Roncali, Giovanni Domenico

Giovanni Domenico Roncali o Roncalli (Rovigo, 1530 - Padova, 14 marzo 1562) è stato un eterodosso rodigino del Cinquecento.

Biografia

Giovanni Domenico secondo le unanimi attestazioni documentarie, nacque a Rovigo nel 1530, figlio di Antonio e nipote di Marco del Gobo (suo padre Giovanni era, tra l’altro, originario di Roncaglia di Cepino in Valle Imagna nei pressi di Bergamo). La cronachistica cinquecentesca annovera i Roncali tra le più ricche ed influenti famiglie rodigine nonostante la recente fortuna e le origini popolari: Marco del Gobo, nonno di Giovanni Domenico, fu infatti il tipico esempio di uomo d’affari fattosi da sé, venuto dal nulla, che con forte spirito d’intraprendenza compì, lungo l’ultimo ventennio del XV secolo, una inarrestabile ascesa economica inserendosi nel settore della compravendita di prodotti tessili dopo aver aperto una prima bottega nella natia Costa ed una seconda a Rovigo. Fu, comunque, con la generazione di Giovanni, zio di Giovanni Domenico, che prese corpo un aggregato familiare di assoluto rilievo, conosciuto e designato a Rovigo con la formula cognominante ‘di Roncali’ (o più raramente ‘di Roncale’).
La presenza di Giovanni Domenico nella vita politica di Rovigo, sin dalla giovinezza, fu di un certo rilievo: egli infatti, partendo dall’ovvio appoggio dell’influente zio, percorse una carriera niente affatto modesta a servizio della sua ‘piccola patria’, grazie ad un personale carìsma che gli permise di imporsi come una delle figure più stimate della città. A questo riguardo solo pochi dati sono significativi. Nel 1554 fu uno degli ambasciatori inviati a Venezia da Rovigo per celebrare la nomina del nuovo doge Francesco Venier e, proprio in questa occasione, tenne un’orazione così brillante da permettergli di ottenere dall’autorità dogale una prestigiosa ed ambita onorificenza: il titolo di cavaliere di San Marco. L’anno seguente, invece, recitò un memorabile discorso pubblico sull’origine di Rovigo in onore del podestà Lorenzo da Mula nel giorno del suo insediamento. Il 12 gennaio 1559, infine, ottenne, secondo della famiglia Roncali, l’ambito seggio nel Consiglio municipale accanto allo zio Giovanni.
La posizione economica di Giovanni Domenico era quella di un uomo ricco (nel 1561, ad esempio, stanziava per la dote della figlia Gioconda la notevole cifra di duemila scudi d’oro) le cui sostanze personali facevano perno su un consistente e variegato patrimonio. I suoi beni fondiari comprendevano, in sostanza, l’intero lotto di fondi agricoli dei Roncali: non meno di 300 campi nella giurisdizione di Rovigo (Costa, Fratta, Pincara, Roverdicrè, San Giovanni, Villamarzana, Frassinelle i villaggi in cui in larga parte si dislocavano i fondi) e poco più di 200 in quella di Lendinara, soprattutto nelle località di Costiola e Bormio. Egli ottenne, quindi, non meglio specificati beni mobili ed immobili del valore di ben 3.090 ducati (l’ammontare cioè della dote della moglie) in seguito al matrimonio con Margherita, figlia del nobile Gaspare Malmignati di Lendinara.
Giovanni Domenico fu, poi, uomo attento alle attività commerciali di famiglia e interessato agli investimenti finanziari volti ad incrementare la propria ricchezza. Il Roncali, infatti, continuava a gestire a Rovigo assieme allo zio le botteghe di panni. A Venezia invece, presso Santa Maria Zobenigo, stoccava e commerciava granaglie in comunione con Bernardino, Pietro Paolo, Nicolò e Pietro Martire Pellizzari, ossia con i maggiori esponenti a Vicenza dell’industria serica che potevano contare su basi d’appoggio a Chiavenna, Ginevra, Parigi e Lione ed erano in grado di esportare in Francia ogni anno sete per l’esorbitante valore di 70-80.000 ducati. Nel 1556, poi, investì una notevole cifra per iniziare un progetto di bonifica su vasta scala che doveva interessare la valle di Santa Giustina, ossia l’ampio comprensorio ad est di Rovigo tra l’Adige e l’Adigetto, formato da circa 45.000 campi.
Il prestigio dell’illustre, abbiente, «cittadino onoratissimo della Patria» Giovanni Domenico Roncali si confermò anche in ambito culturale. Egli nell’agosto del 1553 istituì, all’interno dei locali di uno stabile di proprietà del comune in contra’ delle Case Nuove (attuale tratto di via Mazzini), l’Accademia degli Addormentati. Il più antico sodalizio culturale rodigino divenne, in breve, un fervido punto di incontro e di discussioni letterarie visto che il fondatore era in contatto con alcuni dei più celebri intellettuali e pensatori del tempo che si trovavano o erano di passaggio nel Veneto. Sono tutti nomi di prestigio come Luigi Groto, Lucrezia Gonzaga (con la nobildonna egli intrattenne tra l’altro un intenso scambio epistolare) ed il suo fedele segretario Ortensio Lando, il grammatico Francesco Malchiavelli, l’umanista Antonio Riccoboni, Domenico Mazzarelli, Giovanni Maria Bonardo o il giurista senese Pietro Illicino
