Armellini, Girolamo

Girolamo Armellini (Faenza, ca. 1470 - Faenza, 1550 ca.) è stato un inquisitore domenicano. Fu in particolare Inquisitore di Parma e Reggio dal 1518 al 1526.

Si formò presso lo Studio generale domenicano di Bologna e presso l'Università di Bologna.
Nei primi anni del ‘500 fu nominato Vicario dell’Inquisitore di Mantova, Domenico da Gargnano (ed atti archivistici mantovani attestano la stabile presenza dei due nella città), con le prime dispute che consegnarono alla fama dei posteri la sua connotazione di giudice inflessibile; è datato al 1510 il primo processo per eresia che lo vide contro il canonico regolare Don Pietro da Lucca, regolare lateranense, che caldeggiava la singolare dottrina “de conceptione domini”. Alla denuncia di quest’ultimo alla Sede Apostolica, seguì l’istituzione di una Commissione di teologi per investigare sulla sua dottrina, sulla quale non mancarono le pressioni dell’Armellini per giungere al giudizio finale di “eresia” per le proposizioni di Don Pietro da Lucca, che seppure non condannato personalmente, vide però la sua dottrina dell’incarnazione respinta e condannata. Le confutazioni teologiche dell’Armellini ebbero una traduzione a stampa nell’operetta Egregia novae heresis de Christi incarnatione confutatio et per sententiam Apostolicae Sedis condemnatio edita a Mantova nel 1511, che gli valse la pubblica ammirazione dell’inquisitore domenicano Leandro Alberti, filo-savonaroliano come lui.
Agli anni 1512-13 è datato il suo magistero di studi nello Studio Generale domenicano di Bologna, dove le sue posizioni a favore del frate Savonarola si rafforzarono e si radicalizzarono.
Infatti è di poco successiva (risale all’anno 1519), quando fu nominato Inquisitore di Reggio e Parma), la controversia che lo oppose al pensatore calabrese Tiberio Russiliano, che, accusato quale “eresiarca”, aveva già proposto il suo radicale antiaristotelismo discutendo 400 tesi filosofiche nello Studio Bolognese. Russelliano, alla pubblicazione del suo testo Apologeticus adversus cucullatos (pubblicato nel 1520 contro i monaci “cucullati” che lo avevano accusato di eresia manifesta), incorse subito nelle maglie del giudizio del severo Armellini, che ordinò di bruciare il libro, scomunicare i suoi lettori e perseguì l’eretico filosofo, che riuscì tuttavia a sfuggirgli e a rifugiarsi a Firenze. Il frutto editoriale di questa nuova rappresaglia fu un famoso opuscolo che confutava le tesi di Rossiliano, Iesus vincit. Pernecessarium opus contra Tiberianicum apologeticum (edito a Faenza nel 1525).
Ma il successo maggiore dell’Armellini fu quello che gli arrise nel Processo alle streghe di Mirandola (1522-1525), la witch-hunt più famosa dei primi anni del sec. XVI, che allineò l’Inquisizione dei territori modenesi alle persecuzioni contro le streghe, tristemente famose come quella di Como (1513-1514), della Valcamonica (1512-1518), della Valtellina (1523) che provocarono un cospicuo numero di vittime.
Purtroppo per noi, non siamo in grado di leggere i processi mirandolesi di quegli anni, spariti come una rilevante mole dei processi del sec. XVI del Tribunale dell’Inquisizione di Reggio Emilia, (Mirandola ricadeva infatti sotto la giurisdizione di Reggio). Ma un testimone di eccezione di quei processi, Giovan Francesco Pico, signore di Mirandola, ne ha riportato parole ed immagini e li ha fermati nel tempo, trascrivendoli in un’opera esemplare per la forza dell’ideologia pragmatica che ne giustificò l’esecuzione, la Stryx sive de ludificatione demonum (1523), assunto nell’olimpo delle opere demonologiche - stregonesche per avervi vita gloriosa. La figura di Armellini, severo giudice e Inquisitore in quei processi (che accesero i roghi per 10 sventurati e ne inquisirono più di 60) si è legata ad altri famosi cacciatori di streghe di quegli anni, come gli Inquisitori domenicani Bartolomeo Spina, Bernardo Rategno, Silvestro Mazzolini, per dare più fosche tinte al concetto stesso di stregoneria, virata da una concezione storica di maggiore equilibrio e sensibilità (negazione del sabba, del volo notturno) ad un’accentuazione della concreta partecipazione delle streghe a quanto dichiarato negli interrogatori e della loro adesione al patto col demonio”, cosa che faceva perdere alla stregoneria ogni dimensione onirica o illusorietà, come affermava lo stesso Armellini – il giudice Dicasto della Stryx - …alcuni hanno preso un granchio non piccolo pensando che queste donnicciole sempre siano state portate al detto giuoco solo con l’animo e non col corpo…procede da una aggiramento e da un sottile inganno del demonio…
