i sovrani si spostarono continuamente tra Whitehall e Greenwich e ovunque si recavano venivano organizzate giostre, tornei e spettacoli in onore della nuova regina. Inoltre, Jane era un’abile amazzone e spesso accompagnava il re nelle battute di caccia.
Così, i primi mesi come regina passarono tranquillamente: Jane era abituata ad essere pacata e gentile e il cambiamento di vita non intaccò né il suo carattere né la sua indole. Inoltre, nonostante il carattere autoritario del re, la nuova consorte non ebbe mai paura di mostrare le sue posizioni su determinate questioni, come quando si prodigò per la riammissione di Maria a corte o quando si intromise sulla situazione riguardante gli espropri e la chiusura dei monasteri: Enrico dovette avvertirla più volte di non immischiarsi in faccende che non la riguardavano e Jane, abituata a mettere il volere altrui dinanzi al proprio, seppe riconquistarne il favore con la sua dolcezza e la sua remissività.
Amata da Enrico, dalla figliastra Maria e dai sudditi, la Seymour aveva dinanzi a sé un futuro radioso, che sperava presto di rendere ancora più luminoso con la nascita di un erede. I mesi però passavano e Jane tardava a rimanere incinta, così il re iniziò a mostrarsi inquieto e, a volte, anche irritato per questa lunga attesa, tanto da rinviare costantemente l’incoronazione ufficiale della regina: il sovrano voleva prima sincerarsi di avere un figlio ed erede maschio prima di organizzare la solenne cerimonia d’incoronazione.
Infine, nella primavera 1537, Jane annunciò al sovrano di essere in attesa di un figlio, che tutti ovviamente credevano e speravano essere un maschio. Non appena ebbe notizia della gravidanza, il re ordinò che si pregasse in tutte le chiese del regno per la buona riuscita della nascita e riempì la regina di regali, premure ed attenzioni, deliziandola finanche con i suoi cibi preferiti, come le quaglie, fatte arrivare appositamente dalle Fiandre.
Verso la fine di settembre, quando mancava ormai poco alla nascita, la regina si ritirò nelle sue stanze per attendere la fine della gravidanza e prepararsi al parto del futuro principe. Il 12 ottobre 1537, dopo tre lunghi giorni di travaglio, la regina partorì un maschio, a cui fu dato il nome di Edoardo «come il bisnonno, perché era nato la vigilia del giorno di Sant'Edoardo»11, e i titoli di principe di Galles, duca di Cornovaglia e conte di Carnarvon. Il re, pieno di gioia, dispose che i suoi araldi annunciassero il lieto evento in ogni parte del regno, mentre in tutte le chiese di Londra veniva cantato il Te Deum e venivano fatte suonare le campane a festa.
Dopo il parto, iniziò a circolare la voce secondo cui la regina aveva dovuto subire un cesareo per poter far nascere il bambino e che il sovrano, interpellato su chi salvare tra la madre e il figlio, avesse dato precedenza al suo erede, specificando che una regina poteva essere rimpiazzata facilmente rispetto ad un figlio. Nonostante ai tempi la pratica del parto cesareo fosse conosciuta, era altamente improbabile che essa venisse applicata, se non a donne ormai in fin di vita: Jane partorì in maniera naturale e non ebbe bisogno di alcuna operazione particolare, dal momento che riuscì a rimettersi in breve tempo per partecipare al battesimo del figlio, cosa di sicuro impossibile se avesse subito un’operazione tanto delicata.
Fu inoltre la stessa regina ad annunciare ufficialmente la nascita del principe, come era tradizione, scrivendo una lettera indirizzata a Cromwell per il Consiglio Privato e partecipò in prima persona alla preparazione del battesimo, che si tenne tre giorni dopo la nascita, il 15 ottobre, nella cappella reale. Come madrina del principe fu scelta Maria Tudor, che si vedeva così definitivamente sostituita come erede al trono in favore del suo più giovane fratello.