Il circolo fortemente voluto da Giovanni Domenico non fu comunque creato solo per condividere con amici - secondo una tendenza diffusa e generale tra la nobiltà veneta - l’amore per l’arte e le belle lettere, ma pure per discutere apertamente di particolari esperienze di fede provenienti dai paesi d’oltralpe, che molti di loro condividevano. L’anima inquieta del Roncali si aprì, infatti, forse influenzata dai precetti del maestro di canto Antonio da Torino, almeno sin dal 1551 alle dottrine luterane ed evangeliche che si stavano diffondendo a macchia d’olio soprattutto all’interno degli ambienti più colti della città di Rovigo. Giovanni Domenico, nel tempo, come altri che maturarono le medesime convinzioni religiose, mise in discussione l’intero complesso della dottrina e della ecclesiologia di Roma e sposò il calvinismo (avvertito come unico tramite possibile per riscoprire la vera essenza morale del cristianesimo), anelando nel contempo ad una insostituibile necessità: garantire ad ogni cittadino una piena libertà in materia di fede.
La progressiva, convinta, conversione spirituale dovette però, già prima del 1558, creargli qualche problema con il Sant’Uffizio di Rovigo: in quest’anno, infatti, Giovanni Domenico si presentò nella sede dell’Inquisizione locale per richiedere una copia della purgazione canonica da lui fatta in seguito ad un procedimento a suo carico. È ragionevole pertanto ritenere che, proprio in seguito a questi eventi, il Roncali intensificasse ulteriormente i già frequenti periodi di residenza a Padova e a Venezia, allontanandosi quasi in via definitiva dall’ostile ambiente della sua città natale: nel 1560, a riprova del pesante clima che si respirava a Rovigo, era apparso in piazza un cartello che accusava «li Academici Adormentati» di ritrovarsi solo per «raggionar di heresie […] in luoco di cose virtuose». Il tribunale ecclesiastico rodigino, del resto, proprio tra gli anni cinquanta e sessanta del Cinquecento, usò una notevole severità nel reprimere tutte le manifestazioni di dissenso religioso, perseguendo chiunque fosse in sospetto di eresia .
Giovanni Domenico, durante il periodo di ‘esilio’ volontario, non conobbe però eclissi di fortuna, aspre persecuzioni o isolamento culturale: questo fu per lui, al contrario, un momento in cui l’alterna presenza nella città del Santo e in quella di San Marco gli consentì di professare il suo credo con maggiore libertà e di organizzare un’intensa azione di propaganda religiosa che gli consentì di delinearsi come uno dei maggiori sostenitori delle teorie della Riforma nell’intero territorio della Serenissima.
Egli a Padova prese in affitto una casa da Zaccaria Castegnola in località Pozzo della Vacca (primo tratto dell’attuale via Ospedale Civile). Una scelta abitativa che forse non fu poi casuale perché, riportata nella dimensione topografica della città, la contrada in questione distava poche centinaia di metri dall’ambiente universitario che già negli anni trenta del Cinquecento era, con Venezia, uno dei massimi centri della ricezione erasmiana in Italia. Nell’unico Studio riconosciuto dalla Dominante che tutelava e rispettava, in nome della Patavina libertas, le minoranze religiose (lo stesso Erasmo da Rotterdam lo menzionava quale ‘porto quietissimo’) confluivano infatti, da ogni parte d’Italia e d’Europa (proprio l’area germanofona era storicamente la zona di provenienza di una delle ‘nazioni’ più popolose dell’università), giovani liberi di formare cenacoli e riunioni in cui si poteva discutere con relativa tranquillità di temi politici e religiosi. Padova, poi, offriva al Roncali l’humus idoneo per diffondere le sue idee grazie anche ad un mercato librario aperto (il Nuovo Testamento erasmiano riuscì addirittura a penetrare nelle prigioni vescovili!) che, stando ad alcuni indizi, gli permise di far circolare numerosi libri proibiti e scritture ereticali soprattutto «delli authori […] oltramontani» sulle nuove dottrine eterodosse.