Di fatto questo portato ideologico rispetto alla concezione della stregoneria veniva ripreso dal famoso trattato di stregoneria Malleus maleficarum, che comportò una radicale svolta rispetto al passato e modificò il comportamento processuale dell’ala più conservatrice degli Inquisitori; nei processi di Mirandola, data la lacunosa testimonianza documentaria, la conoscenza di questa “diabolizzazione” della stregoneria è riferita da Giovan Francesco Pico nel suo “dossier” dove domina il paradigma della stregoneria, basata sul pactum diabolico e sull’adorazione del diavolo nel sabba con tutti i nefandi rituali di rinnegamento della fede e di omaggio al diavolo.
Ma la connotazione più interessante in questi processi, è che il potere laico del duca Pico della Mirandola vi assume un rilievo ideologico per la propria concezione di stregoneria, in virtù di una personale e solida fede religiosa, denuncia in prima persona i pericoli della stregoneria che infettano il suo Stato e la filtra attraverso una dotta rilettura dell’eredità classica, rivolgendosi alla sua classe politica – ovvero all’intelleghentia medio alta - per far loro capire le ragioni dei persecutori, che erano poi le sue. Ragioni che il domenicano bolognese Leandro Alberti si affrettò subito a tradurre in volgare (nel 1524), sostenendo i processi giudiziari intrapresi dall’Armellini e amplificandone l’eco, non solo presso gli “addetti ai lavori” (inquisitori, giudici e avvocati) ma anche presso un vasto pubblico di lettori, per cui il testo fu un primo exemplum editoriale sulla stregoneria.
Probabilmente i cardini portanti di questa triste pagina furono - per Giovan Francesco Pico, una cupa religiosità seppure permeata dalla cultura classica e l’ossessione di una faida familiare per motivi dinastici e territoriali sulla zona contigua di Concordia, oggetto della contesa. Da parte sua l’Armellini, e di contralto Leandro Alberti, sulla scia di altri Inquisitori dei primi anni del sec. XVI, protagonisti di altri noti processi, resero evidente una realtà ormai incontrastata: il diritto degli Inquisitori di avocare a sé e giudicare, in quanto di pertinenza ereticale, il reato di stregoneria, diritto che viene esaltato non solo dai roghi ma anche da opere deputate allo scopo.
La fine della caccia alle streghe nel mirandolese fa data al 1525, e spente con il fuoco, le trombe del giudizio dell’Inquisitore Armellini, su di lui scese il silenzio (come sembra dalla penuria di documenti d’archivio), ma la figura del giudice Dicasto si attanagliò allo stampo di altri Inquisitori pur senza avere la sua forza; sembra che sia stato imprigionato a Venezia, per far ritorno poi a Mantova (dove operò ancora fra il 1531 e il 1540) e infine, porre fine ai suoi giorni nella natia Faenza nel 1550.

Bibliografia

  • Albano Biondi, Introduzione a Giovan Francesco Pico, Libro detto Strega o delle illusioni del demonio, in Albano Biondi, Umanisti,eretici,streghe.Saggi di storia moderna, a cura di Massimo Donattini, Comune di Modena, Modena 2008, pp. 387-408
  • Matteo Duni, I dubbi sulle streghe, in I vincoli della natura. Magia naturale e stregoneria nel Rinascimento, a cura di Germana Ernst e Guido Giglioni, Roma, Carocci, 2012, pp. 203-221
  • Tamar Herzig, Armellini, Girolamo, in DSI, vol. 1, p. 99
  • Michael Tavuzzi, Renaissance inquisitors: Dominican inquisitors and inquisitorial districts in Northern Italy, 1474-1527, Brill, Leiden 2007, pp. 68-72
  • Domizia Weber, Sanare e maleficiare. Guaritrici, streghe e medicina a Modena nel XVI secolo, Carocci, Roma 2011

Link

Article written by Rosa Lupoli | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]