Rangoni, Giovanni

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Giovanni Rangoni è stato un patrizio modenese del XVI sec. perseguitato dall'Inquisizione.

Biografia

Fu oggetto di indagini inquisitoriali sin dal 1546, ma riuscì ad evitare danni significativi grazie al proprio rango e, negli anni cinquanta, alla protezione accordatagli dal vescovo Egidio Foscarari (nelle cui mani Rangoni abiurò segretamente).
Le sue posizioni dottrinali, come emergono dalla documentazione inquisitoriale, risultano pienamente in linea con l'orientamento dei Fratelli modenesi: negazione dell'autorità del papa (identificato con l'Anticristo), rifiuto della confessione sacramentale, contestazione del culto dei santi, delle dottrine del Purgatorio e del libero arbitrio. Espresse vicinanza alle posizioni e alla lotta degli ugonotti francesi. Significativo della radicalità della sua contestazione contro il potere ecclesiastico il suo proposito (non andato in porto) di voler commissionare ai pittori Girolamo Comi e Francesco Mignoni un quadro nel quale erano ritratti "alcuni vescovi che dormivano et alcuni lupi che portavano via le loro pecore et alcuni vescovi che giocavano et alcuni capellani che lasciavano portar via le pecore dai lupi et alcune volpi vestite da frati che predicavano alli agnelli"1.
Oggetto di un ulteriore procedimento inquisitoriale dal 1563, nel 1566, all'inizio del pontificato di Pio V, fu costretto, come diversi altri suoi compagni di fede, a fuggire da Modena, rifugiandosi a Sondrio, dove morì nell'estate 1567, convertendosi al cattolicesimo in punto di morte, probabilmente per salvare il patrimonio familiare da provvedimenti di confisca (data la sua contumacia, il Sant'Uffizio lo aveva scomunicato il 7 dicembre 1566).

Bibliografia

  • Processo Morone2, vol. 1, ad indicem
  • Matteo Al Kalak, Rangoni, Giovanni, in DSI, vol. 3, pp. 1298-99 (e bibliografia ivi citata)

Link

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]