Gli ultimi giorni e la morte

Dopo pochi giorni dal battesimo di suo figlio, Jane iniziò a deperire velocemente e le fu diagnosticata la “febbre puerperale”, ossia la setticemia, dovuta forse al lungo travaglio e alle scarse condizioni igieniche del tempo. Alcuni storici hanno poi affiancato alla principale causa di morte per setticemia, anche la concomitanza di altre cause, quali un’intossicazione alimentare, che le avrebbe provocato attacchi di dissenteria, e un’embolia, che in pochi giorni avrebbero prostrato Jane, facendola apparire ancora più pallida e spossata, condizione questa riconducibile anche ad una forma di anemia.
Inizialmente la regina cercò di reagire, ma i suoi sforzi furono vani e l’infezione fece il suo corso, costringendo Jane a letto con una forte febbre, che le causava deliri e allucinazioni: varie volte, «in preda al delirio, si liberava delle calde coperte di pelliccia e chiedeva cibi che il suo stomaco delicato non poteva sopportare»12. I servitori cercavano di accontentarla, nonostante le sue richieste di dolci e carne le facessero più male che bene, mentre il sovrano richiedeva a tutto il regno continue preghiere per salvare la sua sposa. Dodici giorni dopo il parto, «la mattina del 24 ottobre il confessore le somministrò l’estrema unzione e quando giunse la sera fu chiaro che non sarebbe vissuta fino all’indomani»13. Infatti, dopo un’agonia di alcune ore, Jane Seymour si spense nel palazzo di Hampton Court a soli ventinove anni, di cui solo un anno e mezzo vissuto come regina.
Alla notizia, il sovrano fu assalito dallo sconforto e cadde in una cupa depressione, che minò anche il suo fisico non più giovane: immediatamente, diede disposizione affinché tutte le chiese fossero parate a lutto ed organizzassero solenni messe e preghiere per l’anima della defunta regina. Inoltre, ordinò che la salma, adeguatamente preparata per essere poi sepolta, fosse vegliata giorno e notte da sacerdoti e dame di corte fino al giorno scelto per il funerale. La sepoltura venne stabilita per il 12 novembre ed Enrico decretò che venisse organizzato un funerale ufficiale, che non era stato preparato per nessuna delle sue due precedenti mogli: del resto, «Jane riuscì là dove Caterina ed Anna avevano fallito: mise al mondo un figlio maschio»14 e per questo il re le fu sempre riconoscente e «continuò ad amarla anche dopo la sua morte.»15
Il giorno del funerale, tutti i nobili e l’aristocrazia del regno parteciparono alla processione del feretro e Maria Tudor, rimessasi dal dolore iniziale che l’aveva colpita, svolse il ruolo di “prima piangente” nel corteo allestito per accompagnare la regina verso la Saint George's Chapel nel castello di Windsor; dietro la figliastra, seguivano ventinove dame, una per ogni anno di vita di Jane, vestite di nero e con scialli bianchi sulla testa a simboleggiare la morte per parto.
Dopo la sua morte, Enrico vestì di nero per i successivi tre mesi e, sebbene le trattative per un successivo matrimonio iniziarono quasi subito, non si risposò per oltre due anni e «conservò per tutta la vita il ricordo della pallida, mite giovane donna che era stata per lui la moglie perfetta»16, tornando spesso a visitare la famiglia a Wolf Hall, lì dove era iniziato il loro idillio.
Nell’ultimo testamento del sovrano, «Jane Seymour è detta “vera e affettuosa consorte”»17 e alla sua morte, nel 1547, Enrico deciderà di farsi seppellire accanto a lei, accanto a quella moglie che alla fine gli aveva donato il desiderato erede maschio, il futuro re d’Inghilterra Edoardo VI.

Bibliografia

  • Alison Weir, Henry VIII: The King and his Court, Ballantine Books, New York, 2001.
  • Alison Weir, Jane Seymour. La regina più amata, Biblioteca Editori Associati di Tascabili e Neri Pozza Editore, Vicenza, 2019.
  • Alison Weir, The children of Henry VIII, Ballantine Books, New York, 1996.
  • Alison Weir, The six wives of Henry VIII, Random House, New York, 2011.
  • Andrea Accorsi e Daniela Ferro, Le famiglie più malvagie della storia, Newton Compton Editori, Roma, 2013.
  • Andrea Antonioli, Il secolo d’oro del Rinascimento, Newton Compton Editori, Roma, 2017.
  • Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, Mondadori, Milano, 1992.
  • Carolly Erickson, Il grande Enrico. Vita di Enrico VIII, re d’Inghilterra, Mondadori, Milano, 2002.
  • Carolly Erickson, Maria la Sanguinaria. Miserie e grandezze alla corte dei Tudor, Mondadori, Milano, 2002.
  • Cinzia Giorgio, Amori reali, Newton Compton Editori, Roma, 2018.
  • David Loades, The Tudor Queens of England, Continuum, London, 2009.
  • David Starkey, Six wives. The queens of Henry VIII, Harper Collins, London, 2009.
  • Hilary Mantel, Lo specchio e la luce, Fazi Editore, Roma, 2020.
  • Leanda De Lisle, Tudor. Passion, Manipulation, Murder. The Story of England’s Most Notorious Royal Family, Public Affairs, New York, 2013.
  • Margaret George, Il re e il suo giullare. L’autobiografia di Enrico VIII annotata dal buffone di corte Will Somers, Longanesi, Milano, 1991.
  • Raffaele D’Amato, Le grandi dinastie che hanno cambiato la storia, Newton Compton Editori, Roma, 2014.
  • Sara Prossomariti, I grandi personaggi del Rinascimento, Newton Compton Editori, Roma, 2017.

Nota bene

Questa voce fa parte della sezione "Dominae fortunae suae". La forza trasformatrice dell’ingegno femminile, che approfondisce il contributo offerto dalle donne alla nascita e allo sviluppo dei diversi campi del sapere.

Article written by Martina Tufano | Ereticopedia.org © 2021

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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