Trissino, Giulio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giulio Trissino (Vicenza, 1504 - Venezia, 1576) è stato un nobile vicentino ed ecclesiastico, perseguitato dall'Inquisizione.

Figlio di Giovan Giorgio Trissino, umanista di spicco della prima metà del XVI secolo, la sua era un' importante e ricca famiglia della nobiltà feudale vicentina. Avviato dal padre alla carriera ecclesiastica, nel 1523 entrò al servizio di papa Clemente VII come cameriere segreto, ma la sua salute cagionevole si rivelò incompatibile con il soggiorno a Roma, tant'è che decise di rientrare a Vicenza, vendendo l'abito ecclesiastico per finanziarsi, dando i primi segni di insofferenza nei confronti del padre e della gerarchia ecclesiastica. Arciprete della cattedrale di Vicenza, si avvicinò alle nuove idee religiose, abbracciando il calvinismo: fu in rapporti stretti con Giulio Thiene e Fulvio Pellegrino Morato, partecipando alle riunioni delle conventicole eterodosse vicentine. Così mese in grande imbarazzo il padre, che temette di perdere le decime e i terreni di famiglia a causa dell'eresia del figlio e tentò vanamente di dissuaderlo. Soggiornando prevalentemente nelle proprietà di famiglia Cornedo e a Quargnenta, diffuse le nuove idee religiose tra i contadini, inducendoli a disertare messe e sacramenti e a rimuovere le immagini sacre dalle loro abitazioni, e si guadagnò l'epiteto di «papa dei Luterani». Orientò in modo decisivo la formazione del cugino Alessandro Trissino, che per suo tramite divenne allievo di Fulvio Pellegrino Morato. Fu denunciato all'Inquisizione dal fratellastro Ciro, con il quale aveva dispute sulle proprietà di famiglia. Incarcerato e dimenticato dalla sua famiglia, rifiutò di pentirsi e ravvedersi e morì nel 1576 in carcere a Venezia.

Bibliografia

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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