Buonafè, Giovanni

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giovanni (Ioannis, Gerone, Ieronas) Buonafè (Bonafè, Bonafès, Bonafede) di Xanto (Zante, metà degli anni ’40 del XVI sec. – Roma 1607) fu un letterato e monaco greco di Zante.

I dati biografici di cui disponiamo su Giovanni – al secolo Gerone (Ieronas) – Buonafè sono estremamente limitati. Nacque a Zante intorno alla metà degli anni ’40 del XVI secolo. Viene menzionato da vari suoi contemporanei come conoscitore della cultura greca e latina e persona molto dotta. Si fece monaco ortodosso in giovane età. Frequentò la scuola di filosofia e medicina allo Studio di Padova. È noto per le sue conoscenze altolocate e in particolare per i suoi stretti rapporti di amicizia con il patriarca di Costantinopoli Geremia II Tranòs, con il patriarca di Alessandria Silvestro, ed anche con esponenti di spicco del Patriarcato di Costantinopoli, come gli eruditi Teodosio e Giovanni Zygomalas. Sono noti anche i suoi rapporti con l’ambiente della Curia romana, specialmente per essere stato inviato in missione – insieme con l’altro dotto Michele Eparco di Corfù – dal papa Gregorio XIII presso il Patriarcato di Costantinopoli per l’applicazione della riforma del calendario nell’Oriente ortodosso, missione rimasta tuttavia infruttuosa (1582-1584). Viene infine menzionato come docente di lettere greche nel Pontificio Collegio Greco di S. Atanasio a Roma (circa 1584-1607, probabilmente a intervalli di tempo) e per molti anni lettore di lingua greca alla Sapienza di Roma. Morì nel 1607 a Roma e fu sepolto nella chiesa del Collegio di S. Atanasio.
Nel 1571 Buonafè era monaco in un monastero di Zante e fu denunziato alle autorità dai suoi confratelli per intrattenere rapporti immorali con il loro abate e trasgredire in vari modi la regola monastica (non digiunava, non frequentava la chiesa e in generale viveva come un laico). Secondo la denuncia, inoltre, aveva abbracciato l’eresia in genere e specialmente il “luteranesimo”, nonché diverse dottrine particolari come la negazione della santità e della venerazione delle icone o dell’esistenza di Cristo e della Vergine, la fede nella provenienza naturale e non divina dell’uomo, nella mortalità dell’anima, nella falsità delle Scritture ecc. Infine, probabilmente tendeva all’“ateismo”. Per conseguenza, Buonafè fu deferito a un tribunale speciale di Zante (menzionato come «Offitio della Santissima Inquisitione»), costituito da un rappresentante giudiziario di Venezia («jnterprete et coadiutor all’offitio dei malefficij»), dal protopapàs (arciprete) della Chiesa greca dell’isola e dal vicario del vescovo latino di Zante e Cefalonia (questi ultimi sono menzionati come «ordinarii della Santissima Inquisitione»). Il tribunale giudicò colpevole l’accusato e lo condannò al carcere a vita. Buonafè tuttavia riuscì ad evadere e dopo circa cinque anni, grazie agli interventi in suo favore dei patriarchi di Costantinopoli e di Alessandria, riuscì ad ottenere la revisione del processo da parte del Consiglio dei Dieci e infine ad essere assolto.
Sulla base degli elementi di cui disponiamo è difficile delineare un’immagine precisa sulle effettive convinzioni di Buonafè. Per prima cosa, i monaci che lo avevano accusato sembra avessero con lui divergenze e questioni in sospeso, soprattutto di natura economica. Secondo, Buonafè ricusò nel modo più categorico le accuse a suo carico – fatto che potrebbe essere interpretato come indizio di dissimulazione e nicodemismo –, accuse che pare comprendessero una vasta gamma di devianze, dall’indifferenza religiosa all’eresia fino all’ateismo. Terzo, non disponiamo di testimonianze relative al possesso e alla lettura da parte sua di libri sospetti o proibiti o all’esistenza di una cerchia di altri adepti delle sue credenze. È quindi impossibile identificare le sue convinzioni con precisi movimenti ereticali dell’epoca. Casi analoghi – prodromi del libertinismo, dell’incredulità e dello scetticismo – si riscontrano tuttavia anche a Venezia, e in generale in tutta la penisola italiana.

Bibliografia

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Article written by Stathis Birtachas | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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