Giovanni Domenico poi, tra Monselice, nel Padovano, e Lanzè, nel Vicentino, rinvigorì i rapporti con i principali intellettuali e teorici dell’eresia veneta, quali Oddo Quarto ed il nobile vicentino Alessandro Trissino, partecipando in loro compagnia a conventicole in cui si dibatteva di fede, si leggevano testi vietati dalle autorità religiose cattoliche avuti grazie a mercanti francesi o tramite i già menzionati fratelli Pellizzari (di lì a poco pure loro saranno imputati di eresia) e si organizzavano ‘cene’ alla luterana. Anche a Venezia strinse e consolidò amicizie di rango con l’ambasciatore di Francia ed il segretario del duca di Firenze o con Ludovico Abbioso, con Vincenzo Grimani (una famiglia a lui molto legata visto che ancora nel 1561 Michele Grimani era suo socio per affari forse connessi ai lavori di bonifica nelle valli di Santa Giustina) e Francesco Emo, ossia con quella ristretta parte della nobiltà lagunare che subì il fascino delle idee della Riforma e, in qualche modo, ambiva ad importare a Venezia un modello repubblicano basato su una maggiore tolleranza religiosa. Il nucleo familiare, una sorta di piccola ‘chiesa’ domestica, composto dalla madre Margherita Casalini, dalla moglie Margherita, dalla sorella Barbara e dal marito di questa (il nobile ferrarese Ottaviano Giglioli) poteva poi, nell’accogliente dimora in riva alla laguna, pregare con serenità e celebrare i culti secondo le consuetudini riformate. Barbara Roncali ha lasciato ad esempio una preziosa testimonianza di come era officiato il rito della Cena che non prevedeva, da parte di chi lo presiedeva, di inginocchiarsi poiché: «quel pane non si doveva adorare, che sarebbe idolatria, ma che dovevamo credere solamente che Christo solo è la nostra salute, et quella Cena si faceva in memoria della passione et morte sua, et egli haveva il pane tagliato in fette sopra un tondo, et lo distribuiva dandone a ciascheduno una parte, et il medesimo faceva del vino che egli haveva in uno bichiero» .
Giovanni Domenico morì, poco più che trentenne, il 14 marzo 1562, a quanto sembra per le complicazioni di una tubercolosi polmonare che da alcuni anni lo tormentava. Il cavaliere di Rovigo, comunque, non cercò una tardiva riconciliazione con la religione cattolica romana, sperando magari in una estrema redenzione in punto di morte. Con precise parole che riecheggiano la teoria della predestinazione luterana dettate pochi mesi prima di spirare: «Iddio apri la mia bocca et essa gli renderà laude. Dell’anima mia so che non accade ch’io parli perché io ho avuto, ho et haverò sempre questa fede che Iddio ab etterno l’habbi amata tanto che habbi mandato il suo unigenito figliuolo Iesu Christo solo per salvarla et perché esso porti la pena de tutti i peccati di quella» ribadiva anzi, con estrema coerenza, il suo vivere una particolare fede ormai parte inseparabile del suo pensiero e della sua coscienza .
Nello stesso 1562 intanto, chiudeva i battenti pure la creatura prediletta del Roncali: su ordine del podestà veneziano Giacomo Foscarini cessava di esistere l’Accademia degli Addormentati poiché considerata dalle autorità «un riceto di heresie». Tutti i maggiori esponenti dell’eterodossia rodigina, privi della protezione dell’influente e defunto amico, furono coinvolti così in una medesima sconfitta. Antonio Riccoboni, Margherita Casalini, Barbara Roncali ed il consorte, Domenico Mazzarelli (divenuto dopo la morte di Giovanni Domenico la nuova guida di chi in città professava la «dotrina luterana») e la moglie, Gerolamo Biscaccia, Giovanni Battista Minadois e Cesare Aldiverti, solo per citare qualche nome, abiurarono o fuggirono oltre i confini dello stato marciano (il Piemonte e la Svizzera furono le mete preferite) in seguito ai lunghi ed umilianti processi promossi dall’inquisizione sia di Rovigo sia della vicina Ferrara dove, nel 1564, rinnegarono il proprio credo la madre e la sorella del Roncali. La stessa vita culturale di Rovigo, durante gli anni ‘grigi’ dominati da un asfissiante pressing inquisitoriale nei confronti del mondo riformato, perse la sua vivacità in seguito alla chiusura dell’Accademia degli Addormentati. Segni tangibili di un rinnovamento per le discipline umanistiche nella città polesana rifioriranno solo a partire dal 1580, quando la neonata Accademia dei Concordi raccoglierà la pesante eredità lasciata dal colto circolo di amici dell’academicus Giovanni Domenico .

Fonti inedite

  • Archivio di Stato di Padova, Notarile, 4825, f. 416r-425v
  • Archivio di Stato di Rovigo, Notarile, 929, doc. datato 19 gennaio 1551

Bibliografia

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  • Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia 1520-1580, Bollati Boringhieri, Torino 1987
  • Aldo Stella, Anabattismo e antitrinitarismo in Italia nel XVI secolo. Nuove ricerche storiche, Liviana, Padova 1969

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Article written by Marco Bolzonella | Ereticopedia.org © 2014

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]