Morra, Isabella

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Isabella Morra (Favale,1520 ca. - 1546), poetessa petrarchista del Rinascimento, si presenta alla critica come una voce poetica tanto luminosa quanto gracile e periferica, tràdita in un esile corpus di 13 componimenti (10 sonetti e 3 canzoni) e circondata dall’alone ancora oggi ambiguo del suo efferatissimo assassinio. Le poche notizie biografiche che possiamo accreditare derivano da un resoconto familiare (Familiae nobilissimae de Morra hostoria, 1629) redatto da Marcantonio Morra, figlio del fratello più giovane di Isabella, che restituisce utili notizie sia per la ricostruzione dell’humus culturale e storico in cui la poetessa si trovò a nascere sia per la comprensione delle cause familiari e politiche che portarono tre dei fratelli della poetessa a compiere il delitto, condannandola al silenzio.

Biografia

Isabella nacque tra il 1515 e il 1520, quando i Morra erano possidenti del piccolo feudo lucano di Favale (moderna Valsinni). Il padre Giovan Michele fu frequentatore della corte napoletana e dell’entourage intellettuale che ivi gravitava, portando verosimilmente influssi positivi sulla prima educazione della futura poetessa e di suo fratello Scipione, unico dei sette fratelli ad essere attratto dalle belle lettere. L’evento che segnò le sorti della famiglia Morra e che, dal corpus che abbiamo, fornì il movente poetico ad Isabella, fu la rottura del padre con il principe di Salerno Ferrante Sanseverino, avvenuta dopo l’appoggio di Giovan Michele alla causa francese contro la discesa di Carlo V a Napoli. Le aspirazioni politiche di Francesco I sul regno di Napoli, com’è noto, naufragarono con la pace di Cambrai del 1529, per la quale il barone di Favale fu processato per tradimento e condannato all’esilio, riparando prima a Roma per un breve periodo e poi in Francia dal figlio Scipione, nel frattempo divenuto segretario di Caterina de’ Medici a Parigi. Con la condanna del padre arrivò anche la confisca del feudo che fu però ritrattata nel 1533 quando la stessa Regia Camera di Napoli decise di riassegnare il possedimento al primogenito Marcantonio e di far cadere la condanna che pesava su Giovan Michele. Nonostante questa apertura, però, il padre di Isabella, presumibilmente convinto delle sue idee filofrancesi, non accettò di ritornare in patria, installandosi invece alla corte di Francia con una certa velleità di letterato.
L’autoesilio e l’abbandono da parte del padre saranno gli assi portanti della poetica di Morra, che si vedrà involontariamente barricata nella periferia provinciale di Favale attorniata da un consesso familiare abbruttito dopo la partita dell’unico fratello letterato e forse addolcito dalla sola corrispondenza con Diego Sandoval de Castro. Dell’effettivo rapporto epistolare e poetico con quest’ultimo- anch’egli poeta petrarchista e castellano di Cosenza, sposato con una Caracciolo nel feudo di Bollita (ora Nova Siri) - non ci sono documentazioni d’archivio se non la narrazione che ci propone ancora una volta il nipote Marcantonio. I due si sarebbero scambiati, attraverso l’aiuto del pedagogo di Isabella e con il consenso della principessa Caracciolo, epistole e versi di stima che avrebbero attratto l’attenzione dei fratelli Cesare, Fabio e Decio decisi a mettere fine a questa relazione dai sapori troppo filospagnoli. In realtà dai versi della Morra a noi giunti mai si evince né un qualsivoglia rapporto con Diego de Castro né tantomeno una simpatia filospagnola, dove invece trova sede la lode della Francia e del suo re Francesco I. Per motivi familiari e politici, inafferrabili in mancanza di dati sicuri, la voce poetica della Morra fu ad ogni modo punita con la vita nel 1546 quando, dopo aver pugnalato a morte il pedagogo, i fratelli decisero di uccidere la stessa sorella e con lei, dopo una persecuzione durata mesi, l’oriundo Diego con tre colpi d’archibugio nell’autunno dello stesso anno. Il delitto ebbe subito gli onori della cronaca e giunta notizia a Napoli non si fece attendere la dura condanna da parte del vicerè spagnolo don Pedro de Toledo. I tre fratelli scapparono di gran lena verso la Francia dove si stanziarono grazie all’appoggio di Scipione, ma le indagini che si aprirono fecero forse più d’una cosa giusta: portarono alla luce gli scritti finora inediti di Isabella.

