Zambeccari, Girolamo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

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Girolamo Maria Zambeccari, al secolo Jacopo (Firenze, 26 febbraio 1575 - Roma, 29 dicembre 1635), è stato un inquisitore domenicano e vescovo.

Monsignor Girolamo Maria Zambeccari (al secolo Jacopo) nacque a Firenze il 26 febbraio 1575 dall’aristocratico bolognese Lepido e da Elena Scappi. Aveva un fratello, Marcantonio, esponente del Senato di Bologna e una sorella, Camilla. Il padre, Lepido, figlio naturale di monsignor Pompeo Zambeccari, vescovo di Sulmona e nunzio apostolico presso il Re di Portogallo, era cameriere del gran duca di Toscana e proveniva da una nobile e antica casata di tradizione guelfa, autorevole nella vita pubblica cittadina. Poche sono le notizie sulla sua infanzia e adolescenza. Il 6 dicembre 1594, conseguì la laurea in diritto civile e canonico presso la Facoltà di Diritto dell’Università degli Studi di Bologna. Nel 1598, a ventitré anni, entrò nell’Ordine dei Domenicani, dopo il noviziato cambiò il nome Jacopo in Girolamo Maria e nel 1603 fu ammesso alla specializzazione presso lo Studio dei Domenicani a Bologna. Insegnò teologia fino al 1615, come lettore, in uno o più conventi della provincia domenicana tra Bologna e Milano. Il 29 luglio 1615 i cardinali della Congregazione romana dell’Inquisizione designarono Monsignor Zambeccari come inquisitore di Reggio Emilia. Si mostrò subito inflessibile nei vari processi che istruiva, riguardanti casi di condotta immorale e varie volte il prefetto della Congregazione dell’Indice si rivolse a Zambeccari per affrontare questioni legate alla circolazione di libri proibiti. Durante il suo ufficio, tra il 1617 e il 1618, s’imbatté in una notevole disavventura, mentre perseguiva tre presunti eretici, suscitando l’ira del principe sovrano di Correggio, Giovanni Siro da Correggio. Lamentando di non essere sufficientemente assistito dal braccio secolare nella repressione dell’eresia, con un’azione di forza si impadronì degli accusati traducendoli a Reggio Emilia, scavalcando così l’autorità del principe, che ordinò un’aggressione punitiva ai danni dell’inquisitore, che tuttavia sopravvisse. Paolo V, irritato dallo scandalo, costrinse il principe a costituirsi nelle carceri del Santo Uffizio in Milano, dove si sarebbe tenuto il processo. I documenti testimoniano i numerosi reati compiuti dal principe Siro contro i familiari di monsignor Zambeccari, particolarmente contro l’anziano padre Lepido e il fratello Marcantonio, oggetto di reiterate prepotenze. Nel 1619 fu trasferito alla sede dell’Inquisizione di Faenza. Presumibilmente a causa delle efferate sregolatezze del principe Siro, nel maggio 1620 monsignor Zambeccari diede le dimissioni dall’Inquisizione, preoccupato per la propria incolumità, rifugiandosi a Bologna, dove rimase fino al 7 aprile 1625, quando fu nominato vescovo di Alife. Insediatosi nella diocesi alifana fu coinvolto in un durissimo conflitto contro il signore di Piedimonte, il duca Alfonso II Gaetani di Laurenzana, che esercitava il suo potere feudale senza alcun limite giurisdizionale. La lotta tra i due fu serrata e senza esclusione di colpi. Al culmine dello scontro il duca tentò di far uccidere con del veleno Monsignor Zambeccari mentre desinava. Il vescovo si salvò, ma morirono dei suoi aiutanti e il giovane nipote. Per le funeste insidie del duca, che perseguito dal vicerè di Napoli, in attesa del processo, si era sottratto con la fuga alla carcerazione, e perché oggettivamente il clima a Piedimonte si era fatto pesante, il prelato ritornò a Bologna da dove, nel 1631, raccontò in una lettera al cardinale Francesco Barberini i soprusi patiti. Nel frattempo uomini vicini al duca avevano costruito false accuse per screditare il vescovo, tra cui: un’ingiusta scomunica al duca; la protezione accordata a preti delinquenti; tentativi di sobillare il popolo contro i feudatari con le orazioni dei sacerdoti contro la repressione di preti e poveri; la scomunica contro tredici illustri cittadini di Piedimonte che avevano sostenuto l’imposizione di una tassa, ingiuriati e minacciati con armi da fuoco per aver fatto ricorso al vicario episcopale contro la scomunica, che il religioso avrebbe ritirato solo con il pagamento di un’ingente somma; il rapporto conflittuale con tutti i governatori che dissentivano dallo Zambeccari. Al 1632 risale la relazione in cui monsignor Zambeccari espone analiticamente i molti crimini e soprusi e l’impenitente protervia dello spietato e machiavellico nobile piedimontese. Il duca di Laurenzana era colpevole di reiterati soprusi ai danni degli ecclesiastici e pesanti ingerenze nella loro giurisdizione, profanazione di chiese e spoliazione dei loro beni, era stato il mandante dell’omicidio del chierico Riccitelli, protettore di assassini di sacerdoti, anche con intimidazioni e ritorsioni contro laici ed ecclesiastici, persino vescovi, ostili o d’intralcio ai suoi interessi, aveva continuato in ogni suo atto ad ostentare disprezzo del mondo e del diritto ecclesiastico e sicurezza della sua impunità. Il conflitto tra il presule e il duca ebbe finalmente termine con il trasferimento alla diocesi di Minervino di monsignor Zambeccari, dopo che quest’ultimo, l’11 aprile 1633, fece uno scambio di sede con il vescovo Gian Michele De Rossi. Purtroppo mancano notizie sull’episcopato di monsignor Zambeccari in Puglia e dei suoi ultimi anni. Nella primavera del 1635, probabilmente a causa di una malattia, diede le dimissioni da vescovo di Minervino. La morte lo colse a Roma il 29 dicembre 1635.

Bibliografia

  • Le visite ad limina dei vescovi della diocesi di Alife (1590-1659), a cura di Armando Pepe, Youcanprint, Tricase 2017
  • Herman H. Schwedt, Conflitti e violenze intorno a Girolamo Maria Zambeccari OP, inquisitore di Reggio Emilia nel Seicento, in Dario Visintin, Giuliana Ancona (a cura di), L’inquisizione e l’eresia in Italia: medioevo ed età moderna. Omaggio a Andrea Del Col, Circolo culturale Menocchio, Montereale Valcellina 2013, pp. 207-252 (e bibliografia ivi citata)

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Article written by Armando Pepe | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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