Gentile, Jacobetto

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Jacobetto Gentile è stato un sarto capuano del XVI sec., condannato a morte per eresia nel 1552.

Di mestiere "cositore di vestiti", viveva a Santa Maria Maggiore (l'odierna Santa Maria Capua Vetere). Esponente di primo piano del gruppo ereticale capuano, fu arrestato il 16 marzo 1552 a Santa Maria Maggiore nell'ambito dell'azione repressiva contro questo gruppo condotta dal governatore di Capua e dalla curia arcivescovile della città.

Sottoposto a processo inquisitoriale presso il tribunale della curia arcivescovile di Capua, dimostrò molta fermezza nelle sue opinioni. Già nel corso del primo interrogatorio rifiutò di farsi il segno della croce e di adorare il crocifisso (affermando, tra l'altro: "io non nge voglio basare, io la tengo in core la croce"; "non lo voglio adorare né videre ditto crocifixo perché Dio sta in cielo").
Il processo si concluse nel maggio 1552 con la sua condanna al rogo (la sentenza di morte contro di lui e contro Vincenzo Iannelli fu pronunciata l'11 maggio 1552 ed i due furono giustiziati verso la fine del mese in una cerimonia svoltasi presso la piazza del mercato di Santa Maria Maggiore).

Nel processo del 1552 fu coinvolta anche la moglie di Jacobetto Gentile, Minutella (che confessò e si sottomise all'abiura).

Ettore Gentile, uno dei tre figli di Jacobetto e Minutella, si trasferì a Caserta dopo l'esecuzione del padre, quindi vendette le sue cose ed emigrò alla volta di Ginevra, con un figlio. Morì nel 1557. Un altro figlio di Jacobetto e Minutella, Annibale Gentile, emigrò anch'egli a Ginevra. La moglie di Ettore, Lucrezia Marotta, ritornata a vivere a Santa Maria Maggiore, fu arrestata e processata nel 1564 e condannata all'abiura e a un anno di reclusione in casa propria.

Bibliografia

  • Pierroberto Scaramella, "Con la croce al core". Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro, 1551-1564, La città del sole, Napoli 1995

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]