Stile e temi

Il corpus poetico della Morra, seppur esiguo, può essere letto come un canzoniere autobiografico della reclusione in provincia di una voce ‘orfana’ non per nascita ma per destino. Proprio la Fortuna sarà più volte additata dalla poetessa come principale causa del suo malessere (“i fieri assalti di crudel Fortuna / scrivo”, I, 1-2), indotto sia dall’abbandono del padre (“D’un alto monte onde si scorge il mare/miro sovente io, tua figlia Isabella,/s’alcun legno spalmato in quello appare,/che di te, padre, a me doni novella”, III, 1-4), sia dalla solitaria vita intellettuale in cui si trovava forzatamente a vivere nel feudo di Favale (“gente irrazional, priva d’ingegno,/ ove senza sostegno/ son costretta a menare il viver mio,/ qui posta da ciascun in cieco oblio”, IX, 8-11). Il lamento per la distanza paterna e la sua conseguente mitizzazione fanno pendant con alcuni momenti di encomio filofrancese, come nel sonetto dedicato al poeta Luigi Alemanni che in quegli anni si affermava oltralpe e che denota una coscienza poetica pronta a valicare i limiti di Favale. Il desiderio di gloria, infatti, che si mostra alla poetessa come unica e virtuale via di fuga dalla condizione aberrante del piccolo feudo, attraversa come un brivido quasi tutta la produzione in nostro possesso, palesandosi come un riscatto di notorietà contro la sorte avversa (“Degno il sepolcro, se fu vil la cuna” I, 5). La reclusione, invece, come marca costante dei rimproveri inviati alla Fortuna, ha da sempre fatto parlare la critica di “preleopardismo”, dove la formula vorrebbe sottolineare una sorta di affinità sentimentale e biografica con i moventi poetici che portarono lo stesso poeta di Recanati a maledire il destino e la sua città di provincia (Quella che è detta la fiorita etade,/secca ed oscura, solitaria ed erma/tutta ho passato qui cieca ed inferma,/senza saper mai pregio di beltade”, XI, 23-26). Sicuramente ciò che è possibile affermare con maggior precisione è che la poesia della Morra fu fortemente influenzata dalla particolare declinazione lirica del petrarchismo meridionale, in cui la descrizione sensualistica della natura trova il suo ipotesto nelle atmosfere arcadiche di Sannazzaro e i toni elegiaci o tragici in quelle di un nascente manierismo (si pensi ad Angelo di Costanzo, Bernardino Rota e Luigi Tansillo). Dalle membra disiecta di un corpus sicuramente più ricco l’assenza dell’amore coniugale è infatti segno di “un petrarchismo ben assimilato, ma notevolmente libero e ricco di riformulazioni” (Grignani, p. 33), in cui lo scarto dal maestro si invera in uno scarto dallo stesso precetto bembiano. La periferia intellettuale, dunque, potrebbe aver conferito alle rime della Morra un’indipendenza tematica e di tono, influenzata in parte solo dalla vicina linea partenopea, anch’essa comunque già lontana dalla prassi poetica centro-settentrionale.

Storia editoriale

La voce poetica di Isabella Morra conobbe la prima divulgazione a stampa nel 1552 a Venezia per opera di Ludovico Dolce che la inserì nel Libro terzo dell’antologia giolitiana “Rime di diversi illustri signori napoletani”, pubblicando 8 sonetti e una canzone (sonetti I-VIII, canzone XII). Tre anni dopo, nel 1555, l’antologia fu riproposta come “Libro quinto delle rime di diversi signori napoletani e d’altri nobilissimi ingegni nuovamente raccolte, e con nova additione ristampate”. Nel 1556 nel “Libro settimo”, sempre curato dal Dolce grazie all’aiuto del libraio napoletano Marcantonio Passero, si aggiungono le canzoni XI e XIII, una stesura progressiva della canzone XII, oltre ai sonetti IX e X. Alla pubblicazione presso Busdraghi a Lucca delle Rime diverse d’alcune nobilissime et virtuosissime donne, uscita nel 1559 a cura di Ludovico Domenichi, si deve la prima sistemazione del corpus secondo il modello del Canzoniere petrarchesco, che creava un ordine narrativo ricomponendo la vicenda autobiografica della poetessa (sonetti I-VIII, canzone XII, sonetti IX-X, canzoni XII, XIII). Nel tardo Seicento (1693; 1695) a Napoli presso Bulifon viene nuovamente inserita in un’antologia. Nel 1883 Angelo de Gubernatis la ristampa nella sua Antologia delle poetesse del secolo decimo sesto e nel 1907 le dedica il volume monografico delle Rime. Benedetto Croce né fornì il testo commentato nel 1929 (“La Critica”, vol. XXVII, 1929). In seguito abbiamo: D. Bronzini, I. di M. Con l’edizione del canzoniere…, Matera 1975; A. Cambria, Isabella. Rime della poetessa di Valsinni, note e commento di G. Caserta, Venosa 1996; Rime, a cura di M.A. Grignani, Roma, Salerno editrice, 2000 (qui utilizzata come ed. di riferimento).

Bibliografia critica essenziale

B. Croce, Vite di avventure, di fede e di passione, Bari, Laterza, 1947 (ristampa Milano, Adelphi, 1989); G. Caserta, Isabella Morra e la società meridionale del Cinquecento, Matera 1976; Isabella Morra e la Basilicata, Atti del Convegno di studi organizzato dal Comune di Valsinni, 11-12 maggio 1975, Matera 1981; F. Vitelli, Sul testo delle «Rime» di Isabella di Morra, in I Gaurico e il Rinascimento meridionale, a cura di A. Granese et al., Salerno 1992, pp. 445-463; N. Lorenzini, Il sonetto VII di Isabella Morra: una proposta di lettura, in "Filologia e Critica", XVIII, 1993, pp. 100-113; M. A. Grignani, Introduzione, Rime, Salerno editrice, 2000, pp. 1-38.

Nota bene

Questa voce fa parte della sezione "Dominae fortunae suae". La forza trasformatrice dell’ingegno femminile, che approfondisce il contributo offerto dalle donne alla nascita e allo sviluppo dei diversi campi del sapere.

Article written by Erica Ciccarella | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]