Varaglia, Goffredo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Goffredo Varaglia (Busca, 1507 - Torino, 25 marzo 1558) è stato un frate cappuccino, poi prete secolare, infine pastore valdese, morto sul rogo.

Nacque da una importante famiglia di Busca, centro piemontese al confine con la Francia, figlio di un capitano dell'esercito del duca di Savoia. Entrò nell'ordine dei frati minori nel 1520 e nel 1528 aderì al neocostituito ordine dei cappuccini, iniziando l'attività di predicazione. Predicò a Forlì e a Roma e qui alla metà degli anni trenta conobbe Bernardino Ochino, diventandone amico. Nel 1542 subì i contraccolpi della fuga dell'Ochino dall'Italia, fu recluso in convento a Roma e dovette abbandonare l'ordine per rimanere prete secolare. Entrato in rapporti con Carlo Carafa, cardinal nepote di Paolo IV, nel maggio 1556 si unì al corteo che lo scortava in Francia per una delicata missione diplomatica volta a convincere il re di Francia Enrico II ad allearsi col pontefice contro Carlo V e Filippo II. Nell'agosto 1556 la missione del cardinal Carafa a Parigi si concluse e, durante il viaggio di ritorno, egli col suo seguito sostò a Lione. Varaglia decise allora di allontanarsi e deviare per Ginevra, aderendo alla Riforma e divenendo amico di Calvino. Questi, che apprezzava molto la sua cultura teologica, lo inviò come pastore tra i valdesi delle Valli piemontesi. Stabilitosi nel maggio 1557 ad Angrogna S. Lorenzo, Varaglia iniziò un'intensa attività di predicazione nelle Valli. Il 6 settembre 1557 prese parte al primo Sinodo dei pastori delle Valli a La Combe di Villar Pellice, dove si riunirono 24 ministri. Poco dopo aver affrontato in una disputa pubblica il frate francescano Angelo Malerba, fu arrestato sulla via del ritorno verso la Val Pellice, a Barge. Successivamente trasferito a Torino, fu rinchiuso nelle prigioni di Castello. Il processo contro di lui fu istruito da Andrea de Monte Dei, vicario arcivescovile, che aveva personalmente conosciuto Varaglia. Il 1° marzo 1558 i membri della comunità evangelica di Torino scrissero a Calvino perché intercedesse per salvare Varaglia. Il 7 marzo questi, rimasto impassibile e non pentitosi durante il processo, fu condannato a morte dal Parlamento di Torino. La sentenza fu eseguita il 25 marzo 1558, allorché Varaglia fu bruciato sul rogo a piazza Castello.

Bibliografia

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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